Vitae – il documentario

ViniVeri 2016: sabato 9 aprile alle ore 18.30 nella sala convegni dell’Areaexp “La Fabbrica” di Cerea (Vr) verrà presentato in anteprima nazionale “Vitae” il documentario, un viaggioracconto, di Davide Vanni.

Novembre 2014, novembre 2015. Un anno, un’annata, un viaggio, un percorso per raccontare uomini, donne e piante di viti più o meno giovani, più o meno vecchie. Vecchi treni, autobus, traghetti e metropolitane per il susseguirsi di un unico viaggio.
Venti regioni. Cinquanta aziende accomunate da una filosofia e pratica artigianale nella conduzione della vigna per una qualitativa produzione di vino.
Un racconto fatto di azioni. Quelle veloci e abili delle diverse fasi lavorative: dalla preparazione del terreno dopo la vendemmia, alla potatura, la selezione dei germogli, l’invaiatura dell’uva, la selezione dei grappoli, la vendemmia, la pulizia delle botti, l’imbottigliamento, gli assaggi.
Un racconto fatto di Italia e di pezzi d’Italia tra terre sospese a picco sul mare, conchiglie sparse ai piedi delle viti, terreni e rocce dalla consistenza e dai colori diversi, montagne vulcaniche, laghi e pianure, isole, orizzonti di boschi o di colline scoscese. In ogni regione del paese sembrano esistere bellezze intatte di territori vocati. In ogni territorio la vite prende forme diverse che siano tendoni abruzzesi o etrusco-romani, spalliere modenesi, guyot valtellinesi, cordoni speronati viterbesi, alberelli toscani o conche di Pantelleria.
Un racconto fatto di relazioni. Rapporti tra padri e figli, discordanze e diversità di abitudini, collaborazioni e fiducie reciproche. Generazioni. Rapporti con la natura. E dal suo contesto allargato che sa andare oltre la monocoltura nella direzione di una biodiversità. 
Un racconto di vita e di vite. Una vite, tante vite.

11 maggio – giorno di passaggio

Mi rivolgo a voi che seguite, avete seguito ed aspettate la continuazione del viaggio, i prossimi incontri.

Dopo Navelli e i giorni d’Abruzzo il diario del viaggio della vite e delle vite entra a far parte dello spazio di Porthos. Una condivisione di intenti disinteressati e liberi, un cammino di partecipazione comune.
Ringrazio Porthos, Sandro e Matteo e tutti coloro che ci lavorano con cuore e passione.

Troverete quindi i successivi articoli del viaggio alla pagina web del sito http://www.porthos.it
alla voce vite in viaggio.

Che dire, io continuerò con lo stesso spirito, con la stessa ingenua sincerità che vedono i miei occhi e sente la mia pelle.

Ogni viaggio ha una sua ripartenza.
A presto

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6 maggio – Andrea Occhipinti e Gradoli

In un albero accanto al vigneto, tra i rami, c’è un nido di uccello e dentro il nido uova bianche con puntini rossi e dentro le uova, vite che stanno prendendo una forma animale. Sembra tutto così fermo, pare non succedere mai niente eppure esiste un tempo in cui tutto si muove, tutto tende verso un punto segnato da una mano fatta di vento.

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Andrea risale il filare togliendo i germogli che non serviranno alla pianta. Questo pezzo di vigna l’ha strappato al bosco che ci cresceva selvaggio con radici ed arbusti ormai abituati a stare in un luogo.
È stata un duro lavoro. Gli anziani mi avevano scoraggiato dicendomi che non ne valeva la pena. Adesso lo guardo questo pezzo di terra e sono felice. A volte, anche se mi rimangono poche ore in una giornata, mi metto in viaggio da Roma per arrivare qui, camminare e stare in mezzo alle piante. Questo mi basta.

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Arrivano i ragazzi che lavorano la vigna di Marta. La Cannaiola di Marta.

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Insieme scendiamo e risaliamo la strada guardando i vigneti e la terra che attende i nuovi impianti di Aleatico.

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Ci sono domande sui lavori da fare in campagna. C’è chi ha un allevamento di mucche, chi coltiva un orto, chi ha aperto un campeggio. Nessuno ha mai fatto vino. C’è solo il coraggio e la voglia di mettersi a fare e provare a farlo davvero questo vino che un tempo si beveva nel paese di Marta.

È una sincera inesperienza che ha deciso di trovare un suo punto come gli uccelli che ancora stanno chiusi nell’uovo e che un giorno forse se ne andranno via.
Tentare il volo, staccarsi da terra, trovare una propria natura.

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Si torna in cantina e si preparano i cibi.
Porchetta, salami, coppa fatta con la testa del maiale, fave fresche e pecorino. E nei bicchieri il vino di Andrea.

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Sono sapori che arrivano da un lavoro paziente. Sapori che puoi toccare e sentire solidi come scolpiti dalle mani di un artigiano del gusto.
Si parla di zappa e di vigne zappate, delle fatica di fare le cose senza aiuti meccanici e senza scorciatoie.
Andrea sta spesso in silenzio, non è certo una persona esuberante almeno a parole, del resto, assomiglia al suo vino.
Ma ascolta con attenta sincerità e risponde per quello che sa mettendo avanti in condivisione il suo modo di fare la sua direzione.

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Ci salutiamo. I ragazzi tornano alla vigna, Andrea verso Roma ed io mi fermo a Gradoli ancora una notte.

Una sera di tranquillità come immagino tutte le sere nel paese dei papi.
La loro residenza d’estate, il palazzo Farnese, attorniato da case e cortili.

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Accanto la chiesa e il campanile con le ore.

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Qualche anziano si siede vicino alle bocche dei leoni e alla loro fontana, una donna lavora con due ferri la lana che è in terra, una bambina vestita di bianco sta imparando ad andare in bicicletta.

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Torno a casa e mi metto a scrivere.
Apro la finestra e appoggio le scarpe al davanzale. Poi mi giro e nel girarmi una scarpa finisce di sotto. Mi sporgo dalla finestra e vedo la scarpa ferma sul terrazzo al primo piano più sotto una donna che lavora nell’orto.
Scendo da basso.
Saluto la donna anziana che sta zappando la terra e le chiedo chi abiti al primo piano.
Non so. Ma puoi salire per l’impalcatura, fai prima così.
Io la guardo e sorrido. Mi arrampico sui pali dell,impalcatura e recupero la scarpa.

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Poi mi fermo a parlare con Livia, 81 anni. Le faccio una foto, lei ride e tiene con fierezza la sua zappa.
Ormai sono gobba, la schiena non mi fa più male. Si è abituata alla fatica in tutti questi anni.
Finché c’è vita e terra c’è lavoro.

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5 maggio – “Alea jacta esto” , Andrea Occhipinti

La notte scivola sulle acque del Tirreno, si allontana piano piano dall’isola e galleggia nella direzione del Continente.
Olbia-Civitavecchia sono 8 ore di calmo movimento tra divani e odori di nave, gente che cammina avanti e indietro, gente che legge, gente nel sonno.
Davanti a me un uomo che russa, un russare smorzato e docile come l’acqua che ci tiene a galla.

Quando la nave attracca sono le 6:30.
Andrea è già partito da Roma dove vive con la moglie e i tre figli. Mi sta raggiungendo per accompagnarmi a Gradoli, sul lago di Bolsena, nella Tuscia. Là dove sono i suoi vigneti e parte della sua vita. Lavoro ed entusiasmo.

Passiamo Viterbo e dopo pochi chilometri alla nostra destra l’acqua dolce del lago.

Marta, il paese della Cannaiola di Marta, un’uva che più nessuno vinifica come in passato, un vino rosso fermo.            
Domani passeranno dei ragazzi che stanno lavorando un ettaro di Cannaiola, vorrebbero provare a farla come la facevano una volta.
                                                          
All’interno del lago due piccole isole e sulla riva alcune barche di pescatori.
Una lingua di terra fatto di ulivi e di bosco si alza fino a diventare collina ed entra per alcune decine di metri nelle acque di Bolsena.

Quello è Bisenzio
C’era un paese di origine etrusca completamente abbandonato nel 1816 a causa della malaria. Nel bosco oltre ai resti del paese ho visto tombe etrusche ed altre costruzioni antiche.
Ma non c’è nessuna indicazione che dica del luogo, nessun cartello che inviti un turista o un curioso a fermarsi e a visitare le spoglie di chi ha fatto la Storia.              

Entriamo nel territorio di Gradoli.
La strada si mantiene a livello dell’acqua. A sinistra di tanto in tanto vie sterrate che salgono in collina.
Buona parte dei miei vigneti di Aleatico e Grechetto Nero sono su questa strada. La zona si chiama Montemaggiore. Gli altri sono a Montecoino, San Magno e Fratta, da lì si arriva al centro abitato.

Svoltiamo a sinistra, il lago alle spalle e il bosco che prende spazio da una       parte e dall’altra della carreggiata.
I primi vigneti, le terre ripulite e in attesa di nuovi impianti, la cantina.

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Tra i filari un uomo che sta zappando la terra inerbita attorno alle giovani viti e un ragazzo su di un trattore che sta trinciando l’erba cresciuta e i resti della potatura.

Ci fermiamo tra il vigneto e la cantina.
Riccardo, il ragazzo sul trattore terminato un filare scende e si avvicina a noi e dice ad Andrea come stanno procedendo i lavori.             
Si sta ancora decidendo dove posizionare i nuovi impianti, si calpesta la terra per sentire come risponde, la si prende tra le mani, si raccolgono le pietre.   

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Sono una terra e un lago che hanno      origine dal vulcano. Una conformazione del suolo fatta di diversità, parti più chiare quasi bianche dove le mani possono raccogliere pietra pomice, leggera e quasi senza peso, parti più scure fatte di basalti.            

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Conosci Tenuta l’armonia?
Sì ho conosciuto Andrea e la sua azienda agli Estremi del vino in valle Camonica due anni fa. Lui lavora a Montecchio, Vicenza.            
Tra poco viene a vedere le vigne e la cantina assieme a degli amici.

Scacchiamo qualche filare intanto?

Scacchiere è togliere uno dei polloni che è maturato in coppia, togliere dalla pianta coltivata i germogli inutili.
Entriamo in un vigneto di Aleatico allevato secondo la forma del cordone speronato e con pazienza e attenzione ci mettiamo al lavoro.

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All’ora di pranzo arrivano i veneti, scendiamo in cantina dove ci raggiunge anche Riccardo.
È il momento dell’Aleatico.

Alea in latino significa dado.
Quando Cesare insieme ai soldati del proprio esercito varcò il Rubicone per muovere guerra contro le popolazioni del paese qualcuno tradusse la sua celebre espressione “alea jacta est” con “il dado è tratto”, nel senso che ormai la decisione è presa, altri come Plutarco si rifanno ad una espressione diversa forse più veritiera aggiungendo una vocale alla parola est e traducendo “alea jacta esto” con “sia lanciato il dado”.

Ho scelto di venire a Gradoli dopo la scuola di agraria fatta a Viterbo e la tesi sull’Aleatico.
Inizialmente mi ero iscritto a Roma a Economia e Commercio ma dopo due anni sono nati l’interesse e la volontà di avvicinarmi alla terra.
Quando ho scoperto l’Aleatico ho sentito che questo vitigno aveva delle cose in comune con me. Mi piace la sua estrema versatilità, la capacità che ha di farsi vino in differenti modi.        
Così per me è un po’ come un gioco in cui ci assecondiamo a vicenda anno dopo anno.

Il dado è tratto non è, credo, l’espressione più vicina ad Andrea e al suo vino. Non parliamo di una condizione definita-definitiva, di un risultato raggiunto dopo un solo lancio.   
Meglio parlare di giocosa aleatorietà e di lancio-slancio ripetuto e ritentato con la leggerezza della curiosità e una seria consapevolezza attraverso stagioni, piogge, gelate, malattie e siccità.                         

Alter Alea e Alea Rosa i primi due vini.

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Alter Alea è la versione bianca dell’uva che dopo una pressatura soffice può iniziare la sua fermentazione e il suo viaggio separato dai colori della buccia.
Alea Rosa, invece, si colora leggermente dopo una breve macerazione sulle bucce. Un colore che ricorda quello dei contorni delle foglie tra il rosso e il rosa.      

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Due vini di semplicità schietta e giovane che danno una voglia diritta di berne la fresca e minerale natura.

Si comincia così a parlare di vino e di recupero di vecchi vigneti con l’accento romano che si mischia al vicentino al veneziano al bresciano.

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Alea Viva, rosso Aleatico in purezza.
La struttura si fa più intensa vuoi per il sole dell’annata vuoi per la macerazione più lunga.
Il corpo ha uno spessore più maturo che si sposta tra la dolcezza apparente e un piacevole senso di amaro come a garantire un giocoso equilibrio tra serietà e spensieratezza.

Nelle stesse corde anche il Rosso Arcaico, unico vino che fermenta e affina in anfore di terra cotta e unico vino in cui l’Aleatico si sposa con il Grechetto Nero.
Di corpo più asciutto e meno potente nell’alcol il suo carattere è come raffreddato e tenuto più lontano.
Ma basta un ascolto attento, una bevuta paziente e il calore del palato a risvegliare il vino che scende, a incontrarlo finalmente. Sono tratti minerali dolci e amari quasi sussurrati e fini, delicati, che il tempo aiuterà a farsi più decisi.

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C’è una serena complicità nelle parole che si muovono tra le botti e i fusti d’acciaio, una disinteressata condivisione di intenti e di modi di fare.

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Poi in vigneto.
Sono vigne che mi avevano scoraggiato a piantare. Le più vecchie quasi abbandonate dai proprietari. Nei primi anni del duemila ho iniziato con l’affittare un ettaro di Aleatico.

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Sì torna con una curiosità soddisfatta, con una sensazione di non essere così soli a lavorare la terra in modo responsabile. Con nuove idee in movimento per un altro lancio di dadi.

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In cantina Arturo e Riccardo stanno imbottigliando un vino nato da una sperimentazione. L’uno apre il rubinetto l’altro ci mette un tappo di sughero.

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Sì aggiunge anche Andrea al gioco e sente se è il caso di imbottigliare altro vino.

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Ci pensa Arturo che mi dice nella sua parlata toscana stasera si mangia la pajata che ha portato Andrea, roba forte!
Non so perché ma dagli sguardi che ci sono intuisco che il piatto riguarda una parte interna di qualche animale.

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La pajata è fatta con i budelli del vitello ancora pieni di latte. Fino a pochi giorni fa ne era proibita la vendita, è un piatto tipico romano. Maccheroni pajata e pecorino.
Alcune budella vengono aperte e cuociono per più di un’ora in un soffritto di sapori vegetali, altre vengono lasciate intere e messe sopra la pasta quando tutto è pronto.

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Riccardo porta come antipasto un salame e una mazza fatte da lui.
La carne è quella di un maiale imparentato con il cinghiale. Nella mazza oltre alla carne è stato tritato insieme anche il fegato e tra le spezie è stata aggiunta l’arancia. Ottimi.

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Arriva la pajata.
Gusto intenso e saporito. Quasi un ragù con una punta di besciamella. Davvero roba forte.
Dammi il piatto. Tiè fatti la scarpetta che passiamo al secondo. Ho fatto salsiccia, patate ed etrusca, è la parte tra collo e scapole del maiale.
Arturo mi passa la pentola con il fondo unto di pajata e qualche solitario maccherone prima di avvicinare la pentola dell’etrusca.

Ora una grappa ci sta.
Tolte le stoviglie e la tovaglia dal tavolo Arturo avvicina due bottiglie.
Queste le fo io con il vino e le vinacce che mi dà Andrea, assaggia.
Sulla prima bottiglia, quella più chiara c’è scritto a mano 50 gradi 2015.
La grappa è bianca, forte, l’alcol non infastidisce, ci sono i sentori quasi dolci dell’uva.
Sull’etichetta c’è scritta anche un’altra parola.
Ché è il tuo giudizio ottima?
Arturo si mette a ridere e rido con lui.
Dai assaggia l’altra.
Nel bicchiere un colore di cognac.
Un sapore delicato, alcolico ma di profonda essenza.
Non ci sarei mai arrivato.
La grappa è fatta con gli acini di Aleatico raccolti in vendemmia e lasciati in soffitta per due anni. Ciò che rimane dell’appassimento si unisce alla grappa normale.

Complimenti Arturo. Buona.

Possiamo andare a dormire.
Percorriamo le strade silenziose di un paese che sa mantenersi lontano dai rumori così di giorno come di notte.
Una rara quiete di case e di umani.
Si intravede in basso una parte di lago e una luna che ha iniziato a farsi più piccola. La prima luna calante di maggio.

 

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5 maggio – Alea jacta esto, Andrea Occhipinti

La notte trascorre liscia sulle acque del mar Tirreno e si stacca dalla terra per tornare in continente verso il territorio laziale e la penisola.
Olbia-Civitavecchia, otto ore di tempo che scivola lento tra i divani del ponte della nave fino all’alba dell’attracco.
Andrea è partito da Roma dove vive con la moglie e i tre figli e sta passando a prendermi per andare insieme a Gradoli, nella parte superiore del lago di Bolsena, terra viterbese, Tuscia.

Pochi chilometri dopo Viterbo le acque del lago di origine vulcanica.
Andrea mi parla dei resti della civiltà etrusca che si trovano sparsi qua e là e che nemmeno sono segnati da un’indicazione, un cartello.
Quella è Bisenzio. Sulla destra un piccolo promontorio circondato dalle acque sul quale vedo ulivi e un bosco di alberi.
All’interno di quel bosco ci sono i resti di un paese di origine etrusca abbandonato nel 1816 a causa della malaria. Ci sono tombe e altre costruzioni.

Sempre costeggiando il lago passiamo il paese di Marta.
La Cannaiola di Marta è il nome dell’uva con con cui facevano il vino del paese.
Domani verranno dei ragazzi che stanno lavorando un vigneto di Cannaiola, vorrebbero vinificarla come era fatta una volta, al momento nessuno lo sta facendo.

Percorriamo un tratto di strada sterrata sulla sponda del lago e quando ritorna l’asfalto siamo a Gradoli.
La terra attorno al lago sale e si fa collina e arriva quasi a 500 metri di altitudine. Ai lati delle vie che salgono boschi, ulivi e vigneti.

Questo è Montemaggiore. Qui ho la maggior parte dei vigneti. Gli altri sono a Montecoino, San Magno e alla Fratta che è da dove si arriva in centro al paese.

Ci fermiamo accanto ad un vigneto e a una costruzione ancora non completata.
Vorrei farci una sala per la degustazione, sotto c’è la cantina.
Tra i filari un trattore sta trinciando l’erba cresciuta e i resti della potatura.

Stiamo preparando il terreno per fare dei nuovi impianti per il prossimo anno. Saranno quasi tutti di Aleatico.
Riccardo, il ragazzo che aiuta Andrea nei lavori, scende dal trattore. I due parlano di come stanno procedendo le cose e insieme vanno a vedere le condizioni della terra.

È una terra di vulcano dove si alternano parti bianche di pietra pomice, una pietra molto leggera da prendere in mano, e parti più scure di basalti.

Guardando il lago da dove siamo i vigneti di Aleatico stanno sulla parte destra della strada. Quelli più vecchi e gli ultimi impianti di uno, due, tre anni che Andrea vorrebbe allevare nella forma ad alberello.

La foglia dell’Aleatico, i suoi contorni tra il rosso e il rosa quasi anticipano la sua natura apparentemente zuccherina in bocca.

Conosci Tenuta l’armonia?
Oggi viene Andrea a vedere il vigneto insieme ad alcuni suoi amici.
Si, l’ho conosciuto agli Estremi del vino fatta a Pisogne due anni fa. Lui è di Montecchio, Vicenza.

I ragazzi veneti arrivano che è ora di pranzo. Ci raggiunge anche Riccardo e si inizia ad assaggiare qualcosa.

Manco a dirlo Aleatico.

Ho scelto di venire qui perché questo è il territorio dell’Aleatico e l’Aleatico è un vitigno che mi rappresenta, sento che io e lui abbiamo qualcosa in comune. Mi piace la sua versatilità, il suo adattarsi alle varie forme di vinificazione. È come un gioco per me e lui si presta alla perfezione.

Alea in latino significa dado.
Quando Cesare varcò il Rubicone insieme ai soldati del proprio esercito qualcuno tradusse la sua famosa espressione alea jacta est con “il dado è tratto”, altri tra cui Plutarco aggiunsero una “o” e tradussero alea jacta esto con “sia lanciato il dado”.
Una diversa prospettiva più aperta e vicina all’aleatorio lancio di due dadi e al suo imprevedibile risultato che costituisce il senso del gioco.
Nel caso di Andrea non possiamo dire che il dado è tratto perché di anno in anno rilancia il suo Aleatico e rilancia sé stesso verso una nuova curiosità, un nuovo divertimento, una nuova consapevolezza.

Alter Alea è la versione in bianco.
Soltanto una pressatura soffice delle uve che non portano colore al liquido cedendo solo i profumi e la terra e il vulcano.
Alea Rosa. Il vino è divenuto rosato dopo una brevissima macerazione sulle bucce.
I due vini si esprimono con la loro giovinezza pronta e fresca restituendo a viso aperto la subitanea mineralità del sottosuolo. Vini da bere con voglia sincera e senza attese, diretti.

Gli accenti romani si mischiano alle parole vicentine mentre si parla di vino e di prospettive future di vigneti da riscoprire e lavorare.

Alea Viva, Aleatico rosso in purezza.
Densità di tannino e corpo robusto fatto dal sole e dalla terra dell’annata tra l’amaro e il dolce giustamente serio giustamente scherzoso.
Rosso Arcaico, l’unico vino fermentato e lasciato macerare in anfore di terra cotta. Una percezione al tatto e al ricordo più fredda, imparziale, come se il vino fosse cresciuto in campo neutro.
Bisogna ascoltare e stare più attenti per sentire sotto uno strato di pelle le parti calde di Aleatico e Grechetto Nero apparentemente raffreddate ma subito ridestate a contatto con il palato paziente e sensibile. Allora si percepisce un felice connubio tra la dolcezza e la rotondità che il tempo aiuterà a rendere più cristallino e definito.

Andrea e Andrea continuano a parlare di terra e di lavorazioni, trattamenti e malattie, vendemmie e risultati. Di quello per cui vivono, una passione che trasforma senza fretta la natura in cultura e socialità.

Poi si passa alla terra, al vigneto.
Qui si era scoraggiati dal piantare e lavorare un suolo ancora incolto. I pochi terreni vitati erano quasi abbandonati dai vecchi proprietari. Nei primi anni del duemila dopo la scuola di agraria e la tesi sull’Aleatico, Andrea inizia a lavorare un ettaro di vigna.

C’è una condivisione disinteressata degli intenti e lo scambio è dettato da un umano sentire comune e un procedere rispettoso del tempo che ha la Natura.

In cantina Riccardo e Arturo stanno imbottigliando una sperimentazione, una prova fatta nella vendemmia passata.

È vitale sentire e vedere questo continuo mettersi in gioco in chi lavora qualcosa che cambia di anno in anno, di stagione in stagione tra sole, piogge, gelate e siccità.

Arturo con la sua parlata toscana mi dice che stasera dopo cena mi farà assaggiare le sue grappe di vinacce e vino di Aleatico.

Stasera faremo la pajata.
Ah, interessante.
Roba forte, dice Arturo.
Chissà perché ma dai loro sguardi intuisco che si tratta di parti interne di qualche animale.
La pajata fino a qualche giorno fa era difficile da trovare perché ne era vietata la vendita. Da qualche giorno l’hanno liberalizzata. Sono budella di vitello ancora piene di latte. Si fanno cuocere per più di  un’ora in un soffritto e poi aggiunte ai maccheroni. Alcune si bucano in padella altre si lasciano intere e alla fine si tagliano a pezzi e si mettono sopra la pasta.

Riccardo porta, in aggiunta, del salame di una razza di maiale incrociato con il cinghiale e una salsiccia lunga con la stessa carne e il fegato dell’animale e nelle spezie anche l’arancia. Ottimi.

La pasta è molto gustosa e quando finiamo i piatti Arturo mi passa la pentola.
Togli il piatto e fai scarpetta qua dentro dai che passiamo al secondo, ho fatto salsiccia patate ed etrusca, una parte del maiale tra il collo e le scapole.

Beh, ora una grappa ci sta.
Arturo mette in tavola due bottiglie.
Una grappa bianca forte ma bella a bere. Sull’etichetta c’è scritto a penna 50 gradi 2015. Ottima.
Questo è il tuo giudizio?
Faccio scherzando. Si ride.

L’altra è una grappa che ha il colore del cognac. Molto buona e intensa.
Non ci sarei mai arrivato.
Arturo mi dice che è fatta mischiando alla grappa normale il concentrato degli acini di Aleatico messi ad appassire per due anni in soffitta.
Complimenti Arturo.

Andiamo a dormire ché il paese sembra quello che era durante il giorno, pacifico e sereno, non un rumore fuori di posto. Si vede una parte di lago guardando in basso e la luna che inizia a calare nell’aria calda, la prima luna calante di maggio.

3 maggio – Adele & Maurizio, AlteaIllotto

E questo sole che sembra salire da sotto la terra all’occhio ingenuo di un bambino che sente il mondo da dentro senza ancora saperne di leggi e studi scientifici, sarà sempre la stessa illusione per gli occhi adulti che non si chiedono nulla e che guardano le cose come fosse per la prima volta e vedono muoversi là all’orizzonte, una luce farsi col tempo più intensa in forma di cerchio, la realtà prendere un nuovo colore e sdoppiarsi in ombra e il tutto farsi calore, rinascere.
E questa terra vecchia come nessuna altra terra d’Italia che un giorno era mare e un altro iniziò a respirare all’aria del cielo e accogliere piogge e movimenti e ombre, anch’essa lo vide questo sole salire e scaldarla e farla fiorire, farla svegliare, nascere vita, rinascere vite.

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Un frangente lontano di mare e lo stagno salato nella mattina dopo l’alba che si è fatta giorno mentre le mani erano occupate a raccogliere piselli e fave. I fenicotteri saranno già svegli? E dove andranno quando lo stagno si prosciugherà? Chiederebbe forse il giovane Holden di Salinger.

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Maurizio mi mostra come erano fatti i ladiri, i mattoni di argilla e paglia usati un tempo per la costruzione delle case.
Questa è una ricostruzione non del tutto corretta, i mattoni venivano poi intonacati per resistere alle avversità del clima.

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La chiesa di Santa Maria Sibiola costruita dai monaci dell’ordine benedettino. Una scala esterna fatta di gradini di pietra che arriva al terrazzo superiore. Uno spazio compatto, a pianta pressoché quadrata con strani volti sopra le finestre e simboli di universalità.

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Intanto le lumache stanno cuocendo nel sugo a base di pomodoro.

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E Adele sta affettando la bottarga di Oristano da condire con l’olio e mangiare così con un pezzo di pane carasau o anche normale.

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Nel lavandino le anguille pulite assieme alle orate attendono le braci di vigna, il loro incandescente calore.

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Una teglia di churros fatti dalle mani di Eva, venuta da Barcellona per imparare i segreti dell’arte dell’apiciltura che Luigi pratica da molti anni ad Ales, paese nativo di Antonio Gramsci.

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Un pezzo di casu marzu perché la bocca non è mai stanca se non sa di vacca o di pecora visto che siamo in Sardegna; i vermi, quelli saltano comunque.

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Altea bianco, principalmente di uve Nasco, un antico vitigno a bacca bianca dalla struttura aromatica.
Ci metto un po’ a memorizzare il  nome di queste uve che non avevo mai bevuto. Alla fine mi rendo conto che l’associazione era lì davanti a me nella sua estrema semplicità e naturalità.
Nasco, ogni giorno al risveglio, in prima persona.
È un vino denso di aromi, mediterraneo nel sospiro che risale per il naso e che in parte discende per la gola. Vegetazione e resina, tenuto su da un vento leggero che soffia costante.
Altea rosso. L’annata precedente di quella assaggiata dalle botti ieri.
Il vino ha trovato una sua tranquillità.
Come il bianco segue una linea diritta senza scompostezze o intensità improvvise. Compatto e unito si tiene con abilità e natura staccato da terra senza pesare e senza dare privilegi ad alcol o tannini.

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Eva si alza e prima della frutta va a friggere i suoi churros.
Ci vuole il moscato appassito per questi dolci.
E moscato sia. Ritrovo la piacevolezza sentita in cantina e il richiamo ad avvicinare il bicchiere alla bocca alla fine del sorso. Maurizio è costretto a scendere per riempire la bottiglia che si svuota in breve tempo tra bignè e dolci di mano catalana.

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Poi torniamo al vigneto e tutti e cinque guardiano senza parlare.
La fatica e la perseveranza, l’onestà e la responsabilità hanno dato i propri frutti anche prima della vendemmia.

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Maurizio racconta il luogo dove è nato e cresciuto e la terra e le viti che insieme ad Adele hanno deciso di lavorare per tirarne fuori la propria voce, il proprio carattere. A sentirlo parlare, del resto, la somiglianza di timbro con Corrado Guzzanti lo fa risultare ironico e satirico. Ma può anche essere che ironico lo sia davvero nella sua leggerezza e pacatezza che trovano risonanze e assonanze nel modo di fare e nelle parole di Adele. Per lei le piante di vite sono come tanti figli da far crescere e tenere protetti e conoscere e far conoscere.

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Là dove la strada volge verso Uras e prosegue dritta verso Oristano fermiamo le macchine.
Trasferisco i bagagli e me stesso in un nuovo tragitto del viaggio. Curioso e improvvisato.
Saluto Adele e Maurizio. La loro gentilezza e condivisione.
C’è ne andiamo con gli ultimi momenti di sole, io, Eva e Gigi verso la Marmilla.
Il paese di Gramsci, le api, la montagna.

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2 maggio – Attraverso la terra sarda fino a Serdiana, Adele & Maurizio

Ritorna in strada il corpo, l’anima e il mezzo, e insieme ritornano le attese e le dilatazioni dei pensieri lanciati sempre oltre il punto d’inizio e mai rassegnati o scoraggiati da un ritardo o dalla lunghezza di un tragitto fatto di coincidenze e scambi di vetture.

Alla fermata del bus di fronte alla chiesetta di Mamoiada e al museo delle maschere. L’autista nemmeno mi apre lo sportello per mettere i bagagli.
Portali sopra che non c’è nessuno.
E non c’è proprio nessuno, io e il conducente, uno dei pochi casi dove è concesso di scambiare parole e dialoghi. Un mezzo pubblico usufruito nella singolarità un po’ come il cinematografo della sala numero 3 del cinema Massimo a Torino. Là allora erano le immagini, le sue luci e il sonoro a farmi compagnia nell’oscurità, ora le domande curiose di un sardo che vive a Nuoro e che vuole sapere di me.

Nuoro-Macomer, altro bus altri passeggeri che aspettano tra scolari che aspirano fumi di droghe sintetiche da bottigliette vuote di acqua.

Macomer-Oristano, ancora un cambio, ancora uno scomodo sonno che  vorrebbe l’aria fresca di un finestrino di treno e il rumore continuo delle rotaie.

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Finalmente la città.
Adele e Maurizio mi aspettano in via Giotto numero 7, circa 800 metri ancora. Cerco, chiedo indicazioni ma nessuno sembra del posto o non conosce la via. Dei ragazzi mi portano il paio di infradito cascato dallo zaino tra le corsie della stazione. Chiedo a loro e qualcosa si muove verso l’obiettivo.

Suono al citofono dove è scritto Altea-Illotto. Eccoci arrivati, almeno per ora.
Maurizio mi accoglie in casa, Adele è seduta su di un divano in attesa che i tendini della caviglia guariscano dopo l’incidente natalizio in campagna.

Vi ho fatto fare tardi?
No, possiamo partire con calma, un’oretta di strada e siamo arrivati.

Riporto i bagagli di sotto e li carico in auto. Mentre lasciano Oristano Adele mi mostra la laguna di fronte alla città dove è costruita una statua che raffigura una anguilla. La coda messa da una parte e la testa che sbuca in lontananza.

È un simbolo della città.
Domani a pranzo la mangeremo, ti piace l’anguilla?
Si si mi piace tutto.

Sembra che il mare intorno si voglia tenere lontano. Ho visto laghi artificiali, lagune, fiumi e ancora laghi di acqua piovana dove riposano e di tanto in tanto si alzano eleganti e svolazzano le rosee piume dei fenicotteri.
Soltanto in fondo la vista raggiunge il golfo di Cagliari, le rocce affioranti, le case e ancora deve accontentarsi di immaginarlo il mare e sentirlo scendere nei polmoni e nella memoria.

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È quasi sera, è quasi estremo meridionale dell’isola, le viti sono già alte e portano con fierezza le forme scolpite dei grappoli che un giorno prenderanno colore.

Raccogliamo un cesto di favette tra due file di vitigno per il pranzo del giorno dopo. Qualche limone dall’albero vicino ai piselli.

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A su stani salio, questo stagno salato, le piante di Cannonau sembrano perdersi felicemente nei colori di una terra che prenderà l’aspetto del sole.
Maurizio vi entra senza dire nulla a sincerarsi della salute e della crescita di una parte di sé, Adele rimane ad aspettarlo bloccata dai problemi alla caviglia, rimane sulla soglia del filare a osservare e a descrivermi la forma delle foglie, la loro diversità da vitigno a vitigno.

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Prima di andarcene resto per qualche minuto sotto il pero che solitario custodisce come un pastore il proprio gregge. Da lì guardando dentro l’obiettivo della camera ne esce un quadro di sfumature verdi illuminate dalla debolezza di un giorno alla fine del giorno. Ogni colore una propria identità e lunghezza, ogni colore una relazione cromatica con la vastità del cielo. Ogni colore nella dipendenza di luci e ombre di stelle solari, emozioni e ricordi di corpi mortali. Relatività di tempi.

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Seduti a tavola prepariamo le fave per l’indomani e tra una parola e l’altra ne mastichiamo la freschezza.
Apriamo una bottiglia di Nuragus. Con le fave crude la morte sua è pane e casu marzu.
Benissimo. Buono il formaggio con i vermi.
Il vino è ancora un po’ caldo ma il suo aroma e la sua struttura escono come un vapore all’interno della bocca.
Un vino ancora in movimento con un sottile residuo di zucchero che lo rende piacevolmente dolciastro e una personale profondità di aromi amari.
Papilio, in effetti, si muove come una farfalla, senza pesantezza, con semplicità e identità.

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Scendiamo in cantina a prendere del vino per il pranzo della domenica e visto che ci siamo assaggiamo qualcosa dalle botti.
Ci avviciniamo al rosso Altea, Cannonau, Carignano, Monica.
Quando Maurizio toglie il tappo dalla botte sento lo sfrigolio del liquido che ha ripreso a fermentare dopo un prematuro arresto.
In bocca sembra che i lieviti abbiano consumato tutto lo zucchero rimasto, ne rimane ancora una piccolissima parte. Il vino è molto buono e mostra già il suo equilibrio tra acidità e alcol, un ottimo taglio.
Passiamo al Moscato, quello appassito in pianta. Una buona mineralita’ e una dolcezza di invogliante energia. Un vino che chiede di essere bevuto sia prima che dopo un pasto, si, dimenticavo, anche durante.
Questa botte è sempre di Moscato.
Sta ancora fermentando e bruciando gli zuccheri.
Mi piace l’idea di un Moscato secco.
Si allunga in bocca e scivola via più del fratello appassito in pianta. Scivola via lasciando gli aromi e la roccia in bocca.
Mi piace, mi piacerebbe assaggiarlo quando ha finito di fermentare. Sarà un ottimo vino già ha una natura benigna.

Si, vedremo come procede. Qui però la tradizione è di un vino passito.

Torniamo con Adele e ci prepariamo a uscire per San Sperate, il paese museo dove Pinuccio Sciola ha realizzato murales e sculture sonore tra le vie e i giardini del luogo.
Mangiamo qualcosa e Maurizio ordina una bottiglia.
Adesso assaggiamo un altro Nuragus.
Cosa significa personalità e rispetto in un vino lo capisci quando metti due bottiglie vicine.
Da una parte un vino fatto in vigna con fatiche e onestà dall’altra un sapore e un profumo di qualcosa costruito e premeditato. Da una parte un movimento e una emozione e uno stato felice dall’altra un iniziale stimolo che subito diventa piatto e noioso.

Camminiamo per il parco con le sculture di Sciola che forse ci aspettano. Aspettano che la mano passi la pietra sulla pietra e faccia risuonare intorno. Loro almeno qualche motivo ed emozione ce l’hanno e la sanno dare.

1 maggio – il cammino tra Mamoiada e Orgosolo

In questo primo maggio non si sentono voci di cortei o musiche di concertoni o passi di gente insieme nelle piazze, non si pagano biglietti per una partita di pallone o per una fiera vestita di buoni propositi dalle mani ingorde di multinazionali.

Oggi su questa terra in mezzo al mare le mani stringono la zappa e il corpo si muove verso il basso a scavare togliere e preparare la profondità e lo spazio per le piante da interrare.

Una mattina che lascia andare sudore e giusta fatica per un secondo inizio di giorno quando girate le spalle si guarda il paese tutto e si procede per la strada d’asfalto.

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Mamoiada rimane un cartello di segni e un bersaglio di sfoghi.

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Intorno le vigne e i campi di grano e gli arbusti e la roccia spaccata che si mostra rossa e nuda.

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Poi arrivano i muri dipinti di parole e disegni. Numeri di memorie e volontà di ricordi.

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Storie di sfruttamento e spreco di vita nell’ingiustizia e nello squilibrio di maggioranza e minoranza.

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E un cinematografo inesistente che un giorno proiettera’ senza sosta le immagini in movimento di Vittorio e dei suoi banditi.

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Dovunque ti appoggi diventi te stesso un murales che osserva con occhi di murales la via che è ferma e che attende un ritorno di storia.
Ci passa il nuovo e ci passa il vecchio, pick up di pastori lanciati verso il gregge o verso il bar, turisti con foto turistiche da portarsi appresso, donne anziane coperte di neri scialli.

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Pugni chiusi a stringere un’idea, almeno a provare a dirla con l’ultimo filo di fiato rimasto prima della fine.

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Corpi sepolti tra una memoria cadente, fiori di muro e muri in rovina. Ricordi che li vedi avere i giorni contati sgretolati da un progresso che cancella e rimette tutto a nuovo.

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Orgosolo che mette paura solo a sentirlo il suo nome da bestia e creatura del buio. Un nome che scorre del resto dolce tra i denti e rimane solitario tra le montagne e i pascoli del gregge. Aria di solitudine, aria di natura che basta per sé.

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Mi giro per l’ultima volta tra gli asfodeli che coprono il paese ora soltanto ricordo che cammina con me sulla strada d’asfalto.

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Nel mezzo del cammino rivedo gli spari di una giornata di sfoghi. Chissà se era notte o alba o mattino, se c’era il sole o pioveva, se erano mani di ragazzo odi uomo a tenere puntata la rabbia.

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In alto tra le pietra germogli di vite che cercano il cielo.

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E la ginestra che esplode il suo giallo tra i bianchi asfodeli e le rosse rocce scoperte.

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Che se le sali le rocce sembra tutto un gioco bambino. Un passo e un altro passo e sei arrivato dove gli orizzonti sono in basso. Una facile vetta.
È solo dopo a guardare i passi compiuti e a provarli a riprendere che il pensiero e il respiro e il battito si fanno diversi.
Ci vuole attenzione e si mangia una saliva fatta di adrenalina fino in fondo.

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Saluto il paese che torna Mamoiada.
Anch’esso un po’ bestia, anch’esso di dolce pronuncia.
Saluto il Mamuthones che mi riporta in terra bresciana nella Valle di Sabbia tra i mascher e i balarì…la maschera inquietà e sicura di sé che batte il peso di mille campane e beve il vino nuovo e mangia le fave e il lardo che è assieme così come quell’altro, il mascher, fa sbattere gli sgalber sulla strada di pietra, mangia acciughe salate e beve brulė. Rumori, maschere, pelli e danze di rituali pagani che uniscono l’antico lavoro sulla terra.

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30 aprile – Giovanni Montisci & Mamoiada

Cos’è questo nostro insieme di segni che dice e significa le cose e i luoghi e racconta ciò che vediamo e ciò che non possiamo vedere con espressione talvolta fatta di suoni assonanti, talvolta stridente e faticosa, talvolta asciutta e monosillabe, giusta o errata, terrena o celeste, fredda o calda o tiepida?
Cos’è questa distanza tra due punti che posso chiamare separazione o unione allo stesso modo e allo stesso tempo, con uguale giustezza, come se due cose opposte avessero dentro anche la possibilità di convivere ed essere uguali?
La strada unisce e separa i luoghi del viaggio, il cammino si sposta e mette insieme prima un vissuto e poi un altro.
Quando salgo sull’autobus per Sassari so che ci sono terre che la separano unendola al paese di Perfugas e trovo in questo pensiero di giusti opposti una variante linguistica su cui posarmi e cercare ancora un poco di sonno ché la notte si è fatta solo alba e gli occhi sbadigliano e chiedono riposo.

Sali e scendi e giri di curve tra un piccolo paese e un altro in mezzo a vallate e nature rigogliose fino alla città e da lì cambiando di mezzo attraversare l’isola verso Nuoro.

Alla biglietteria davanti a me una donna anziana vestita di nero.
È già partito l’autobus per Mamoiada?
No, parte a mezzogiorno.

Ci sediamo sulla panchina della corsia numero quattro e aspettiamo la partenza. Lascio gli occhi e le loro fantasie sui segni e i colori del muro di fronte.

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Mi accolgono statue e persone che mi guardano come statue, ferme e fissanti.
Si respira vento e aria sospesa e le maschere dei mamuthones dipinte sui muri mi fanno sentire per un momento vicino al luogo nativo. Bagolino e Mamoiada condividono una certa espressione carnevalesca almeno sui volti e nei suoni.

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Nella via Montanara, fuori dalla casa dove ho messo i bagagli, sistemo una sedia e mi siedo a leggere al sole.
Una via stretta, bianca senza nessuno che ci passi o che sia alla finestra o sul balcone. Nemmeno arrivo alla fine delle parole del poeta che passa un piccolo trattore. Si ferma dove sto e quando alzo la testa dalla pagina riconosco Giovanni.

Dove sono le tue cose?
Le prendo subito sono dentro casa.
Mettile dietro e sali qui che andiamo a casa.

Mi tengo stretto ad un pezzo di ferro in piedi in imperfetto equilibrio mentre il trattore sale le vie del paese.

Ti faccio vedere i vigneti. Ora andiamo in quello più vecchio, la vigna di Franzisca.

Lasciamo il trattore per qualcosa di più comodo e ci muoviamo verso la terra di Franzisca dove crescono le uve di Cannonau per la riserva omonima.

Siamo sulla sommità ondulata di un pendio sopra le case di Mamoiada a circa settecento metri di altitudine.
Il vento sembra arrivare da tutte le parti uniforme e costante e fresco senza mai posarsi. Aperto il cancello e oltrepassato un albero le piante di vite sono lì davanti a noi con i germogli che stanno salendo e le radici che per ottant’anni hanno cercato nutrimento in basso.

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Giovanni manca dal paese da qualche giorno e osserva i piccoli e i grandi cambiamenti che il tempo ha portato sulle braccia e il corpo delle sue creature.

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Sagome contorte poco fa spoglie e apparentemente senza vita riaccese da una vita sotterranea e solare.

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Per terra l’erba rende morbido il passo e dona compagnia e giovinezza alle viti vicine al secolo.

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Qui a Mamoiada grazie al vento e al tipo di terreno si riesce a lavorare la vigna senza l’uso della chimica. Nel 99 per cento dei vigneti le operazioni vanno in questo senso.

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A me piace tenere inerbito il suolo. È una questione di protezione e conservazione del suolo stesso da agenti naturali come l’acqua che possono creare problemi e rotture.

Guardandomi intorno sono pochissimi i vigneti su cui cresce e rimane l’erba, la stragrande maggioranza pare sabbia o deserto.

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Ci fermiamo davanti a una vite che oltre a dare uva si è fatte vita per altro accogliendo la crescita di un finocchio selvatico.

Questa parte di terra è chiamata Elisi, dovrebbe essere la più vocata per questo tipo di vino.

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Questo è l’ultimo acquisto.
Sono sempre piante molto vecchie.
È quello che serve per il vino che voglio fare.

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Prima di tornare a casa e assaggiare i vini dalla cantina, Giovanni mi fa vedere dove ha lavorato per trent’anni con i fratelli. L’officina dove ha aggiustato motori e pezzi meccanici e fatto andare la sua passione per la velocità e le corse di auto.

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Prima di tornare devo passare da Paolo a prendere un coltello che mi sta facendo per un amico.

Entriamo nel laboratorio che Paolo sta seguendo con meticolosa attenzione il lavoro alla lama. Un odore di polvere, ferro, acciaio lungamente sfregato come pietra focaia.

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Sono pezzi di unicità e accurata fattura di uomo artigiano. Precisione come precise e attente le parole di Paolo.

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Beviamo un bicchiere poi ti do il coltello che ho finito.

Usciamo dal laboratorio e Paolo alza una serranda accanto: la sua cantina.
Qui quasi tutti hanno un pezzo di vigna e fanno Cannonau. Così bevo il mio primo bicchiere di Mamoiada 2014 che ancora sta fermentando. Un senso di viola dolce e fresca e giovane.

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Se chiedi a un sardo cosa gli piacerebbe avere forse ti risponderebbe questo, un coltello.

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Mentre Paolo prova la lama su un foglio di carta che si apre come burro ci raggiunge Francesco. Anche lui ha una vigna e anche lui ci versa il suo vino dell’ultima vendemmia. Qualcosa di metallico e ferroso dentro il bicchiere.

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Finalmente nella cantina di Giovanni.
Assaggiamo il moscato secco.
Mi sento rinfrescato dalla natura minerale e sapida di questo vino che Giovanni vinificava anche come passito facendo appassire le uve direttamente in pianta.

Poi la botte del rosato che ha interrotto la sua fermentazione rimanendo con un leggero residuo zuccherino senza nulla compromettere.

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E arrivano i rossi.
Il Barrosu.
È un vino che senti subito importante.
Che porta lontano i pensieri e non concede loro di fermarsi ad un significato, che li fa andare per la via della complessita’ e li confonde su piani e dimensioni diverse.

Un vino.che ha imparato a stare in piedi da sé grazie agli anni che ha nelle radici, all’acidità e al disfacimento granitico che si porta dentro in un impressionante equilibrio di aerea leggerezza e potenza alcolica.

Un’esperienza di bellezza e amore di natura.

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La riserva Franzisca si rivela ancora più profonda e si allunga sotto la superficie mostrando possibilità ed espressioni di senso e significato non chiuso.
Come parole e linguaggio, come la distanza tra due punti che separa e unisce al tempo stesso, mi ritrovo con il vino che sta viaggiando dentro di me e il viaggio che quel vino mi sta facendo vivere. Entrambi luoghi, il vino di vigne, io stesso di nomadi asili, entrambi distanze che separano e uniscono, uniscono e separano ma in fin dei conti distanze da percorrere assieme.

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29 aprile – Terra, mani, frammenti Deperu-Holler

Un pezzo di agnello messo su delle stecche di legno con una manciata di sale e null’altro che due ore di forno.
Un pezzo di Sardegna che si sveglia così la mattina e prepara accogliente per gli ospiti attesi un sapore animale di terra propria.

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Un paese che ha in sé una storia sprofondata chissà dove, che sale i gradoni di pietra vulcanica dei nuraghi e può sorvegliare con sguardo rituale le distese fin verso le montagne e il mare, che scende gli stretti scalini bianchi di pozzi sacri celebrando azioni e ricongiungimenti con le forze sotterranee della natura divina.

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Paese di curunzones, di ricotta e scorze d’arancia chiuse dentro una sfoglia di pasta tra l’amaro, il salato e il dolce.

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Paese di un’erba che accoglie con leggerezza e rispettosita’ le spoglie sacrificali di una creatura strappata anzitempo alla vita dalla volontà ospitale e generosa di un uomo per un banchetto dove lasciare scorrere le fatiche e farsi comune commensale di festive condivisioni.

Terra di mirto.

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Una casa dove giocano bambini che hanno unito i propri nomi e per nominare un vino. Francisco e Iara, i loro sorrisi e il sorriso di Fria, il Vermentino della vigna di famiglia.

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Mutamenti improvvisi che dall’alto del cielo portano in basso luci pacificanti a realtà che possono riaccendersi e in certo modo riidratarsi nella fresca stagione prima dell’arsura.

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E sempre scorgere in un punto sopra le cose, in una sua sommità di guadagnato privilegio, la maestosa quercia che pare bastare a proteggere il tutto con le sue ombre e la sua sagoma che oltrepassa il tempo e il pensiero presente sprofondando l’immaginazione verso mitiche radici sospese tra sopra e sotto.

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Guardare le mani entrare nella terra e frugare tra le alte erbe cresciute in un giorno di pioggia e cercare una giovane vite, i suoi germogli, con il fiato sospeso ché basta un sospiro fuori di posto a strapparle di dosso le braccia e i piccoli tralci ancora ingenui e fragilissimi.

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E una volta liberata la vite dalla natura contigua respirare assieme a lei una ritrovata sensazione di ampie possibilità e di compimento futuro.

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Sentire nelle estremità di un corpo la ruvida e grezza materia che ci è sotto e che sotto ci è stata da sempre con tutta la sua gravità e fertilità in attesa di mani e di cure. Portarne dentro il quasi dolore tra pollice e mignolo, tra l’unghia e la vena pulsante fatica, portare dentro il peso di una terra dura e contratta come ora è la mano.

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Risvegliarsi con la vita che attraversa un albero e i suoi aranci e sa raggiungerti ancora giovane nell’illusione o nella speranza di una nuova giovinezza.

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Andarsene dopo un’ultima cena.
Una supa cuatta, una semplicità di pane e formaggio e brodo di teste maiali.
E un sorso di rosso Familia della vendemmia passata, che scende sabbioso minerale e metallo, felice compagno di cibo e di allegro umore dello stare assieme. Che balla a preideru dicono in questa terra, nel senso che le cose calzano a pennello…come sparare ad un prete.

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E allora arrivederci Tatiana, Iara Francisco e Carlo. Sarà bello portarvi ancora dentro lungo questo viaggio d’Italie da riscoprire, di bellezze lì pronte ad esplodere e farsi gentili con gentile accoglienza e umanità.

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27 aprile – Il vigneto, il monte Ruiu e i tre arcobaleni

Sì parte per la vigna dopo un caffè.
Il corpo ringrazia di muoversi su e giù per i filari di Cannonau, di piegarsi a cercare i polloni da staccare dal legno del cordone speronato, di pulire e alleggerire la pianta di vite che già esprime una condizione esuberante.
Dopo i giorni di festa tornare al lavoro tra il ronzio delle api e il frusciare dell’erba alta che incontra il passo continuo dell’azione.

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La vigna c’è ma sembra nascondersi tra gli alberi e le montagne qua e là nel territorio senza mai dare l’impressione di uno sfruttamento o una forzatura dell’uomo. Qui a Perfugas non si parla di monocoltura. Anche camminandole le strade del paese non si incontrano mai ettari vitati che scorrono uniformi davanti agli occhi. Anzi, dai bordi delle vie si possono raccogliere rafani e carote selvatiche, i fiori blu della borragine ed erbe coste e mangiarseli, anche, così al momento, in un incontro di freschezza.

Non è noia il guardarsi intorno, è un raggiungere possibile di squarci che si aprono senza bisogno di spingere porte o liberare catenacci…il mondo è lì che aspetta e che cresce a modo suo, indisturbato si offre al respiro della vista partecipando con libertà di forme e colori al metabolismo della vita.

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E segue a muoversi e a girarsi avvolgendosi tra le pieghe del cielo che si allargano o si serrano assieme alle ombre della realtà e alle loro distanze apparenti.

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E ciò che cresce non fa altro che crescere e andare nell’unica direzione conosciuta al momento dell’inizio.
Dritto e instancabile movimento che attraversa le intere stagioni e gli anni con ripetuto contrarsi e distendersi fino a naturale compimento.

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E ciò che cresce lo fa con il suo tempo.
Un tempo di vite robusta di Cannonau che già ha formato grappoli e intenzioni, di erba verde che sale verso il ramo, di cielo che promette pioggia e di terra spinta da un istinto primordiale ad innalzarsi al di sopra dei mari.

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Il monte Ruiu, il suo interno corpo di roccia rossa, la sua compattezza, pare passare nelle fatture di un tralcio di vite.

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Sì continua il lavoro nel vigneto sopra le case del paese, le uniche che si possano vedere in mezzo ai verdi distesi ovunque.
Andrea, il padre di Carlo, arriva a raccogliere fave.

Passa da me più tardi che ti mostro il mio laboratorio.

Con piacere.

Qualche goccia timida e insicura scende a rinfrescare l’aria riscaldata ad ogni modo da un sole nascosto solo in apparenza.

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In cantina assaggiamo le tre barrique di Oberaia dove il vino riposa da più di due anni. Ritrovo la piacevolezza di un frutto che si fa amarena calda dolce a amara ad un tempo e nonostante i tannini verdi ed allappanti e la piccola riduzione sento che il tempo lavorerà per una buona crescita.
È un vino che necessita attesa per portarsi a compimento, o almeno a iniziare da un compimento.

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Uscendo dalla cantina per chiamare un’amica mi accorgo come la natura non necessiti di un temporale di primavera per farsi bella e vestirsi di arcobaleno. Le poche gocce cadute distrattamente sono bastate alla terra e al cielo per costruire un ponte di sette colori e legarsi e abbracciarsi per un momento fatto di trasparenze e di caducità. Il terzo arcobaleno del pomeriggio. Come se terra e cielo riscoprissero un sentimento di legame e di benessere condiviso.

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Glielo si legge in faccia a questo pezzo di mondo tale entusiasmo e benessere condiviso.
Dall’alto in basso, dal basso in alto, indistintamente gli occhi trovano spazi in cui si lasciano andare

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Ci fermiamo a casa di Andrea.
Carlo gli chiede due bottiglie da assaggiare.

Hai ancora il 2007 e il 2008?
Si, dovrebbero esserci, vediamo.

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Le prime due bottiglie di Oberaia.

Prima di aprirle Andrea mi mostra il suo piccolo laboratorio dove incide e lavora il corallo e l’avorio.

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Poi assaggiamo i vini.
Sento il caldo della stagione 2007.
Una potenza che è insieme ruvida e benignamente rustica. È una felice emozione che di scioglie senza andarsene via.
Il 2008 ha una freschezza e una acidità più marcate. Meno potente in alcol, più elegante in bocca.
I due vini confermano la bontà dell’uvaggio e la sua durata nel tempo, la sua bellezza evolutiva.

Andrea assaggia e mostra un volto compiaciuto poi come se niente fosse torna a togliere le fave dal baccello.

Ognuno pensa ad una cosa.
Ognuno cresce a modo suo.
Il vino, quello, è un arcobaleno che una volta sparito dal bicchiere resta dentro come legame e condivisione di cielo e terra, di uomo e uomo.

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25 aprile – Perfugas, vigne, fave e trippa

È una ripresa lenta al risveglio dalla festa di San Giorgio.
Ai tempi dell’università chiamavo questa stato di cose il giorno dopo.
E anche il sole pare allentato, sonnolento lassù in un cielo dalla luce svogliata, attutita; i suoni appartengono alle lontananze, i pensieri vengono e se ne vanno via senza fermarsi e mettersi a fuoco.
A differenza di allora c’è che la testa sta lucida e nessuna nausea infastidisce il corpo e lo spirito, rimane ancora una leggera ebrezza che intorpidisce i sensi senza stressarli o indebolirli.

Oggi andiamo a raccogliere un cesto di favette in vigneto. Un po’ di insalata e ci mettiamo a posto.

Direi che è un’ottima idea Carlo.

Prima ti faccio vedere il vigneto dove sto costruendo la cantina, quello vicino al lago.

Poca strada dal centro di Perfugas e siamo già in mezzo al verde tra colline di alberi e montagne di rocce rosse.

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Il vigneto, l’uomo, il suo sfondo.
Sono paesaggi che si ripetono senza ripetersi nel paese che dimentica e svilisce le proprie bellezze e le fatiche di gente che prova a restituire con la forza e la costanza un’identità.

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Un’attenzione e un amore per la materia e la sostanza dove passano vita e lavoro insieme.

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Ci sediamo un attimo al tavolo tra la vigna, l’acqua di un lago e le montagne che osservano e proteggono la propria terra più in basso.
Carlo mi parla della cantina in costruzione e della tranquillità che darà anche al vino una volta terminata.

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Sarà uno spazio che vivrà in mezzo al vigneto e il vino potrà riposare meglio, con più consapevolezza e serenità.

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Lasciano il vigneto tra il lago e la montagna e ci spostiamo a quello vicino a Perfugas per raccogliere fave per il pranzo.

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In mezzo ai filari oltre che alle fave crescono piselli e finocchio selvatico.
Basta stendere in basso la mano mentre si cammina per respirarne dal palmo profumi di spezie e abbinamenti culinari.

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Qui il terreno è più sabbioso e nella sabbia pietre che sbattute l’una contro l’altra danno l’impressione di un colpo di pistola. Polvere da sparo.

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Be’entrule.
Almeno credo si scriva così.
La trippa.
Il piatto che ha unito l’Italia in tempi di povertà e di semplicità.
Dopo il pranzo a base di fave fresche e gustose Carlo prende le trippe che il padre ha curato e messo via per una possibile cena.
Poi apre un vino del 2006.
Un taglio Oberaia fatto con uve Cannonau, Muristellu, e chissà cos’altro.
Ma più o meno questo sarà il prototipo del suo Oberaia, Cannonau e Cabernet Sauvignon.
La trippa è delicatissima e il vino di una freschezza e profondità che fanno scordare la potenza dell’alcol, che fanno pensare avanti.
Lento, adagio, un pasto a misura di essere umano che non potrebbe mai diventare più veloce di quello che è. Non ne avrebbe senso.

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24 aprile – Perfugas e San Giorgio

Anche la più lunga notte senza sonno può trovare conforto e rinfrancarsi quando, finito il mare e ricominciata la terra, la prima luce di una stella calda attraversa il cielo e le sue nuvole con la debole forza di una fiamma di candela e ti mostra la bellezza del mondo per quello che è, senza fine, senza inizio.

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Sardegna è un’aria che incontra la pelle e si posa e si ferma lì, un soffio di benvenuto umido e salato che entra nel circolo della vita, nel respiro ininterrotto di andate e ritorni.

Addentrarsi nei boschi che circondano una strada di asfalto solitaria, sovrastata da tanta natura e dal rumore grave di un motore che arranca intimidito e stanco.
Passare da un mare di acqua a una distesa di verde fatta di macchia, profumata di Mediterraneo.

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Da Olbia, i sugherifici di Calangianus, e tornanti, serpenti che girano attorno ad una bassa foresta di Gallura, Luras, Tempio Pausania.

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Carlo mi sta aspettando alla stazione dei bus. Un passaggio di bagagli e un caffè poi proseguiamo oltre la Gallura, verso l’Angola Perfugas.

Hai sentito il dialetto di Tempio? Non è come il sardo. È corso, come nei piccoli centri abitati sparsi sulle montagne di qui.
Piccole fattorie e campi seminati attorno e qualche vigna.

Passiamo per un tratto di strada i cui margini di erba sono stati bruciati dalle mani dell’uomo che vi ha gettato la chimica del progresso.
Quest’annoci siamo messi tutti assieme noi contadini e siamo riusciti a fermare l’Anas che altrimenti avrebbe sparso Glifosate per tutto il territorio. L’anno scorso non c’erano api e le vespe sembravano impazzite, drogate sui grappoli della vite.

Perfugas. Casa Deperu-Holler.
Saluto Tatiana, la moglie e Francisco e Iara, i figli mentre Carlo taglia della pancetta e del lardo e qualche pezzo di pane sardo. Poi apre una bottiglia di Fria, Vermentino 2014.
Profumo di agrumi e frutto tropicale in un sottofondo minerale vulcanico. Tutto si esprime senza note forti, in sottile divenire, giovane, con prospettiva, con qualcosa da dire. I suoi 14 gradi si spandono in buon equilibrio senza concentrarsi e appesantire la beva.

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Alla festa di oggi ho portato l’Oberaia, che è il vino che ho dedicato a San Giorgio, Cabernet Sauvignon e Cannonau. Lo assaggeremo.

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E così oggi è giorno di festa a Pejfugas.
Ci si prepara per andare nei campi accanto alla chiesa di San Giorgio e al nuraghe ancora in piedi dopo millenni di storie. Una festa tra sacro e profano, tra la cultura del Santo e quella dell’antico rituale di un popolo.
Cammino guardando camminare uomini donne bambini verso un punto, un luogo dove non ci sono luci abbaglianti che si accendono e si spengono, nè musiche assordanti o suoni elettronici.

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Nell’aria il profumo forte dell’asfodelo.
Con questa erba puoi curarci le scottature, le ustioni della pelle.
Mi dice Tatiana.

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In mezzo ad un campo di erba la chiesa del ‘400 dedicata a San Giorgio.

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Sulla volta in alto una piccola raffigurazione dell’uomo che ha ucciso il drago.

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Intorno il paesaggio quieto dell’isola, oggi senza vento, il suo odore pungente di resina che sale da sotto quando il piede calpesta il suolo.

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La carne di pecora sta bollendo da più di tre ore in una grossa pentola.
I cuochi me ne fanno assaggiare un pezzo che tagliano ancora fumante e mettono in un piatto di plastica.
Tenera e intensa.

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Altre persone preparano piccoli pesci di mare da mettere sulle braci.

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Qualcuno apre il vino del proprio vigneto e lo condivide con orgoglio, lo versa agli amici.

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Mi chiamano alla tavolata dove hanno iniziato a portare la pasta cotta nel brodo di pecora e condita con una buona mano di pecorino.
È una esperienza nuova e felice, un piatto da gustare con il pane fino alla fine e chiederne un altro chè il primo se n’è andato così come è arrivato.

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Sull’etichetta di Oberaia le sagome della chiesa e del nuraghe. Una giovinezza ancora verde nei tannini ma che si sposa a meraviglia con la grassezza del cibo e restituisce al palato un nuovo equilibrio da cui ripartire con un altro boccone.

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Dimenticavo che in questa terra l’uomo ha sempre il proprio coltello appresso.
Oggi lo vedo tagliare pane, formaggio, fare a fette la carne e piantarsi nel legno del tavolo quasi a mo’ di monito.

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Quando arriva la carne il padre di Carlo mi chiede se può scegliermi i pezzi da mangiare. Lascio fare, mi affido a chi sa cosa è meglio mangiare.
Lascia perdere il grasso, mangia la carne attorno.
All’inizio seguo il consiglio, la carne attorno al grasso è davvero squisita poi non resisto ad assaggio anche la parte grassa. Si scioglie in bocca con piacere e bontà e il sorso di Oberaia l’accompagna con armonia e giustezza.

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Accanto a noi ci invitano a bere il vino di Luras, un nebbiolo sardo.
Un aroma che non avevo mai incontrato prima. Pungente e dolce allo stesso tempo. L’uomo prende dalla tasca il coltello e ci taglia un pezzo di pecorino e qualche fetta di Porceddu.
La crosta del piccolo maiale è qualcosa di divino e i sapori stanno tutti insieme senza alti o bassi come a rispettare una bella continuità, una buona forma.

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Ascolto la cadenza che fa cantare questa lingua che si mischia a tratti di spagnolo, di francese, di patua’ e di chi sa che cosa. Poi mi alzo, ringrazio e mi avvicino alla chiesa. Mi guardo intorno alla ricerca di un posto dove stendermi in un sonno ristoratore. Perché no mi dico. Perché non salire sul nuraghe e cercare riposo lassù.

Dove c’è un nuraghe c’è ne sono altri due e se ci sali sopra li puoi vedere da qualche parte all’orizzonte.

Così dicono in questa terra. Dicono anche che il nuraghe è un centro di energia.

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Arrivato davanti alla costruzione cerco un punto da dove salire. Con calma e attenzione, un passo alla volta, ciabatta su ciabatta raggiungo la sommità.
Cerco con lo sguardo gli altri due nuraghi ma vedo solo montagne e cieli, mi stendo sulle pietre e chiudo gli occhi e vado via per un tempo indefinito chissà dove mentre la festa continua a versare vini e a cantare la lingua di un popolo antico.

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È notte quando torniamo a casa.

Il cielo stellato che ricordavo bene ma che a guardarlo mi incanta ogni volta tanto limpido e definito e vicino.

In macchina Francisco e Iara cantano un pezzo dei The Clash.

21 aprile – La Vallarsa e Eugenio Rosi

Dove sono? In quale paese si trova questo enorme buio che mi circonda? 

Svegliarsi è anche bellezza che disorienta. Non trovare per un attimo l’identità che abbiamo lasciato in prestito al sonno e spostare i confini del sé sopra una terra che è già passata come parte del viaggio, in un tempo che è improvvisazione e allucinazione.
La ragione può solo restare a guardare impotente, persa ma forse serena.

In bocca risuona ancora l’energia del vino bevuto e ci vuole un attimo a tornare sul sentiero.

Esco in strada e cammino per le strade del paese prendendo come viene la via, senza direzione, così la mattina si fa poco a poco risveglio e nuova attesa.

Bevo un caffè, un altro, finisco la moka che la zia di Eugenio mi ha preparato in cucina poi mi metto seduto fuori dal portone ad aspettare.

Metti le cose dietro che andiamo a vedere il vigneto di Vallarsa.

Sapevo che Eugenio mi avrebbe portato anche lassù, in quella terra che è già montagna e che ieri abbiamo soltanto sfiorato con lo sguardo e l’immaginazione allungandoci a seguire quel magro dito che c’è la indicava.
Lo sentivo dalla sua voce che pronunciava il nome della valle con timbro di prospettiva e appartenenza come fosse un luogo di origine.

Lungo il tragitto ci fermiamo dove le cose hanno avuto inizio. Il primo vigneto di Eugenio. Merlot e Cabernet.
Camminiamo tra i filari, io scatto qualche foto e lui osserva le piante, si avvicina a loro, toglie qualcosa dai tralci.

Vedo già quanto lavoro che c’è da fare nei prossimi giorni, anche l’erba da tagliare…

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La vita si è messa in marcia e bisogna prendersene cura.

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Saliamo verso la valle detta Vallarsa.
È una valle stretta, a V profonda.

Guarda dove sono i vigneti. Un tempo mi han detto che arrivavano fino in fondo dove c’è il torrente.

Un pezzo di terra che sale quasi in verticale verso il paese e il cielo. Devono essere stati uomini pieni di forza e di volontà a vivere questi luoghi.

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Siamo quasi a 800 metri di altitudine.
Ci fermiamo davanti a un pezzo di terra che Eugenio ha comprato, l’unica terra che si possa dire di proprietà. Ora non ci sono altro che erba e sassi ma da come Eugenio la guarda parrebbe esserci altro.

Qui dovremmo costruire la cantina.
L’idea è quella di venire a viverci.

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Vicino, il vigneto di Chardonnay e qualche filare di Nosiola e le vette delle piccole Dolomiti e aria di montagna e suoni che risuonano con eco prolungato e libero.

Ah non ti ho detto quello che è successo nel 2008. Io stavo vendemmiando le altre uve e avevo chiamato un amico per chiedergli di controllare lo Chardonnay.
Lui mi dice se lo sto prendendo in giro, che uva non ce n’è e che mi son dimenticato di aver già fatto vendemmia lassù. Allora sono salito e in effetti mancava tutta l’uva, solo a tratti era rimasto qualcosa. Ho capito che erano stati i cervi e ho messo una recinzione per l’anno dopo.

Gli chiedo se il vino che fa porta dentro il suo vissuto di equilibri-squilibri che cambiano di momento in momento nel percorso di ricerca che a oggi non si è ancora fermato.
Mi risponde che sì, che il vino è anche l’uomo che lo fa, le cose si accompagnano.

Poi suona il telefono. Dalle parole e dal tono che capisco che sta parlando con Tamara.

Siamo qui in montagna…
Tu sei in mezzo al traffico della città?
Starei qui tutto il giorno…

E sorride, sì, il sorriso gli esce sulla bocca e sule guance e sugli occhi.
È bello vedere un uomo felice sulla terra che ha scelto di lavorare.

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Sulla via del ritorno, sopra uno dei tornanti le ultime viti piantate, una varietà autoctona resistente.

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Scendiamo a Rovereto dove mi aspetta il treno. Ci stringiamo la mano e sarà alla prossima volta…

…penso ai suoi vini, a come accoglieranno i nuovi vissuti di un futuro possibile equilibrio fatto di Vallarsa e montagna.

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“Nasciamo, per così dire, provvisoriamente, da qualche parte; soltanto poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascere dopo, e ogni giorno più definitivamente”.
                                               R.M.Rilke

20 aprile – In Trentino, Eugenio Rosi

Ho visto passare l’ape, la regina, ma resto fermo dove sono, mentre i miei compagni la seguono con impaziente desiderio di fuchi. Sono tutti lì a darsi un gran da fare, ognuno al posto suo.
Avverto un senso di scomodità, di incomprensione per ciò che sono come se qualcosa o qualcuno mi chiamasse a far altro.
Volto le ali all’alveare e mi lascio andare nei boschi in un volo solitario e di natura ribelle alla ricerca di una terra felice.

L’aria passa veloce e qualcosa mi batte addosso. Biglietto. Certo, il finestrino aperto e il capotreno che sta passando per il vagone.

Salorno-Trento è meno di mezz’ora di treno ma a volte i sogni fanno così in fretta a prendere posto dentro l’animo che bastano loro a farti vivere il concetto della relatività.
Un fuco…

Trento, corsia numero 7, autobus per Calliano, ore 15:10.

La valle scende verso Rovereto.
Io sto aspettando che l’uomo che è salito con me mi faccia segno di scendere. Passano i paesi, i cartelli con i nomi, passa anche Calliano.
Guardo l’uomo e lui mi dice che gli dispiace che si è scordato…

Scendo alla prima fermata di Volano, il paese successivo e chiamo Eugenio.

Nessun problema, vengo a prenderti subito.

Sono paesi che avevo visto solo di passaggio senza mai fermarmi.
Mentre parlo con Eugenio mi accorgo del fascino che si avverte ad entrare in un paese che non si conosce, nelle sue strade e nella disposizione delle case, nel movimento delle persone.

Ci fermiamo davanti ad un palazzo antico che accoglie sulle mura disegni di stemmi con animali e simboli e parole latine e anni.

Questa è la cantina. Almeno, una delle cantine. Ne ho un’altra dove imbottiglio il vino. Sono entrambe in affitto. Andiamo dai che te la faccio vedere.

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Dentro c’è Tamara, la moglie, che sta sistemando alcuni cartoni e altre cose all’ingresso. Sembra di stare in una vecchia farmacia, una drogheria. C’è un banco in legno e degli alti scaffali pieni di piccoli cassetti e di ripiani.

Non abbiamo spostato nulla. Tutto è rimasto come allora, vedi qui sotto, è il punto dove la gente si fermava davanti al banco. In terra un vecchio parquet con il segno del tempo, nel punto indicato è come se qualcuno fosse passato e ripassato per anni prendendosi il colore e la pelle del legno stesso.

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Nella sala dove sono accomodate le bottiglie, sopra l’ultima fila un affresco del ‘400. Sullo sfondo è dipinto il paese di Calliano e si vede il tratto di Adige che arriva a Rovereto.

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Saliamo le scale e attraversiamo un’ala del palazzo che parrebbe ancora abitata. Qui ci abitavano ma ora non c’è più nessuno. Gli oggetti, le porte, i dipinti sui muri parlano ancora con una voce che sa farsi sentire e i colori, ne sono certo, sono ancora caldi a toccarli.

Usciamo su un terrazzo che da sul castello Beseno e sulle colline circostanti. Le costruzioni in basso danno un’idea di come l’architettura abbia saputo allontanarsi dalle armonie dei palazzi e della natura. Basta guardare in alto e attraversare con l’immaginazione le valli che si intravedono, seguirne i prolungamenti.

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La stanza all’interno accoglie le uve del Marzemino che dopo la vendemmia vengono messe in piccole cassette e lasciate a riposare per qualche tempo.

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Scendiamo gli alti scalini che ci riportano al pianterreno, mi volto ancora una volta a respirare l’atmosfera che pare rimasta così com’era anni e anni prima.

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All’angolo del corridoio scendiamo altre scale e da lì arriviamo al cuore della cantina.
Qui c’erano le caldaie del palazzo.
La sala caldaie, uno spazio da dove si propagava il calore per l’intero edificio.
A vederlo oggi quello spazio sembra essere stato fatto per una sola cosa.
C’è una misura di bellezza, un est modus in rebus come avrebbe detto Orazio, un senso di intima protezione.

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Beviamo un bicchiere di Anisos.
Ho iniziato a far vino nel 1997 quando ho preso in affitto un vigneto di Cabernet e Merlot dal mio datore di lavoro.
Fino ad allora avevo sempre lavorato per la cooperativa del territorio. Lì ho anche affittato lo spazio per l’imbottigliamento.
Poi ho dovuto cercare un’altra soluzione, quella dove attualmente imbottiglio, ma anche lì l’affitto lo rinnovo di anno in anno.
Sul piano in legno che poggia sul legno di due botti una cartina dove sono segnati i vigneti di Eugenio. Uno, due, tre, quattro, cinque luoghi diversi.

Inizio a capire qualcosa della persona e del suo vino. Qualcosa che ha a che fare con gli equilibri che di volta in volta vanno rimessi a punto e con la fragilità da una parte e la volontà forte dall’altra.

Tra poco arrivano degli altoatesini che vengono per vedere i vigneti e assaggiare il vino, ma non ricordo a che ora, speriamo che almeno il giorno sia quello di oggi.

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Sì, il giorno è quello giusto.
Suonano alla porta della cantina.
Quattro sul furgone di Eugenio e altri quattro in auto e partiamo per il primo vigneto.

Rovereto. Villa de Eccher.
Cabernet Franc.
Ci stiamo avvicinando al tramonto e approfitto per una ripresa e qualche fotografia. Eugenio parla del vigneto e di come lavora la vite qui, gli altoatesini sono attenti e camminano per i filari osservando come le piante sono state potate e in che modo sono cresciute.

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Risaliamo verso Noriglio a quasi 500 metri di altitudine. Alla nostra sinistra si aprono le valli di Terragnola e di Vallarsa e in fondo a questa la neve del gruppo delle piccole Dolomiti.
È un dito affusolato, magro e stretto come le valli intorno, che si posa nell’aria leggero ad indicare con vissuta consapevolezza le direzioni, i versanti e le terre quasi a mescolarsi assieme ed essere una sola cosa.

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In basso il vigneto di Pinot Bianco.

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Dalla parte opposta della strada sale un sentiero che conduce alla Nosiola e al suo divenire ormai manifesto e rigoglioso. Il posto è pieno di buone energie, ci si sente bene e lontano dai rumori e dalle velocità cittadine.

È una zona ricca di fossili.
Salendo ancora ci sono muretti abbandonati e vigneti che il bosco si è ripreso.

Affascinato dal luogo inizio a camminarci sopra e mi allontano senza chiedere e senza dire. Dopo un tempo indefinito e relativo come il sogno sul treno sento Eugenio che mi chiama per tornare alle macchine.

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Mentre ripercorriamo la strada verso Calliano parlo con il ragazzo altoatesino che mi siede accanto. Anch’egli è un produttore di vino di Appiano. Abraham Weingut.
Mi piace la sua delicatezza e i modi gentili con cui mi chiede del mio progetto. Gli chiedo che vino faccia e mi parla di vecchie vigne di Pinot Noir e Pinot Bianco.

A Volano il vigneto del Marzemino, la pergola modificata da Eugenio per garantire una maggiore illuminazione alla vite e qualche filare allevato a guyot.

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Avete visto la terra.
Ora proviamo a vedere come sono i vini.

La prima bottiglia è Anisos 2012 fatto da Nosiola, Chardonnay, Pinot Bianco.
Ho deciso di fare questo bianco macerando le uve dopo aver conosciuto e bevuto i bianchi del Friuli. L’ho chiamato Anisos, vuol dire diverso.

Una profonda mineralita’ e una discesa sapida e fresca che tiene svegli e di buon umore i sensi. Un bell’equilibrio di uve che si esprime anche nelle annate 2011 e 2008 nonostante la diversa percentuale delle uve.
Nel 2008 non c’era Chardonnay poi vi racconto cosa è successo.
Gli uomini dell’alto Adige sono attenti e non sputano una goccia di vino.

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Riflesso. Un vino rosato ma solo nel colore. Ci vanno a finire tutte le vinacce delle uve sin rosse che bianche.
Del maiale non si butta via niente.
Pare che anche nel vino funzioni questo detto. Non è certo scarto quello che sto bevendo ora. Ha una piacevolezza giovane e continua. Bevuto in estate questo vino mi sa di pericolosamente attraente. Ma pure adesso è pieno di allegria.

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Un giorno ho deciso di tagliare un albero di ciliegio e ho fatto fare una botte ai fratelli Mittelberger. Mi piace l’idea di allontanarmi dal rovere per avere botti di ciliegio e di castagno.

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Nei bicchieri scende il Marzemino, annata 2012.

I veneziani lo hanno portato nel ‘500 e qui ha trovato il suo terreno materno fatto principalmente di argilla.
Dal 1988 mi dedico a questo vitigno e per me viene sempre prima degli altri.
Quando ho iniziato usare i lieviti indigeni è quello che ha fatto il salto più grande ma è anche il più difficile da lavorare, tende a ridursi ed ha bisogno di un legno con una buona traspirazione in modo da evitare i travasi.

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Lo vendo senza il suo nome sull’etichetta.
Me l’hanno bocciato, poi mi sono bocciato da solo, ma va bene così. Non è il nome a fare un vino.

Tamara dopo aver tagliato del pane e del formaggio prende un calice e si siede ad ascoltare ciò che già sa ma che ogni volta si esprime in modo diverso come a ringiovanirsi e nello stesso tempo a confermare una posizione e un’idea. C’è anche lei nelle parole di Eugenio, c’è anche la sua voce gentile.

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Il Marzemino scende con lo spessore della materia in parte appassita.
Con la consistenza e la densità dell’argilla.

Questo è un mattone fatto da mio nonno con l’argilla delle terre dove sono i vigneti.

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Un frutto di ciliegia matura e una sensazione di pienezza che si scioglie nel palato.

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Eugenio risponde alle domande curiose di chi, con serietà, ha scelto di scendere in basso per conoscere un uomo, le sue terre e il suo vino.

Questo è il primo vino che ho fatto, l’esegesi. 80 per cento Cabernet Sauvignon e il resto Merlot.

E questo è il 5-6-7, fatto di uve Franc di tre diverse vendemmie.

Come se ogni annata portasse il suo meglio. Un vino che spinge nervoso e si placa nel breve spazio di un sorso come a ricordare da dove è nato tutto, dagli equilibri instabili e dalla volontà che deve tener a bada le distanze e
mettere insieme le diversità.

Gli altoatesini iniziano a ringraziare ma Eugenio li ferma prima che possano passare ai saluti.

Prima di andare dobbiamo assaggiare il passito.

Uve Marzemino appassite per circa quattro mesi. Un liquido dolce con una componente terrosa che si deposita e si scioglie dentro non appena oltrepassa la gola e si spande e rilascia i suoi freschi profumi che trovano ancora spazi e risonanze dopo tutti i vini bevuti.

Gli uomini del nord ringraziano.
Grazie per questo dono.
Dice Abraham.

Insieme andiamo a mangiare una pizza. Sono le 23:30 e il paese sembra deserto. I vecchi palazzi ancora più vecchi.

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Alla fine rimaniamo io e Eugenio.
Devo controllare ancora delle botti che domani passa il controllo dell’ASL.
Poi andiamo a bere una birra se ti va.

Lo osservo mentre scrive dei numeri su un foglio dove sono disegnate le botti.
Sciacquo i bicchieri.
Beviamo un ultimo sorso di 5-6-7.
Poi ci prendiamo una birra al bar rimasto aperto.
Parliamo della giornata, delle cose che sono successe e che qua e là si fanno risentire per intensità.

Ricordo le ultime parole prima del sonno, o almeno credo.

Alla fine ha ragione il vino che fai.

19 aprile – Patrick & Karoline

Sono i primi raggi del sole a svegliarmi quest’oggi. Camminano lenti sulle superfici ferme in attesa e con occhi pieni di sonno li vedo stirarsi anch’essi come a cercare di prendere forze e respiri per iniziare.

Apro le fineste del balcone, l’aria è fresca, qualche ape vola attorno all’alveare di ritorno o in partenza da una parte fiorita di bosco.
In casa la tranquillità dell’assenza.
Sul tavolo un saluto e la gentilezza di un sorriso dolce di marmellate di prima mattina.

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Mi metto al sole, fuori, seduto a leggere e scrivere qualche riflessione  e a rivedere gli appuntamenti futuri del viaggio che un tempo vedevo come una sola continuità, una freccia scoccata e libera di seguire la sua traiettoria, ma che con il passare dei giorni mi accorgo essere un divenire instabile, fragile e che si deve adattare di volta in volta alle circostanze. Tuttavia sempre libero e intriso di continuità pur nelle pause forzate o nei cambiamenti di rotta.

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Dalla strada che entra nel cortile del maso arriva una jeep con un carrello pieno di mobili. Patrick e Karoline sono qui insieme alla cucina da sistemare al pian terreno.
Una robusta colazione di mezza giornata fatta di Solaris, pane e speck e sole che si fa forte e con nuove energie si portano i mobili in casa.

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È una domenica di adagi.
Ci si concede una passeggiata.
Si potrebbe camminare per ore e in qualsiasi direzione che il bosco, gli alberi, le vecchie rocce e i verdi che disegnano la realtà sono ovunque.

A pochi chilometri da Dornach c’è la casa della famiglia di Karoline. Orti, vigneti e animali. I nostri rumori svegliano i cuccioli di maiale e il risveglio ricorda loro la necessità di una poppata.

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Quando arrivano mamma e papà ci incamminiamo per la riserva dove chi ha una mucca, una capra o una pecora può portarla liberamente e lasciarla a pascolare per i prati.

Anche qui, in questo spazio che parrebbe protetto e saggiamente custodito cresce la contraddizione dell’essere pensante, un vigneto nutrito di erbicidi e elettricità. Nessuna norma i regola a tutelare l’integrità della natura nonostante il cartello dica forte Riserva Naturale.

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Joseph incontra una delle sue mucche che ha lasciato da qualche giorno in questo verde, la accarezza e le dice qualcosa a bassa voce.

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Patrick lo osserva da lontano.

Se tiri un filo d’erba non cresce più in fretta. Questo è un detto africano che sento appartenerci. Mi piacerebbe ascoltare il rumore dell’erba che cresce perché avrà pure un rumore seppur di 0,00000… hertz.

I due camminano con un religioso andare e Molly li segue rispettosa della lentezza e del raccoglimento dei sensi.

Ci fermiamo davanti ad un quercia morta.
Hanno potato in luna piena, il giorno peggiore per potare e sono morte venti querce.
Joseph le guarda con rassegnazione.
Erano alberi vecchi.
Non sono stati rispettati.

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Torniamo a Dornach, terra di ruscelli e di rovi come sta a significare la parola.

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Con l’estrema luce del giorno camminiamo per il vigneto. Le piante del Pinot Noir hanno già messo i grappoli e tutto è pronto per salire e crescere fino alla vendemmia.
Dal sonno e dall’apparente immobilità la natura si risveglia prepotente e con entusiasmi che spingono per divenire.

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Le facce delle montagne che ci guardano si rivestono di ombre fino a coprirsi del tutto e a mischiarsi a poco a poco con il cielo.
Restiamo nell’ombra a parlare di masi, cascine e corti che come cuori pulsanti hanno preso e donato linfa alle cose circostanti, dove uomini e donne hanno sacrificato energie e dove quelle stesse energie hanno trasformato il suolo rendendolo frutto da mangiare e da bere.

Se il cuore si dissecca significa che non ci sono più uomini e donne a lavorare una natura che si riprende tutto quello che gli anni della fatica hanno costruito.

Abbiamo deciso di lavorare questo suolo e cerchiamo di alimentarci della sua materia per essere un po’ come lui, suolo noi stessi.

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Silenzio. Ascoltiamo le parole del vino.
Pinot Noir 2011.
Sottile, esile, stretto come un corpo timido e giovane che attende uno schiudersi di sogni e volontà che si porta dentro. Si intravede quello che la maturità potrà portare, la struttura solida e verticale che il tempo aiuterà a diffondersi assieme ai profumi di frutto. Ricordi di Digoine e bassa Borgogna dei rossi giovani di de Villaine.

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Il G. G.traminer.
Il primo Traminer macerato che bevo.
Una voce da passito con echi minerali e macchie mediterranee. Una voce che penetrando dentro dice altre cose come parlando in lingue diverse.
Gli aromi si fanno secchi e la parola passito è solo un ricordo che rimane nelle narici. Il vino discende portandosi il mare e una complessità di materia che sta lì a farsi sentire…anche nel sonno.

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Karoline dà il buongiorno all’orto e alle galline e al gallo e al piccolo pulcino che si muove accanto alle zampe materne.

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Le montagne si lasciano inesorabilmente scoprire dal sole.

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Anch’io mi riaffaccio dal balcone del maso di Dornach.

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Scendo a fotografare i germogli e i piccoli grappoli che saranno uva nella freschezza dela mattina.

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Cammino attorno alla casa passando da campi di mele, da pergole di viti e da alveari in fermento.

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Joseph e Patrick stanno tirando i fili tra i pali dove tra poco verranno piantate le giovani viti.

Ci ritroviamo tutti a tavola.
Agnello e spatzle.
Un bicchiere di Solaris, una delle varietà autoctone e resistenti del territorio.
Una espressione nuova che cerco di ascoltare. Rispetto a ieri già è cambiato qualcosa, l’aria ha portato nuovi sapori e percezioni. Il vino ha meno anidride carbonica e i frutti sono più marcati e tendono verso l’amaro. Una buona materia densa e viva.

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È il momento di andare, di salutare l’uomo e la donna con un abbraccio e la terra con un ultimo respiro.
E portarmi dentro l’armonia vissuta nel maso, portarmi nel cuore il cuore in movimento di Dornach.

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18 aprile – Dornach, Patrick e Karoline

Il movimento mi riprende con sé allontanandomi da emozioni di frontiere aperte, parole e ostinazioni friulane, spingendomi già verso altre frontiere di rocce calcaree e di porfido, altre terre di masi e volontà. Lo fa accompagnando il senso di malinconia e di gola che si stringe ad ogni addio provvisorio di questa vita che non vorrebbe lasciare le cose che ama e in fretta dimentica e passa oltre ad accogliere ciò che cresce e a ricercare anche nel nuovo lo stesso senso di passione e bellezza.

Pordenone, la Pedemontana, la pianura del Friuli Venezia Giulia, Mestre, Verona. Poi verso il Brennero. Rovereto, Trento…

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La valle dell’Adige si allunga verso Merano e l’Austria, potrei allungarmi anch’io e attraversare le Alpi assecondando i richiami della natura e le risonanze interiori e seguire traiettorie che si disegnano nel nulla con il tratto forte di energie primitive.
Ma oggi mi fermo qui. Sopra Salorno.
A Dornach, nel maso dove Patrick e Karoline hanno scelto di vivere tra vigneti, orti, alberi da frutta e danze di api.

Quando arrivo il lavoro della giornata è già a buon punto. Le mani e le forze stanno liberando dalle edere il muretto di inizi novecento ed il filare adiacente.
Le pecore nell’inverno hanno mangiato parte delle foglie delle rampicanti ammorbidendone i corpi e facilitando il lavoro delle mani che comunque devono metterci fatiche per strappare le radici penetrate fin dentro i blocchi di pietra.

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La casa pare un castello che sorveglia e protegge la natura al di sotto. Non ci sono ponti, ne fossati nè mura di difesa.
Il nemico, se proprio dovesse arrivare, porterebbe con sé pensieri di semplicità e armonie e attraversarebbe il campo senza impeto e intento distruttivo nella calma di ciò che gli sta attorno.

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I due ragazzi lavorano senza sosta fermandosi di tanto in tanto a guardare come procedono le cose e le forme e i colori che cambiano, poi ricominciano e prima di ricominciare si guardano come a cercare una conferma, un punto fermo da dove ripartire.

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Karoline scende dal muretto e si mette a togliere l’erba cresciuta nelle stagioni.

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Mi faccio lanciare un paio di guanti da Patrick e la aiuto a ripulire il muro in un bagno di terra che scende assieme alle piante, polvere rossa che si fa pelle nella pelle del viso e tra i capelli e nelle tasche in fondo ai piedi, nel respiro del naso che arriva fin dentro la gola. Nemmeno viene la voglia di lavarsi e togliersi di dosso lo strato vivo del tempo e del suolo.

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Patrick resta in alto a badare alla terra dove saranno piantate le giovani viti, le barbatelle.

Le vecchie pietre, gli antichi sforzi di uomini e donne di montagne ritrovano la luce del sole e un orgoglio dimenticato che risplende di fresca gratitudine fino in fondo alla valle dove scorre il fiume e passa il treno.

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Verso sud-ovest le montagne si stringono attorno al paese di
Salorno-Salurn e alla via che conduce a Trento e all’altro pezzo d’Italia.

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Terminati i lavori concediamo al viso la grazia rigeneratrice dell’acqua che ricadendo porta con sé lo strato impolverato di pelle e una parte di stanchezza.

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Saliamo verso il maso, la corte, la masseria, il cuore attorno al quale crescono le vene agricole, le diversità da mangiare, da bere, da far entrare in noi, nel corpo e nello spirito.

Proprio sotto la torre,  la casa di gallo e galline che Karoline ha disegnato e fatto costruire. Ora sono fuori, all’aperto, in cerca di cibo.

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Al tramonto accompagno Patrick in cantina per scegliere il vino da bere con la cena. Il respiro trova nuove forze e il pensiero della tavola apparecchiata con i frutti della propria terra e della condivisione distende i muscoli e le ossa come fa la luce sulle rocce tutte attorno.

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Le mostarde di albicocche e di melecotogne, lo speck, il pane secco con i semi di kummel.

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Il formaggio di capre e di mucche.

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La varietà è già bellezza solo a guardarla. E prima ancora di iniziare a mangiare si prova un senso di soddisfazione e buon umore.

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Assaggiamo i vini.
Un Riesling con un leggero residuo di zucchero che se ne scivola lungo il palato senza ostacoli di noia o pesantezza. I vigneti autoctoni resistenti propri del territorio, il bianco Solaris che risente forse della luna e porta dentro una percezione di acido lattico e anidride carbonica dovuta alla fermentazione malolattica in bottiglia.

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Il Regent mischiato con il Merlot esprime il suo frutto acido e asseconda la bevuta con rinnovato piacere.

Ma siamo tutti un po’ stanchi.
Patrick si addormenta seduto al tavolo della cena mentre io raggiungo la camera delle api che già dormono negli alveari sul balcone.
La mia prima notte in un castello.
La notte avvicinerà la bocca e mi dirà che c’era una volta…

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16 aprile – Stanko Radikon, notizie dal confine

Qui, dove passa l’acqua del fiume Isonzo, le linee immaginarie di uno o più confini cercano invano di delimitare gli spazi che l’uomo si ostina a tener separati. L’acqua seguita il suo corso e parla con la stessa voce di tempo senza tempo, indifferente alla terra, indifferente all’uomo e alla sua guerra; costretta ad accogliere corpi senza vita di soldati mandati avanti incontro a irragionevole morte, ad ascoltare gli scontri di parole straniere, a stare lì semplice specchio della storia che rimanda, ricorda, evoca.

Finché ci saranno le sue acque, finché si chiameranno ancora Isonzo, finché porteranno una direzione, sarà possibile risalire alle cose accadute e ritrovare un senso anche soltanto rimanendo fermi sul ponte a guardare  in basso.

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Stanko è con il figlio in cantina.
Hanno da poco finito di imbottigliare.

Aspetta un attimo che sistemo due cose e poi andiamo in vigneto.

Da casa Radikon, quasi al limite del paese di Oslavia, passiamo il confine di stato dopo solo dieci secondi di auto.
Sono vigne in terra slovena che guardano pendii, boschi e campanili italiani, che guardano il mare e il golfo triestino e il Sud dove adesso passa la via del sole.

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C’è un verde e una leggerezza tutta attorno all’armonia tra le cose che crescono verso l’alto. Gli occhi respirano una giusta proporzione degli spazi che si alternano tra bosco, prati e viti. Non c’è la fatica e la noia dell’uniforme, del tutto costretto. Il respiro è largo come largo per ora il mondo senza lacci, tagli forzati, appiattimento.

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La terra è un mezzo.
Se non c’è nessuno che la lavora resterà in silenzio.

Già, l’uomo e la donna hanno la capacità di farla parlare questa terra che è bassa e aspetta una mano che le si posi sopra.
Lei ti prende le forze, ti riempie di fatica, di pensieri e di bestemmie che escono fuori scaraventate contro un bersaglio invisibile e in cambio si trasforma con il passare delle stagioni, porta fiori, colori, profumi e frutti. È la semplice legge che di anno in anno segue come l’acqua di un fiume in una direzione ininterrotta.

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Un cammino, un ciclo rispettoso di tempi e di azioni. Un divenire e una possibilità che poggiano i piedi sul passato ancestrale della creazione.
Ogni radice di pianta scende dove pare impossibile e innaturale scendere, dove l’incontro tra vegetale e minerale ha in sé qualcosa di soprannaturale e divino.

Milioni e milioni di anni che si fanno dono in forma rocciosa a radici che cercano con la spontaneità di un bambino la propria strada per sopravvivere e maturare.

Stanko mi parla della marna, della roccia che si frantuma e cede le sostanzae organiche alla terra, del minerale che si fa terra.

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Tra gli strati di roccia friabile si alternano strati morbidi che paiono fango seccato al sole.
Persino le prime cose di questo mondo sapevano far di più della piatta mano di uomini moderni, si portavano dentro indelebili i segni della varietà, gli strati di una vita ricca e complessa.

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Scendiamo le scale della cantina costruita sotto la casa di famiglia.
Qui avvengono le lunghe macerazioni, le bucce delle uve fanno dono della fatica e del sudore che l’uomo e la donna hanno lasciato nei campi. Portano tonalità e colori accesi come fuochi rituali e nobili tannini che consentono lunghe vite e evoluzioni.

Ho fatto i miei errori e sono contento di averli fatti con coscienza perché mi hanno fatto pensare e conoscere meglio me stesso e la materia che sto accompagnando.

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Dalla terrazza sopra la cantina osservo il vigneto in terra italiana.
Anche qui una felice armonia di forme e di nature. Mi chiedo cosa pensassero i soldati italiani ed austriaci mentre guardavano gli orizzonti costretti a gettare proiettili verso colli, mare, sole e corpi in movento e nello stesso tempo, con lo stesso sguardo, scrivere lettere a madri e fidanzate lontane.

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Parliamo.
Cosa rappresentava il confine al tempo dei valichi che chiudevano di sera.
La curiosità e la volontà di vinificare un vino bianco diversamente, seguendo un percorso parallelo alle uve rosse, utilizzando le bucce e tutta la materia organica portata dalla vite.
La felicità dell’inizio e ciò che continua ancora a tenere svegli e attenti e curiosi i sensi e le azioni dell’uomo.

Mi piacerebbe arrivare a cinquanta vendemmie, ecco…

E continua a parlare con un tono di voce che non si alza mai, che non disturba, che rimane pacato ma forte in ogni parola che si libera nell’aria e si scioglie come roccia friabile con una vena di umiltà e di verità che si mescolano al respiro, entrandoti dentro.

Beviamo.
Jacot 2007.
Marne, mani e verità.

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14 aprile – Ronco Severo e Stefano Novello

Il più giovane oggi sono io, per questa terra che si mostra perenne sostegno di vite che crescono, salgono e nello stesso tempo scendono e vanno sotto alla ricerca di calore e nutrimento di madre. Terra solida e fragile che si spacca e si segna in linee di aride fratture, che si impregna di acque e sudori e fa sprofondare il passo della fatica e del suo passaggio; terra bella da guardare e che attende oltre quello sguardo, ogni volta implacabile, democratica e a perdita d’occhio bassa.

È abitudine che il più giovane tra coloro che se ne vanno in campagna a mettere mano al lavoro di dedichi al compito di legare le giovani viti piantate l’anno anteriore.

Facciamo la conta delle nostre primavere, tutti mi guardano sorridendo e dai sorrisi intuisco la sorte…non sarà una passeggiata che si distende  nei boschi.

Me ne scendo con i doni della giornata, un trabiccolo fatto da tre ruote, una sedia e un porta oggetti; un rotolo di filo, una forbice, una piccola zappa e un anello provvisto di uno sperone.
Poche parole, un’azione per mostrarmi come fare poi Stefano prosegue la sua strada sulle ruote grandi di un trattore ed io rimango in mezzo ai filari sulla terra e sotto il cielo.

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Prima di sedermi su quella cosa che mi ricorda un triciclo mi abbasso e appoggio il corpo sulle ginocchia e le ginocchia sulla superficie del mondo. Altre volte avevo visto l’uomo o la donna concedersi così alla natura e dialogarci attraverso azione e respiri.

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Oggi tocca a me o almeno ci provo; mi sento basso, vicino, in uno spazio di intima relazione di ascolto e di possibilità; sento la mia fragilità risuonare in quella della giovane pianta e farsi timore nel movimento delle mani che cercano di liberarla dalle erbe che la ricoprono e dalle radici che le crescono accanto.
Quasi non si vede da lontano, bisogna per un attimo abbandonare la posizione eretta e farsi più umili e meno ominidi disattenti.

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Allontanata l’erba e liberata dalle radici la guardo e indugio cosi nel tempo di unicità della prima volta.
Sarà alta poco più di dieci centimetri, alcuni germogli la accompagnano verso l’alto vestendola di freschi colori.

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Passo il filo attorno alla base e al paletto che guiderà la sua direzione, indosso l’anello con l’artiglio metallico e taglio dopo averci fatto un nodo.

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Mi rialzo e inizio il mio viaggio di lavoro a bordo del triciclo blu tra un filare e l’altro sostando nei pressi di ogni nuova vite piantata e ripetendo le azioni fatte la prima volta. I piedi spingono per traverso, è un movimento orizzontale che segue la linea dei filari, lento, a singhiozzi. Terminata  una fila torno nella posizione dell’uomo e distendo le braccia, il sole già scotta, il cane dei vicini si mette ad abbaiare quando mi avvicino al muretto di recinzione, una donna raccoglie la colza fiorita e mi saluta, le campane dei campanili vicini battono rintocchi di ore sovrapposte che si rincorrono in un gioco di armonie distorte.

Il trattore dalle ruote grandi torna dai campi. Si ferma al principio dei filari, mi aspetta per il pranzo. Risalgo la strada sterrata e sento nelle gambe, dietro le cosce, il segno lasciato da un movimento che il mio corpo non era abituato a compiere.

Laura ha cucinato il frico.
È uno dei piatti che è Friuli.
Patate tagliate sottili che cuociono e formaggio che poi si fonde e si amalgama assieme in una crosta sottile. Mi versa un bicchiere di Tocai, Friulano per la precisione, che porta una ricchezza di aroma di mandorla e di frutta tropicale e un salto di sapidità che passa il palato prima di scendere giù ad unirsi con il resto.
È caldo di sole e fresco di marne, è buon umore di un corpo solido importante ma aggrazziato che porta dentro una viva complessità…oltre al potente abbraccio del sole, un brivido di inverno della terra friulana.

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Ritorno alle giovani viti e al triciclo, al sole acceso e forte, al cane che abbaia quando mi avvicino al suo cortile.

Stefano rimane in cantina.
Più tardi la visita di persone che sono venute ad assaggiare le nuove annate imbottigliate.

Venire da me e fermarsi poco non ha senso.
E ricordo la prima volta che arrivai da lui. Alla ricerca di una bottiglia di Refosco dal Peduncolo Rosso.
Il mio incontro con un mondo diverso fatto di macerazione e di sincera ricerca, di generosità e disposizione  all’ascolto, al mettere in mezzo, sul tavolo, nient’altro che se stessi.
Allora restai impressionato dall’entusiasmo dell’uomo, dalla passione che sentivo nelle parole e dal benessere scaturito così da una fatalità inattesa e da un vino mai bevuto che di sorso in sorso apriva nuovi spazi nel corpo e fuori.

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Il lavoro in vigneto è fondamentale per ottenere un uva e una buccia che siano adatte al vino che vuole bere e far bere Stefano. La sua dedizione alla campagna è una cosa imprescindibile e nonostante tutto riesce a trovare il tempo per dedicarsi alle persone che lo vengono a trovare.

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Alle 18 mi rialzo definitivamente dalle tre ruote, cammino avanti indietro per qualche minuto per riacquistare una fluidità di movimento e posizione e salgo verso la cantina e la casa sopra la cantina.
Sul tavolo cinque o sei bottiglie e un bicchiere davanti a ciascuno.
Dopo un bicchiere d’acqua riassaggio le due annate di Ribolla, 2011 e 2012, così belle entrambe, così diverse. La più giovane è un mondo di eleganza e delicata limpidezza mentre l’altra mi affascina per la sua bellezza ruvida e grezza, in certo modo, pungente, nuda.

Si parla e si beve senza che nessuno si tiri indietro. Quando sembra che si è assaggiato proprio tutto Stefano si alza e se ne va in cantina…questo è il merlot 2007…Assaggiamo…

Apre la bottiglia e versa nei bicchieri con vigore friulano, carnico, forse.
Il vino si chiama artiul che in friulano significa l’erba che cresce nel prato dopo la prima falciatura. Il nuovo che cresce sulle vecchie radici. E il primo vino fatto da Stefano dopo che il padre Severo, mestrino di origine e ad oggi a pochi giorni dai 93 anni, mise nelle sue mani l’azienda che fino ad allora aveva prodotto vini sfusi.

‘Ndo xe ghe’ campane xe ghe’ sotane.

Disse due anni fa ad una ragazza che stava raccogliendo le uve della vendemmia assieme a lui mentre il campanile risuonava alle 10.

Severo disteso tra due filari di vite che riposa dopo aver raccolto uva e sollevato le cassette piene, questa l’immagine impressa in me.

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Al vino sono dedicati gli anni di nascita delle figlie Giorgia 2007 e Chiara 2009 e la macerazione allungata di tre mesi oltre i sei usuali per accompagnare l’intero ciclo della gestazione.
È un vino che necessita di tempo come del resto tutti i suoi vini, ma è un  vino che di può bere anche giovane come del resto tutti i vini buoni. Forse l’idea di Stefano è lasciare al vino un proprio tempo, lasciarlo fermo più a lungo, lasciare che si esprima al momento più opportuno. Ma questo sì vedrà. Sono armonie interne, equilibri di concretezze e di emozioni. Per ora beviamolo così il suo vino che come lui si concede ogni volta senza mai nascondersi.

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Sarà poi a cena in un locale di Castelfranco che si riparlerà di vino e di equilibri. La spontaneità artistica ed esuberante di Franco metterà le cose in discussione, in un ordine diverso, quella sedia dove il bambino è alla ricerca di un equilibrio sopra una terra fatta a collina, diviene un gioco dove un braccio, una mano adulta la tengono sollevata da terra.
Equilibrio raggiunto e nuova consapevolezza? O semplicemente leggerezza nell’affrontare la vita? O altro?

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Nel viaggio di ritorno in auto Stefano mi parla del suo Refosco assaggiato a cena.
Sto pensando a tante cose, a come potrebbe essere diverso ancora il mio Refosco.

Sarà un caso ma siamo ritornati al Refosco. Cinque anni fa era stato l’inizio di tutto, ora sembra concludere la giornata che preannuncia la mia partenza da Prepotto, dal Friuli.

La notte va lunga e gli occhi mi si chiudono più volte. A pochi chilometri dal Friuli ci rimettiamo a parlare ma il tempo appare lontano già preso da una incosciente forma di sonno.
E poi succede.
Succede che percorriamo uno degli ultimi rettilinei prima di arrivare a Prepotto e ci appare come venuta dal nulla la presenza immobile e fantastica di un corpo-anima fatto fantasma.
Un animale, uno spirito di capriolo.
Se ne sta fermo sulla linea bianca di mezza via. Ci guarda mentre gli scorriamo a fianco veloci e noi guardiamo lui come se fossimo fermi entrambi. In quell’attimo eravamo una sola cosa, una stessa direzione, un equilibrio.

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12 aprile – Mattino, pomeriggio, sera, notte e ancora mattino a Prepotto

Attraversare questo paese non è soltanto passare da regione a regione, superare lo scolastico tratto continuo del confine o il colore assegnato dall’atlante De Agostini sulla pagina dell’Italia politica. Non è nemmeno guardare quell’altra Italia detta fisica, i monti e le pianure e i fiumi.
È sentirla questa gente che parla con accento e tempi diversi come se portasse dentro un ritmo e una partitura impressa da generazioni arcaiche; è guardare i tetti delle case, il colore dei calcinacci, la forma dei pani, la direzione dei venti, i vecchi fermi alla finestra, le scritte sui treni…

Verso i Colli Orientali del Friuli la ferrovia diventa autonoma per quel breve tratto di una quindicina di chilometri che separa Udine da Cividale. Dal finestrino la grava del Tagliamento e le Alpi Carniche.

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Stefano si ferma davanti alla stazione.
È tanto che aspetti?
No, no sono arrivato da pochi minuti.

Bagagli in macchina, un abbraccio e via si va a Prepotto dove aspettano il vigneto e il lavoro.

C’è sempre qualcosa da fare, sta sicuro.

Lo dice con un dire friulano che non ha niente di lamentevole, niente di esagerato. È un tono quasi scherzoso e un’espressione che ogni volta nasconde il buon umore e la disponibilità.
Sono, del resto, parole nude, che descrivono una realtà concreta che si hanno sotto gli occhi e si respirano quando si rimane per qualche giorno in campagna a dare una mano dove si può. E nonostante tutto, Stefano va sempre oltre quelle parole, si mette ad ascoltare il primo venuto che gli chiede qualcosa e che vuole sapere come sono i suoi vini o come lavora la terra e l’uva raccolta.

Arriviamo a Ronco Severo, la cantina, la casa sopra il paese. Attorno sono colline e colline e un fiume che fa da confine con la terra slovena e boschi e vigneti. C’è ancora un equilibrio tra il tempo della natura e quello dell’uomo, almeno si percepisce dalla densità delle cose costruite dalle mani e da altre che le mani non potranno mai costruire perché mortali.

Saluto Laura, la moglie e ci sediamo per il pranzo con chi ha lavorato stamani la terra piegando e legando i tralci di vite.

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Si ritorna presto al lavoro. Si torna alla campagna o si scende in cantina per preparare il vino da spedire. Etichettare e mettere le bottiglie nei cartoni. Oggi resto in cantina a dare una mano.
La guardo la nuova etichetta che si incolla sul vetro ed ogni volta mi parla in modo diverso mantenendosi asciutta e semplice come uno stimolo che fa partire, qualcosa che accende l’immaginazione, che ha dentro di sé più di quello che mostra.

Oggi ci vedo un bambino che è salito  su di una sedia di legno e di paglia alla ricerca di un desiderio.
E il desiderio è così forte che non importa al bambino se corre il rischio di cadere, nemmeno ci pensa che la superficie dove appoggia la sedia non è piana e che la sedia traballa e si inclina.
La spontaneità del gesto lo aiuta, la volontà di raggiungere qualcosa al di fuori della sua portata lo tiene in equilibrio.

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Torno dalle nuvole dell’immaginazione.
Andiamo a portare il vino che deve mettersi in viaggio oltre oceano.
Attraversiamo una terra di confine.
Terra di Udine, Gorizia e Slovenia.

Ci fermiamo a salutare Stanko che oggi sta imbottigliando con il figlio e la moglie parte del suo vino.
Nei bicchieri versa una Ribolla fatta dalla vendemmia ’99. Sedici anni di vino, un corpo ancora attraente e fresco. Profonda e piena di passione. Mi viene, in mente mentre la bevo l’amaretto morbido di Sassello in Liguria, e non solo…altre cose, altri mondi.

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Parlo a Stanko del mio progetto e gli chiedo se possiamo vederci uno di questi giorni per lavorarci assieme.
Potrebbe essere giovedì, chiamami giovedì mattina che ci mettiamo d’accordo.

Restiamo ancora un poco, la durata di un bicchiere di vino, di un tai, come si dice da queste parti. Credo che sia un modo tutto friulano per esprimere il concetto della relatività del tempo.
Il tempo di un tai, un taglio, è un tempo di socialità e condivisione che va oltre il tempo del dovere o della quotidianità, della fredda abitudine. È un momento sacro in questa terra d’Italia Dove le parole vanno dritte per la propria strada come devono andare. Se qualcuno ti invita a bere un tai, ti invita mettere delle cose in comune e nello stesso tempo ti apre la soglia di casa, un pezzo di cuore friulano.

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Prima di andarcene Stanko fa una corsa in cantina ed esce con due bottiglie. Prendi, non prendi, ma dai, ma no, la prossima volta, alla fine le appoggio sul sedile del furgone e passiamo a scaricare il vino.

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Diciamo che la probabilità di fermarsi per un tai, è abbastanza alta in questa parte di terra, soprattutto se si sta s contatto con chi il vino lo fa e ci lavora.
La Ribolla di Stefano, vendemmia 2011 ha una bellezza interiore di ruvida e calda materia. L’uva è maturata a modo suo e le bucce hanno portato nel liquido una sensazione di contatto che senti di continuo sulla lingua come se a berlo questo vino portasse con sé oltre a ciò che si è spremuto, le sue parti fatte di carne e di ossa.

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Sono vini che rendono pacifico il pensiero. Danno il giusto senso di lentezza e di rallentamento e allo stesso tempo mantengono la mente lucida e in stato di prontezza.

È un sonno che si lascia andare senza freno. Hai nel corpo il viaggio, il movimento, la campagna, le parole di gente generosa e il loro vino. Non serve null’altro alla notte per farti dormire e te ne vai così con un senso di gratitudine per tutto.

E il risveglio ti riporta in campagna, oggi a piegare e a legare i tralci potati e a tirare i fili tra i pali del vigneto.
Prendo confidenza con la fragilità di una pianta che si lascia piegare e che sembra spezzarsi ogni volta che la pieghi. Sento tra le dita delle mani la vite che mi si concede e che si affida alla mia sensibilità e la piego con delicatezza un po’ alla volta, la sistemo nel filare e la lego.

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Sono azioni nuove che ho solo visto finora e che farle mi mettono fin paura.
La paura di sbagliare, la paura delle cose mai fatte, la paura di se stessi.
Sono azioni chei mettono in relazione con la natura e mi fanno scoprire una possibilità di me che ancora non conoscevo.

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Il caldo di questi giorni si vede ad occhio nudo sui tralci. I germogli si stanno allungando e quasi si vedono le forme dei prossimi grappoli d’uva.

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Stefano lascia il trattore.
È arrivata gente in cantina.
La sua generosità nel fare le cose, il suo donarsi costante e concreto alla terra e alle persone.

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Al ritorno dai campi il sole quasi sbiadisce tra le colline. Il vigneto di Tocai riposa sulla sommità sopra la cantina di Prepotto.

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I tralci e i germogli possono proseguire il proprio cammino aspettando la mano dell’uomo e il calore della luce di un prossimo giorno.

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Tempo di un tai. Di parole e di pensierI che trovano e si accompagnano alla forza di un vino che pare un essere anch’esso fatto di corpo e di anima.

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I contorni delle cose si fanno netti tra un chiaro e scuro che si mette come un confine senza però separare ma tenendo assieme alberi erba pali di legno e terra.

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Prima di pranzo andiamo a trovare un amico che ci invita a bere un tai.
Una fetta di salame, un pezzo di formaggio e una voce friulana venuta su dalla terra robusta e sincera.

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Da qualche parte, l’alpino.
Uno dei simboli di questo Friuli di montagne e di terra al confine.

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Ripenso al bimbo che cerca di raggiungere il suo desiderio salendo su di una sedia e cercando un proprio equilibrio. Potrebbe anche essere un vecchio quel bimbo che non farebbe differenza. Sarebbe comunque un uomo che si porta dentro il bimbo che era e che risente il desiderio di una volta e che ci prova ancora a stare su quell’equilibrio o almeno a cercarne uno nuovo. Basta che sotto ci sia terra e che dall’alto la si possa ancora vedere e respirare e toccare con la forza di un ricordo.

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11 aprile – Matej Skerlj, parole nei boschi e una cena di amicizie

Resta, forse, l’ombra degli alberi che si muove nel sole portandosi appresso il bosco intero in un incedere di danza lento, quasi impercettibile; restano i sentieri che si incontrano al bivio e chiamano alla scelta tra fedele abitudine e irragionevole improvvisazione; resta il sentimento di abbandono di un modo di essere e la straripante febbre che annuncia la possibilità di ripartire da un punto, chiudere gli occhi, girare su se stessi e prendere un verso.

Oggi è un verso che seguo non curante del tempo che passa, lasciandomi dietro l’abitudine di ieri, una direzione che so, allontanarmi dalla meta pensata e comunque portarmi.

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Gli alberelli del Carso a braccia distese  nell’attesa di un abbraccio o nella posa concentrata di un’estasi meditativa che respira all’unisono aria di mare e rosso di terra.

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Accanto, le forme naturali di una geometria indipendente dall’essere umano venuta su da un seme portato dal vento, sbocciata in perfezione numerica di colori e proporzioni.

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Esco dal bosco, esco da Sgonico dove comincia la strada dura e grigia di terra e catrame e calore e rulli compressori.
Ripen Piccolo, Stazione di Prosecco, Prosecco…un ultimo rettilineo di marciapiede e poi la strada napoleonica detta vicentina in onore del costruttore.

Sulla destra in basso il mare.
Alla sinistra i muri di roccia dove mani nervose cercano appigli a cui aggrapparsi e procedere in verticale fin dove si può.

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L’amico Rolando mi raccontava un giorno, al ritorno dalla Francia, del suo vissuto di arrampicata.
L’emozione dell’attesa di una notte trascorsa in auto sotto la parete da scalare. L’aria che entrava nelle narici intrisa della materia calcarea, basica, gessosa, vulcanica, dolomitica…storica…della roccia e i profumi degli arbusti e dei fiori che nella roccia mettevano le radici, e il ricordo di un vino fatto di uva minerale anch’esso roccioso.

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Opicina, quasi al confine. Un verso da seguire per una prossima partenza.

Alla fermata del 42 una giovane donna mi chiede se aspetto l’autobus per il confine.

No, torno a Prosecco ma il confine è laggiù, ci si può andare a piedi.

C’è confine e confine, il mio è un po’ più lontano del tuo e non posso andarci a piedi. Ma qui cambiano sempre le cose, sembra che qualcuno non voglia farci arrivare di là…vuoi una sigaretta che facciamo passare il tempo?

No grazie, possiamo parlare, mi piace parlare del confine.

La giovane donna tace. Guarda avanti e respira un pezzo di tabacco. Poi si alza e mi fa cenno che deve andare.

La prossima volta.
Magari dall’altra parte del confine.

Attraversa la strada, sale alla stazione del tram per Trieste e ci sale.

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Scendo alla fermata di Sales.
Fuori dall’agriturismo Matej sta ancora portando piatti e vini ai tavoli stesi sotto il giorno di sole del sabato.
Lo saluto passando e mi siedo a leggere qualche pagina di Rilke dopo il lungo cammino e gli incontri nei boschi e nei paesi.

Immenso dev’essere il silenzio, in cui tali rumori e movimenti hanno spazio, e se si pensa che a tutto questo si aggiunge ancora la presenza del remoto mare con la sua voce, quasi fosse il più intimo tono in codesta preistorica armonia, vi si può solo augurare che lasciate operare in voi fiducioso e paziente la solenne solitudine, che non potrà più essere spogliata dalla vostra vita, che in tutto quello che vi attende da esperimentare e da compiere opererà come un influsso anonimo continua e sommessamente decisiva, quasi come in noi senza posa si muove il sangue dei nostri avi e si compone col nostro nella cosa unica, irrepetibile che noi siamo a ogni curva della nostra vita.

Gli avventori se ne sono andati.
Matej mi dice che ora ha tempo per fare due parole sulla campagna e sul vino.
Ci incamminiamo verso i vigneti cantati dagli uccelli del tramonto.
Seduto sulla pietra del Carso con gli occhi che cercano dentro i volti e le fatiche di un passato che lo ha fatto nascere, Matej parla con parole di solida materia venute su da una volontà sentita fino al midollo.
Dedicarsi con buona parte di sé stessi a volte non basta, ci si deve mettere con tutto quello che si ha a disposizione.
È il rispetto di quello che ci si porta in eredità nel sangue fatto anche dagli avi.

Appare serio Matej. Lo sguardo duro, la voce severa. Ci vedo dentro gli sforzi e le fatiche fatte di preoccupazioni per gli investimenti, gli inizi di un lavoro, le mani e i piedi a contatto con la terra e la vite, il sudore che scende e le febbri, i raffreddori, i mal di gola…

Ci sono anche le soddisfazioni e la felicità, le vendemmie e il vino che si beve e che dice sono qui anche grazie a te…ci sono gli amici che ti danno una mano, c’è una cantina scavata nella roccia, c’è l’idea di famiglia e c’è un sorriso che ricopre di spontaneità e sincerita il volto di Matej come fosse un uomo Terrano.

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La sera ci raggiunge e nell’attesa della cena bevo un piccolo bicchiere di bianco fatto di Vitovska e Malvasia che prepara la bocca e l’animo al cibo.

Stasera aspetto Stefania.
Non ci vediamo da dieci anni, da quando eravamo a Torino a studiare parole, letteratura e modi di scrivere con penna, macchina da presa, voci.
Ci eravamo affidati ad una scuola per cercare di capire quale forma dare alle nostre energie di espressione.
O forse eravamo ancora alla ricerca di altro, dentro e fuori di noi e non certo di una scuola.

Eccola arrivare insieme ai compagni di Trieste. Chi arriva dalla Polonia, chi dalla Puglia, chi dalla Calabria, chi da terre catalane e venete, l’unico triestino ha sangue istriano e slavo, insomma tutti da Trieste nessuno di Trieste…

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La cena si accompagna al vino rosso del Carso, alla Jota, all’orzotto con porri e salsiccia, ai cevapcici, ai crauti e alle patate in tecia. Ripercorriamo i dieci anni delle nostre vite, le cose successe nel mentre di questo tempo che pare essere passato al di sotto di noi, in disparte.
Matej si aggiunge al tavolo e apre una bottiglia di Terrano del 2007. Come può invecchiare bene anche questo vino fatto di essenzialita’ sincera, maturare anch’esso come un bimbo che calma la sua natura irrequieta.
Un anno di bellezza e di equilibrio.

E si continua a parlare con l’entusiasmo e la curiosità di chi ancora vuole conoscere la storia dell’altro.
Si versa il vino dove il bicchiere lo richiede e ci si guarda negli occhi, ci si scambiano sorrisi e le solitudini si confondono fino quasi a dimenticare la propria fatale esistenza.

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10 aprile – Matej Skerlj, voci carsiche e incontri d’osmiza

A scuola ho sentito parlare di fiumi detti carsici che scorrono al di sotto di letti asciutti portando sotto la pelle della terra acque e linfe che sono vita. Leggevo di fiumi che l’occhio non poteva vedere e questa assenza apparente era per quei tempi di piccolo uomo una voce che raccontava fiabe di grotte e di tesori nascosti, un’assenza che si faceva sanguigna fantasia, vena e linea informe di vitale immaginazione.
È bastato un solo giorno di Carso perché la sua voce sotterranea mi attraversasse l’anima con l’umiltà di un fiume notturno e il sogno facesse vacillare la forma che mi hanno fatto prendere gli anni restituendomi un’energia inattesa, nascosta dentro, in attesa di essere ridestata.

E risollevarsi dal sonno è un sorriso che se ne frega dell’immediato, che prende quel che c’è senza pensieri aggiunti, con la gratitudine della bellezza nascosta nella semplicità di una mano che si alza e si muove di qua e di là per salutarti.

Stamane si va a vedere una vigna piantata un anno fa che ha bisogno di essere risollevata di quel poco che basta a darle aria e sospiri nuovi.
Matej e il padre Justo accompagnano le cose con la calma e il tempo necessario.

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Le giovani piante possono ritrovare ossigeno e spazio e luci diverse mentre le radici continuano a scendere dentro il sottile strato di terra rossa e oltre, nelle rocce del vecchio mondo, in cerca di cibo e di voci che le raccontino una storia o un sogno per farla crescere.

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Il movimento dell’uomo è una giusta lentezza fatta di attenzioni che si possono dire affettive, materne. È un cammino che tiene le cose che si stanno facendo con occhi, mani, testa.
A guardarlo mi pare di restare in apnea per tanta delicatezza e necessità di precisione.

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Dopo la vigna il lavoro si sposta nella casa ristoro a preparare l’accoglienza per il fine settimana che si avvicina, con nuove e fresche provviste che dalla cucina e dalle griglie passeranno nei piatti degli ospiti tra i pranzi e le cene.

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Sono gesti che mi ricordano l’infanzia quando aiutavo nonno Gino a fare le salsicce. Allora io giravo soltanto la manovella che muoveva lo stantuffo del cilindro dove veniva pressato il macinato che usciva da un imbuto ed entrava nel budello e ci rimaneva insaccato.

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Anche se ci sono spezie diverse, gli odori sono quelli dei ricordi. Lo stesso prurito al naso quando il pepe viene messo sulla carne. Lo stesso senso di freschezza pungente nel vino mescolato all’aglio.

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Sono gesti fluidi che scorrono ora indipendenti come due fiumi distinti ma che in passato si sono toccati e l’uno ha trasmesso all’altro l’arte di come scorrere da solo…

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…di come trovare l’equilibrio e la misura…

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…la giusta lunghezza dei cevapcici.

Piatto di origine serba fatto con carne di maiale e manzo macinata insieme con spicchi di aglio crudo e spezie.

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Dopo pranzo mi metto in cammino e seguo un sentiero che entra nei boschi del Carso. Ai fianchi le pietre messe negli anni dai pastori che si prendevano cura dei campi.

Nel verde della primavera la terra rossa della vigna fa sentire la sua energia e invita a prenderla tra le mani o a gettarsi sopra per stendersi in un sonno e ascoltare cosa ha da dirci, che storia nasconde di dentro.

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I sentieri si dividono tra gli alberi che crescono accanto alle rocce dove il confine è dettato da una linea che non si vede, pure essa carsica.

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Matej torna dall’incontro con i produttori dell’associazione carso triestino.
Quest’anno si è preso l’onere di fare da presidente oltre che lavorare in vigna e a casa in agriturismo…e a breve diventare padre.

Stiamo organizzando Mare Vitovska e ci sono tante cose a cui pensare…

Tre anni fa venni in Carso per questa significativa manifestazione dove vignaioli del Carso italiano e sloveno si incontrano e fanno conoscere e bere il vino fatto da una delle varietà del territorio…la Vitovska, appunto.

Quest’anno sarà il 5 e il 6 di giugno accanto al mare nello splendido spazio del castello di Duino. Una esperienza che merita di essere vissuta. Camminare per i giardini del castello e per i suoi perimetri adiacenti al mare e fermarsi all’ombra con un amico per parlare e bere un bicchiere di Vitovska fino al tramonto. Ascoltare le voci del Carso.

Adesso possiamo andare che ti porto a vedere gli altri vigneti.

Il vigneto più vecchio è cresciuto a pergola, latnik, in sloveno.
In passato era il modo che si usava per ottenere dalla vigna una buona resa, il vino veniva venduto sfuso, e tra i filari molto distanti l’uno dall’altro venivano piantati ortaggi e quanto occorreva per il sostentamento.

Ora la forma di allevamento sta diventando ad alberello carsico.
Le nuove piante che sono al primo anno cresceranno così.

Siamo a poche centinaia di metri da Sales, la località di Sgonico dove Matej e la famiglia  sono nati. Le case sono vicine ma non si vedono, nell’ultima luce del sole siamo circondati dai boschi e da piccoli vigneti, vecchi muretti e colori profondi anch’essi che portano sotto…

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Andiamo a mangiare qualcosa all’osmiza.

E chi dice di no?
Entrare in un osmiza è vederlo questo fiume nascosto che scorre sotto la roccia lungo grotte sotterranee.
Entrare in un osmiza è vederlo questo confine dettato da una linea, sentirlo nelle voci degli uomini e delle donne che si raccontano con felicità e condivisione.

Un luogo di tradizione rurale vecchia e radicata fino all’osso dove il contadino secondo una legge che appartiene ai tempi dell’impero austro-ungarico ha la possibilità di aprire la propria casa e vendere vino, uova, salumi e formaggi per un dato numero di giorni consecutivi dell’anno (in passato erano otto, oggi possono essere anche due settimane in base alla disponibilità di vino e cibi).
Se un osmiza è aperto, gli altri osmiza del paese non possono aprire.

Arrivano i salumi, prosciutto crudo, pancetta, lonza, prosciutto e pancetta cotti alla brace, peperoni e pomodori sott’olio e una caraffa di Vitovska con due bicchieri di piccolo duralex made in France.

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Una misura perfetta per un bicchiere di vino che può stare nel palmo di una mano. E berlo questo vino come fosse qualcosa che la mano intera può stringere e abbracciare.

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Parliamo di come le cose semplici dovrebbero essere apprezzate e della bellezza di stare in questi luoghi di comune incontro e vera condivisione.
E penso a come sono gli spazi di incontro nelle altre regioni d’Italia, lo penso mentre il Terrano fa il suo giro nelle mie profondità portando il suo colore che è sangue e la sua terra che è aspra.

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Bevi una grappa prima di andare?

Andiamo al banco dove l’uomo ci versa negli stessi piccoli bicchieri una grappa bianca e forte. Ma non è ancora tempo di andare, ci sono sempre incontri qui nell’osmiza…è o non è il fiume nascosto che sale in superficie di tanto in tanto e che quando sale rivede e saluta i compagni di viaggio?

E allora Vitovska e buon umore di gente che sa stringersi fin dentro le vene e vivere con generosità.

La generosità di un ultimo bicchiere di sangue per scendere insieme nella notte.

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9 aprile – passaggio a oriente, verso il confine, verso il carso

Vo’. La fermata del bus e Alfonso che mi fa compagnia fino alla ripartenza.
Nello zaino una bottiglia di Vecchie varietà 2013 e un mondo fatto di due giorni trascorsi nei colli Euganei.

Saluto lui, Sara, Giulio e i genitori e il resto. Una volta chiusa la porta è un viaggio dritto fino alla città, fino al piano continuo, a via Ciamician, via Cernaia, via Milano…i giardini dell’Arena, il piazzale della stazione e la gente in ressa che attende un biglietto…
…Padova.

Si riparte dalla città con prospettive di confine che si sentono appunto al confine della giornata…lontane, ancora.

Osservo i sassi piatti tra le due linee parallele dei binari nei luoghi di cambio e attendo l’impaziente arrivo.
Mestre…Portogruaro…Latisana…le donne di Latisana, un breve ricordo di Hemingway e della guerra…Monfalcone, Sistiana e il carso…
Le rocce ai bordi delle stazioni e l’aria dura…

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Matej arriva a prendermi con ancora addosso il lavoro della campagna da capo a piedi. Il volto colorato di sole e le parole fatte di essenza, di quanto basta come in  cucina per le ricette…

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Ci fermiamo nel vigneto dove è stato appena preparato il terreno per le mille nuove giovani vite di Vitovska.
Fatte a pezzi piccoli le rocce e ricoperto il suolo, così lavorato, da uno strato di terra rossa del Carso, messi i pali e sistemate le barbatelle.

C’è una cosa che mi succede quando mi trovo a guardare questa parte di mondo e a camminarci sopra.
Lo conosco, so più o meno cosa aspettarmi e la natura che incontrerò, i suoi colori, il suo vento, e tuttavia ogni volta è come se l’orizzonte mi facesse perdere l’orientamento e smarrire un punto di riferimento, il mare…
…e ricominciare da capo, cosi, senza il mare, appunto.

Non lo so quanto c’entri la roccia che si divide tutt’intorno lo spazio tra gli alberi, che risuona dentro per qualsiasi mio passo, come un’onda, come un secondo mare.

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Vitovska sopra l’acqua del mare e un mare di roccia e terra rossa come lenzuolo e un mare di aria libero di scegliere le forze e le direzioni.

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Mare, roccia e aria che si fanno vino.
Vino che sa raccontare un paesaggio come un quadro espressionista dei giovani pittori cantati da Rilke in Worpswede. Materia che spalma i colori friabili della realtà e li allunga verso imprecisi infiniti.

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L’austriaco Jorg. Il suo uvaggio che porta una brezza di Riesling, la sua roccia e i suoi vestiti. Stiamo in continuità di sensazioni elettive che si tengono per mano senza ruvidita’ e gelosie.

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Osservo i volti che stanno al tavolo.
Ci vedo tratti scolpiti nella durezza di una materia ancestrale e così vedo le parole che escono come se uno scalpello da dentro le staccasse dalla gola.

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Alla fine chiedo se si ha voglia di assaggiare la bottiglia che Alfonso mi ha dato per il viaggio.
I volti rispondono senza parlare.

Anche Vecchie varietà si unisce alle affinità elettive. Nonostante la sua parte alcolica inferiore sostiene l’intensità raggiunta dai compagni grazie alla fresca sapidità e alla spinta fruttata delle uve. Una bella armonia tra i tre vini.

Possiamo anche andare a dormire.

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8 aprile – Monteforche, ultimo bicchiere di Punk

Prima che sia l’alba mi risveglio in mezzo alla campagna sul monte che chiamano delle forche, il gallo e il cinguettio e l’aria quasi fredda.
Dentro rimane il tepore della stufa e sul tavolo una bottiglia di succo d’uva che mi aspetta e mi aiuta a riaprire le imposte dell’anima.

Agostino arriva che io sto facendo due passi per il vigneto tra la luce bassa che attraversa le forme esili del bosco. Qualche parola stretta di veneto, qualche ricordo lontano finché arriva anche Alfonso.

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Il padre lega le piante di vite con tralci di salice e mi dice che bruscare nel suo dialetto vuol dire potare e io gli rispondo che bruscare, nel mio, di dialetto, vuol dire scivolare, cadere e ci guardiamo un attimo come per memorizzare i due diversi significati di una stessa espressione, l’inevitabile complessità.

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Ti te conosi el ragù de cinghiale?
Si, l’ho mangiato tempo fa, buono.

Alfonso mette in tavola una barbera e un merlot 2013 e ci sediamo di fronte ai genitori con il piatto colmo.
È una Barbera dei colli Euganei che parla una lingua asciutta senza durezze con tono di voce fresco di giovane donna spensierata. È una voce che annuncia e prepara l’ingresso del compagno che nonostante il corpo e la struttura più robusta segue la via slanciata e leggera della freschezza e dell’eleganza.
Una coppia armonica benché di tre gradi distante. In equilibrio sulle essenzialità di una terra che sa donare sapidità e proteggere dal calore eccessivo.
Il piatto di pasta, quello, non serve dirlo…

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Ritornare al vigneto con il sole caldo della primavera, lo spirito che si è fatto leggero  di vino e le azioni da compiere, il dialogo con le piante, lo sprofondare fatale nei colori.

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Torno alla campagna che cresce attorno alla casa dove nacque Agostino per raccogliere qualche immagine con il sole che torna ad occidente.

Le vecchie viti nella forma detta a cappuccina o doppio capovolto sembrano prepararsi a qualcosa di importante e sacro che ha a che fare con l’aria.
Le mani dell’uomo hanno dato loro le sembianze di creature animate alle prese con un commovente volo che vorrebbe staccarsi davvero ma che rimane per terra a continuare un sogno ininterrotto.

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E nel sogno qualcosa cresce e sale verso l’alto in cerca di luce.

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E anch’io mi unisco all’immaginazione.
Vedo in lontananza atolli e mari padani e vulcani di isole del sud e la vigna di Robinson Crosue.
Mi piace pensarla così.
Lui e Venerdì che si bevono un bicchiere mentre guardano il loro tramonto.

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Nell’ultima luce che sembra sempre la più calda e che dona al sorriso la pace dei gesti compiuti e del raccoglimento interiore…lì le ombre si uniscono ai corpi, le une ascoltano il linguaggio degli altri…lì qualcosa che pare dire non serve altro, può bastare così almeno per un pezzo…

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E arrivare in cucina con il respiro rasserenato e avvicinare le mani al cibo, seguirne la sagoma, toccarne il colore, aprirne i segreti e leggerne le trame. E tagliare, mettere insieme, mettersi insieme in una relazione che accompagna e digerisce ciò che è nato, cresciuto e che è stato staccato senza cattiva intenzione dalla terra.
Uova, radicchi, germogli di primavera, carni insaccate e vini di Garganega, Franc, Serprino, Moscato…

L’annata 2013 si rivela dentro di me felice in ogni vino di Alfonso. Sebbene le varietà diverse ciò che accomuna è una sostanza fatta di materia profumata che scivola via lasciandosi toccare dai sensi con piacevolezza e con continuità di rinnovate voglie.
Da una parte la mano di chi ha fatto il vino, dall’altra il vino che ha restituito la sua dimora senza nascondersi…tra i due e fuori dai due la terra.

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Dopo cena scendiamo a Vo’.
Alfonso si ferma nel piazzale del campanile e della chiesa e di una vecchia scuola abbandonata.
Scende e toglie il lucchetto da un cancello che nasconde il buio.
Al di là non ci sono vigne che dormono in pianura, né botti o contenitori per il vino. Soltanto un’aula dove adolescenti provinciali hanno guardato la lavagna con la distrazione e la fantasia che spingeva da dentro gli occhi.

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C’è una chitarra, un basso, una batteria e una voce che canta parole italiane in un’ espressione che è punk.

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C’è una passione che segue i contorni di una passione ricalcando alcune linee e tracciandone di nuove. Contaminando e facendosi contaminare.

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Perché il vino è un modo e la vita non deve restarci ferma.

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7 aprile – Colli Euganei, non solo un’idea

E scopri che le cose erano davvero così vicine e che bastava un soffio di curiosità frammisto a volontà per raggiungerle, sollevare un incudine e far galleggiare un sasso.

O forse dovevo aspettare questi tempi per avere occhi che guardassero le realtà con il passo incerto di un uomo cresciuto e ancora appiccicato all’ingenuita’ di un bambino.

Sono promontori simili a piccoli vulcani che ere dopo ere si sono sollevati dalla terra. Un incanto di vita-natura che attendeva un arrivo.

Stare qui è lanciare un grido disteso verso la tavolata di una pacifica pianura padana, volgersi e prendere l’aria e i colori dell’aria che vengono dai colli Berici, dai monti della Lessinia, dalle Dolomiti.

Dovevo arrivarci oggi qui.
Ecco.
I colli Euganei.

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Alfonso è in vigna che sta potando.
Il padre Agostino lega le piante e dopo avermi salutato mi chiede
Che lingua parli?
L’italiano, ma ho vissuto sei anni a Padova e…
Ciò, te parli un pocheto e capisi…
Sì sì un, pocheto…
Ben ben…

Faccio due passi per il vigneto e mi guardo attorno poi aiuto a togliere i tralci potati e ascolto i silenzi fino all’ora del pranzo.

Il Serprino lo conoscevo dai tempi dell’università. Ce lo versava Mirco nella sua bettola tra i canali di Padova. Era l’ultimo locale che restava aperto di notte e l’ultima tappa di studenti vagabondi. Non ho sapori e ricordi corporei di quel vino soltanto una leggerezza fruttata simile ad acqua mista a succo di frutta.

Alfonso mi versa un bicchiere di Serprino rifermentato in bottiglia.
Una semplicità da bere che con il passare del tempo fa arrivare la sua delicatezza minerale senza voler essere di più di quello che è riequilibrando di volta in volta di boccone in boccone il palato.

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Facciamo un giro nel resto dei vigneti dell’azienda Monteforche.
Alfonso ha recuperato alcuni vitigni del territorio che vinifica a parte sotto l’etichetta di vecchie varietà, sono la Cavarara e la Pataresca.

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Ci troviamo a quasi duecento metri di altitudine e tutt’intorno spuntano i coni di un ancestrale movimento tellurico e nel mentre trasudano i legni e i tralci della vite.

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La casa dove viveva la famiglia allargata. I nonni, i fratelli, i figli…e i vigneti accanto. Il pensiero di passare la notte qui in mezzo alla storia di guerre e di contadini mi rimette l’animo in movimento e in attesa di sogni.

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Ancora deve scendere il sole.
Lo sta aspettando l’immensa pianura nella sua pazienza di terra orizzontale.
L’intensità dei contorni rivendica la propria identità ovunque l’occhio si posi. E non c’è una supremazia, tutto porta in sé l’equa legge della natura e la fisica della luce e dei corpi riflessi.

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Allo svanire del giorno non mi stanco di indugiare il passo e il pensiero, di camminare e tornare indietro a riguardare da capo il mondo scoperto da poco.

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Gli ultimi raggi scendono fin dentro le radici affondate negli strati di roccia che si sono alzati insieme a tutto il resto e sono diventati colle.

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Non c’è forma più paziente di una terra fatta pianura che fino all’estremità del giorno pare spremere le ultime gocce di luce per illuminare cielo e cose al di sotto del cielo.

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È tempo di sera, torno verso la casa vicina.
Alfonso sta cucinando, sul tavolo un pacchetto di bigoli.

Dividiamo il cibo e il vino e nel mentre tocchiamo con le parole la vita come ci appare e come ci ha preso dentro.
Parliamo di vino e dei colli, del padre di Alfonso che negli anni settanta faceva un vino bianco artigianale come si fa oggi, sulle bucce, senza chiarifica e filtrazione, sincero e attaccato a quello che la terra è in grado di esprimere.
Ma parliamo tanto anche di cinema e di musica e di passioni e di retroguardia.

Non mi piace parlare molto. Alle fiere non ci riesco, faccio fatica. Le cose dovrebbero uscire da sé mentre le si fa e non a comando.
Credo che i miei vini siano un po’ come me, chiusi, veneti, ma sono loro che dovrebbero parlare e nessun altro.

Mentre beviamo un bicchiere di Boaria, fatto con uve Carmenere, gli dico che tanto chiuso poi non è questo vino.
Già, è vero, mi è costato un grosso sforzo farlo così.
Lo bevo ancora questo grosso sforzo e ci sento una sottilezza che si spiega dentro la bocca senza fretta e senza pesantezza o corposità o grandezza.
Se ne sta sulle sue come timida ma sempre presente a farsi ricordo e sapore e alla fine se na va in punta di piedi lasciando un ultima ombra, un ultimo raggio che si allunga paziente e orizzontale come giù nella pianura dove ora si è fatta la notte e sono salite le stelle.

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Quelli erano i nonni. Dormivano tutti insieme, sopra, nella camera dove starai stanotte.

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Quando ci salutiamo e salgo le scale faccio il conto di quante persone dovevano starci per la notte.
Sette, otto…
Qualcosa dovrà pur entrare nei miei sogni, mi dico. Per adesso ci sono entrati i colli e le storie raccontate a tavola e la vita presente concreta e che attende un nuovo risveglio.

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6 aprile – Di quando si cercava una felicità diversa

Stella. Un giorno ci nacque Sandro che nell’estate del ’82 più volte si alzò da dentro lo stadio spagnolo per festeggiare Rossi, Tardelli, Altobelli, la Nazionale sudata di fatica e impresa.

Stella. Un paese nell’entroterra savonese circondato da boschi e attraversato da notturni caprioli curiosi che vede in fondo in fondo il mare, in disparte.

Qui sono venuti ad abitare Nicola e Sara.
Sono cinque anni che non li vedo, da quando ho fatto ritorno da Madrid.
Nicola lo conobbi all’università di Padova, all’inizio del secondo anno accademico, avevamo vent’anni e le scarpe piene di entusiasmo e inquietudini.

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Frequentavamo allora le lezioni di Sociologia di Ivano Spano e i seminari dell’amico Mario Bolognese. In aula eravamo sempre ben pochi nonostante la marea degli iscritti per l’esame finale.
C’erano concetti e parole che per la prima volta mi facevano respirare largo, filosofi, storici delle religioni, psicologi del profondo e un accenno continuo alla complessità delle cose e al dubbio alle  incertezze mascherate da scienza esatta.
E si poteva parlare, c’era quel clima di serenità e voglia di mettere idee e corpo. Mi sentivo a mio agio e mi sentivo chiamato all’espressione da una spontanea volontà che ci accomunava durante quelle lezioni.

E le sere si usciva per le piazze ancora piene, si salivano alti gradini di vecchi palazzi per entrare da porte socchiuse di appartamenti in festa, si andava in bicicletta per le vie a senso chiuso, si pisciava nell’acqua dei torrenti prendendo confidenza con la luce di una nuova alba.

Poi venne una sera diversa.
Non so cosa c’era nell’aria, non avevamo di certo bevuto oltre modo né fatto uso di altre cose strane.
Ci trovavamo semplicemenre in una festa, i soliti bicchieri di plastica, le solite bottiglie di superalcolici, le solite birre, la solita musica, le solite luci, la solita tanta gente e il solito tanto vuoto.
Non ricordo come successe, se fu la mancanza di aria a farci uscire fuori o se fu la vita a chiamarci all’appello.
Io, Nicola, Claudio, Angelo e Francesco.
Decisi nell’idea di camminare fino ai Colli Euganei.
Che ore sono?
L’una.
Beh se partiamo adesso possiamo arrivarci per l’alba, ci beviamo un bicchiere di vino dei colli, poi torniamo con un bus e andiamo a lezione.
Certe cose non serve nemmeno dirle.
Quando si condividono entusiasmi e leggerezze basta una parola e uno sguardo per essere già in cammino.
E la festa sgretolata alle nostre spalle nemmeno cercava di trattenerci, nemmeno potevano raggiungerci i suoi latrati di musiche indistinte oltre i volumi.
Avevamo la strada tutta per noi.
E il silenzio della notte che faceva ombra alle nostre parole.
La luce dei lampioni che man mano proseguivamo per la campagna si faceva indefinita e corpuscolare tanto era compenetrata dalla nebbia che saliva dai canali.
Forse fu Claudio che disse andiamo verso i colli. Ma credo che quel desiderio o quel sogno stava lì, ci abbracciava e ci teneva uniti quella sera, passava da uno all’altro di noi fino a uscire fuori e una volta fuori fu riabbracciato e cercato da tutti.
Si trattava di camminare una ventina di chilometri. Muoversi dalla città alla campagna alla ricerca di un qualcosa, di un discorso appena iniziato, di un modo diverso di stare insieme, di una parte di noi, di un bicchiere di vino versato da un contadino alla prossima alba…
Parlavamo a coppie o a tre o tutti assieme e le parole e le voglie di tener vivi i discorsi e i colli che forse si stavano avvicinando ci proteggevano dalla severa e penetrante umidità dell’inverno patavino.
Non si parlo’ mai di direzioni o del territorio dei Colli.
Una volta avviati e partiti dalla città con l’idea di arrivare era come se l’esatto percorso venisse da sé. Bastava camminare e tenerci svegli.

Tra le tre e le quattro vedemmo delle luci lampeggiare nelle nebbie.
Dove siamo arrivati?
Sembra il casello dell’autostrada!
Sì, era il casello di Padova est.
Stavamo andando da un’altra parte che non era la parte dei Colli.

Quella notte è stato bello così, partire con l’idea di arrivare in un posto che nessuno conosceva e in cui nessuno era mai stato. Metterci ognuno una propria parola nel mentre e tornare indietro, rimangiarsi la stessa strada senza dispiaceri o rimpianti.

E sebbene l’alba fu l’alba di Padova e del bar della stazione con le sue atmosfere di caffè; sebbene le parole uscissero con più fatica e i passi cominciassero a trascinarsi e la lezione di Psicologia Dinamica affermasse indiscussa e fiera la sua certezza definitiva, quella notte fu bello pensare di bere un  bicchiere di vino sincero all’alba di un nuovo giorno, in una nuova terra, in una diversa felicità.

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So che anche Nicola si tiene dentro quella sera, quella notte e quell’alba.
Basta guardarci negli occhi per ritrovare i discorsi lasciati anni fa e riprendere i prolungamenti di un entusiasmo condiviso. Pare pure che la pecora incontrata oggi voglia farne parte.

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Un abbraccio.
Nicola e Sara.

2 aprile – Primavera a Monte dall’Ora

Sono arrivato. La Valpolicella è attorno a me per la prima volta; sulla collina solitaria di Castelrotto la casa e la terra dove Carlo e Alessandra hanno scelto di portarsi la vita.
Oggi i ciliegi dovrebbero essere in fiore e provo un senso di vergogna e scomoda distrazione nel non ricordare come sia un ciliegio fiorito. Nonostante abbia passato tempo della mia infanzia nella casa nei boschi dove i nonni tenevano animali e orto, dove fiorivano ogni anno due alberi di ciliege…non ricordo…non ho un’immagine interna che mi possa aiutare…già, troppo presa l’infanzia a giocare e trovare nuovi nomi alle cose, a inventarsi mondi e distogliere la realtà dagli occhi.
Tuttavia mi rimane dentro un ricordo di colore che la fantasia non è riuscita a trasfigurare né il tempo e gli eventi hanno fatto cambiare.
È qualcosa che ha a che fare con le nuvole, un inizio, un risveglio.

Cerco con gli occhi e con tutto il corpo questo ricordo…eccoli, i ciliegi sono nel loro bianco sorridere tra le vigne e il bosco, bianchi di primavera e di nuova energia.

Davanti all’uomo tendiamo a ricondurre molte cose alle sue mani, e tutto al suo volto in cui come in un quadrante sono visibili le ore che cullano e sostengono la sua anima. Il paesaggio invece è lì, senza le mani, e non ha un volto o, altrimenti, è volto soltanto che, con la grandezza, l’immensita’ dei suoi tratti, spaventa e scoraggia l’uomo…

R. M. Rilke

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Nonostante tutta l’immensita della natura ci sono momenti dove non servono volti e mani per riconoscere o dipingere una realtà o un paesaggio; riconoscere e dipingere non sono le necessità di quei momenti né lo sono la ricerca o la descrizione. Allora tutto ci viene incontro e noi facciamo lo stesso in una tensione che è già relazione sospesa tra cielo e terra.
Oggi lo è il camminare dentro questi alberi che si sono risvegliati, affondare e abbandonarsi alla luce che passa tra i bianchi petali in un respiro fatto di profumo e splendore che può fare a meno una volta tanto dell’aria circostante per continuare a esistere.

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Anche la vite si sta risvegliando.
I primi germogli salgono a cercare il sole.

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Carlo mi racconta come lui e Alessandra hanno iniziato questo viaggio nella natura e nel vino.
Di come era la campagna qui, dopo 18 anni di abbandono. Le marogne, i muretti a secco costruiti nel 1300, avevano bisogno di una buona manutenzione, il bosco di essere ripulito…e la casa, quella neppure c’era.

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Allora erano presenti dei filari di vite maritata. Le piante di vite si alternavano a gelsi, frassini e mandorli.
Era una agricoltura che teneva conto dei bisogni e dell’economia domestica così dai mandorli e dai gelsi si potevano ricavare pronti guadagni mentre dai frassini si ricavavano gli utensili per la casa e la campagna.
Abbiano deciso di lasciare qualche filare di vite maritata per conservare una traccia di questo passato. È una testimonianza, una parte di storia da dove nasce un significato, un rapporto tra l’uomo e la terra.

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Sotto il ciliegeto mi mostra il compost.
Tutti i tralci di vite e di ulivo finiscono qui, vengono triturati e dopo tre anni il legno ridiventa terra e può ritornare nella terra.

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Accanto ai filari di Corvina allevati a pergola veronese si sta zappando a mano. È una prossimità non invasiva tra uomo e natura così come sono vicini i ciliegi o il bosco all’estremità del vigneto, una sensazione di protezione dall’esterno e di una bella armonia.

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A San Giorgio in alto a 500 metri di altezza il vento è un continuo sentirsi che si porta via le voci delle macchine e della strada.
È la prima collina della Valpolicella da dove si vede il lago.
Carlo ha scelto questo vigneto perché era “fuori dal resto”, isolato e circondato dai boschi.
Qui è un terreno diverso. La terra è quasi rossa e sotto spunta roccia granitica.

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Una roccia friabile ma asciutta che dovrebbe dare un vino più austero con una acidità importante.

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Accanto al vigneto c’è un’opera di architettura idraulica fatta duemila anni fa dai romani, una sorta di acquedotto dove venivano incanalate le acque della sorgente e fatte arrivare in paese.
Ogni anno cerchiamo di tenerlio pulito, non si dovrebbero perdere questi pezzi di storia.

Poi mi mostra un albero che è cresciuto accanto alla sorgente. Mio padre mi ha sempre detto che per scoprire se una terra è fertile devi guardare se ci sono alberi grandi e dal fusto robusto.

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Torniamo a Castelrotto e scendiamo in cantina. In una sala i tini tronconici dove fermentano le uve appassite dell’Amarone. Accanto le grandi botti dove riposa il vino. In fondo una piccola grotta dove posso vedere la stratificazione del terreno. Ci sono delle felci che stanno crescendo. E gli strati di roccia si alternano a piccoli strati molli come fango secco.

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Sopra la cantina c’è lo spazio dove vengono sistemate le cassette con i grappoli da appassire. È uno spazio aperto dove il vento passa di continuo.
Carlo mi mostra le fotografie della vendemmia e dell’appassimento e mi parla della Valpolicella del territorio di come è diviso per valli e luoghi.
Poi assaggiamo i vini.
Valpolicella, Superiore, Ripasso, Amarone…si nasconde una vita di ciliegia più o meno aspra più o meno matura…un felice sentimento di benessere accompagna la bevuta e il parlare condiviso. Si avverte qualcosa che scioglie l’intimità, un sostanziarsi che libera le parole e le fa tendere verso una cadenza che è forma di un luogo, del suo dialetto…mescolanza di italiano e veronese…dolcezza.

Se non sai fare il Recioto non sai fare il vino. Così mia madre e così si dice in Valpolicella. Quando le ho fatto assaggiare il mio Recioto ha detto che si, che il vino lo sapevo fare.

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Saluto Carlo Alessandra, i figli Veronica e Stefano…i loro sorrisi fanno parte della luce di questi giorni propizi a nuove vite accolte nella terra…

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… prima di ripartite vado a salutare i ciliegi e il mio ricordo di bianco e la mia infanzia, la casa nei boschi e i nonni che da qualche parte si fanno ancora sentire…

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30 marzo – Lino, Broni e Barbacarlo

Quando arrivo a Broni sono le 12 e tre quarti. Per telefono Lino mi aveva detto di passare per le due. Ripercorro le strade del paese che conobbi per la prima volta lo scorso maggio, la chiesa, la pizzeria all’angolo, i bar con le slot machines, poche persone fino all’insegna, alla casa del Barbacarlo.

Ma è ancora presto. Guardo la vetrina dove sono alcune bottiglie e fotografie e tiro dritto, continuo a camminare. Mi fermo alla fine della via e mi siedo sul marciapiedi guardando il sole.
Chissà se si ricorda di me?
Di cosa parleremo? Vorrei andare al di là delle storie che già ho sentito. Trovare una strada di freschezza nonostante l’età, almeno provarci a illuminare i nuovi germogli di chi ha sulla spalle più di settanta vendemmie.
Scrivo qualche appunto poi lascio cadere la penna e chiudo il diario, scelgo di affidarmi all’ascolto e alla relazione che verrà…

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Torno indietro e varco la soglia della casa. Lino è seduto al sole nel cortile.
Quando mi vede arrivare si alza e mi saluta. Ci stringiamo la mano. Gli chiedo se si ricorda di me e lui mi risponde che si, sei venuto l’anno scorso con il treno.
Mi fa strada dove sta la sala con il tavolo e le bottiglie. Hai mangiato?
Si, rispondo. Un’arancia.
Mi guarda preoccupato quasi contrariato, esce un attimo e torna con un sacchetto e un salame.
Lo guardo affettare il pane e tagliare alcune fette di salame.

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Mangia, tu sei giovane. Questo è il 2013 e mi versa il primo sorso di Barbacarlo della giornata. Iniziamo così a parlare. Io parlo del mio progetto aspettando che Lino mi venga dietro e mi passi avanti con il suo scorrere lento e ampio di stagioni e azioni e ricordi. Si ferma soltanto quando il mio bicchiere è vuoto. Assieme alla vita e ai pensieri che ha saputo suscitare la vita passano le vendemmie 2012, 2011, 2010, 2009, 2006 che sono divenute vino. Di tutte mi dice la gradazione alcolica e la qualità dell’annata. Lucidità ma non solo.

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C’è un momento in cui sembra sporgersi più deciso verso l’obiettivo della camera e parlare con più sentimento…era il primo maggio e quel vecchio aveva tagliato l’erba e la stava rigirando perché seccasse e la potesse raccogliere in giornata…era un giorno di festa ma il fieno poteva marcire il giorno dopo…

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Lascio andare tutta la mia curiosità e gli faccio domande che nulla hanno a che fare con il vino, siano uomini, del resto, e la vita è ben oltre il vino.
Non so se ho raccolto quello che volevo, forse non sapevo nemmeno quello che cercavo…abbiamo parlato condividendo qualcosa, questo sì.
Assaggiamo insieme l’annata 1983.
Impeccabile la bottiglia. Si sente tutto il sole che c’era in quell’anno e il residuo zuccherino non è intaccato dal tempo, non si è declinato al divenire né all’ossidazione.
Allora volevi vedere il vigneto?
Si, con piacere, posso andarci anche da solo se mi indica la strada.
Non è facile. Andiamo.
E lo guardo quest’uomo di ottantatre anni e so che verrà con me a camminare accanto alla sua terra.

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Saliamo con la panda 4 per 4 i tornanti dissestati che portano in alto. Ci sono profonde scanalature per il deflusso delle acque. Lino guida attento e non dice nulla. Poi si ferma di fronte ad una collina. Da qui si sale a piedi.

Faccio soltanto una fotografia poi lo seguo con gli occhi, con il respiro e con il cuore. Lo lascio salire da solo fino alla cima della collina del Montebuono.
Avrà certo qualcosa da dire a sé stesso, alla propria ombra e alla terra che calpesta e alle piante e all’erba e al cielo…agli spiriti.

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Mentre sto fermo ad osservare la lenta salita di Lino sulla manica del mio maglione verde si appoggiano una coccinella e un sorriso. Ne vedo una anche sui tralci appena potati, cammina, prende il volo e poi torna a posarsi.

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Vedi, per quella mulattiera ci metti cinque minuti ad arrivare in paese. Noi salivano e scendevano di li. Salivi carico di qualcosa e scendevi carico di altro…c’era sempre un peso da portare.

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Mi mostra delle piante che hanno più di cento anni. Qui non hanno ancora lavorato come si deve…incompetenti!
Con il dito mi indica la collina del Barbacarlo. Guarda che pendenze!
La guardo con bellezza l’erta collina che dona le uve per il Barbacarlo, scende libera tutta d’un fiato come una bimba che libera un ingenuo entusiasmo verso il fondo e ancora più in giù.

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Facciamo il giro dell’intera collina.
Lino all’improvviso getta il giubbino a terra e si siede a riprendere fiato e guarda le cose e mi dice che là ci sono alberi che si dovrebbero tagliare ma che bisogna avere prima il permesso del comune, che laggiù c’era la casetta degli attrezzi, che dall’altra parte passano i cinghiali…

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Cerco un punto di vista che mi piaccia per raccontare il vigneto di Montebuono. Lino è sparito. Seguo il sentiero e lo trovo sdraiato che guarda una quercia.

Un uomo e un albero che hanno all’incirca la stessa età, entrambi appoggiati alla terra, entrambi vivi e con le radici ben delineate. Rimango per un po’ lontano dai due.
C’è una condivisione che posso solo sfiorare con l’anima.

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Sai, ho preso paura quando ti ho chiesto se avevi mangiato e tu mi hai risposto un’arancia…tagliati una fetta di salame…

Lo guardo di nuovo Lino che parla con una voce sussurrata, che tiene tra le labbra una sigaretta spenta che ha promesso di non fumare, che mi versa ancora un bicchiere, che mi stringe la mano guardandomi negli occhi…

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27 marzo – Riomaggiore, Andrea, Sara e Dafne

Ho lasciato la finestra aperta questa notte perché volevo che fosse il mare a portarmi fin dentro al sonno.
Ho lasciato che il vento rinfrescasse i miei viaggi notturni.
Ho lasciato al risveglio tutta la luce e tutto lo spazio per stupirsi della vita e confondersi tra sogno e realtà.

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Poi mi son messo addosso il peso del lavoro e passo dopo passo ho risalito il sentiero del santuario.
Qualche goccia d’acqua dopo l’alba, un azzurro confortante accendeva le sembianze delle cose staccandone i confini tra di loro. Leggevo la parola spessore con occhi di meraviglia e tutto pareva fatto di carne e di ossa come si potesse mangiare.

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Il sudore della fronte quest’oggi rimane nelle pelle e non scappa via, non assume un forma liquida, è soltanto un’idea, un ricordo di fatiche.

Quando passo il santuario gli odori intorno si vestono di resina bagnata.
È una cosa che avevo notato anche il giorno prima; questo stacco sensoriale all’arrivo nei vigneti come se mare e terra facessero riverberare un segreto connubio partecipando con tale intensità ala crescita  delle uve che sarebbero divenute vino.

Un paio di operai stanno togliendo le ultime radici di edera da un piccolo appezzamento. Alzano la testa a  incontrare i miei occhi mentre passo e vado oltre verso la casa di Andrea.

Stamattina ho tutto il tempo e il sole per fare le riprese, scendo e risalgo le scale di pietre messe vicine dalla mano dell’uomo, seguo i binari dove scorre il trenino che porta gli attrezzi o che si carica di materiali, di sassi o di ceppi tagliati. Le nuvole continuano a girare attorno al sole alcune in vortici, altre semplicemente in orizzontale, finché, senza che me ne accorga da subito, scompaiono del tutto. Dove saranno mai andate le nuvole? In viaggio anche loro? Un viaggio ai nostri occhi di adulti ahimè ignoto.
Mentre sono con la testa alle nuvole sbatto contro una realtà fatta di acciaio, un pezzo di binario.

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Andrea arriva dal sentiero in basso, lo vedo camminare con una specie di zaino messo davanti, dietro di lui Sara, la compagna.
Ci salutiamo e dallo zaino vedo spuntare la piccola testa di un neonato che dorme. Questa è Dafne, nostra figlia.
Li guardo che entrano nella casa di pietra in mezzo alle viti con un sentimento di sana invidia e di felicità.

Dopo pochi minuti mi raggiunge tra i vigneti. Hai fatto le riprese? Oggi è una giornata bellissima, ora devo finire un muretto se ti va puoi venire con me.
Io lo seguo, non ho mai visto fare un muretto a secco e qui dove mi trovo deve essere di certo un elemento fondamentale. Questo paesaggio costruito dall’uomo, plasmato dalle sue mani, reso accessibile per una necessità di sussistenza e di sfida interiore con la natura stessa.

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Raccoglie pietre da terra e ne riempie un secchio. Poi le sistema con cura e creatività una accanto all’altra provando e riprovando a seconda della forma e della grandezza. Un lavoro di pazienza che permette la sopravvivenza e la tenuta degli spazi, il cammino da un appezzamento e l’altro, un’idea di bellezza. Alla fine ciò che era separato e solo trova un unione salda e partecipante. 

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A guardarlo dal basso questo paesaggio pare una stretta scalinata continua, un passaggio verticale e sottile dal mare al cielo fatto di pietra come se la terra nemmeno ci fosse.

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A guardarlo dall’alto questo paesaggio di inizio primavera pare un insieme di segni orizzontali e verticali in un cielo e in un mare in attesa di vite.

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26 marzo – Su e giù per Riomaggiore

Riomaggiore. È un nuovo giorno.
Le nuvole si sono abbassate, qualche goccia dal cielo.
Andrea Pecunia mi aspetta in vigna per pranzo.

Lassù in alto sulla destra oltre il santuario di Montenero.

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Appena superate le ultime case del paese ha inizio il sentiero numero tre diretto al monastero e al telegrafo.
Si entra nel bosco bagnato dalla pioggia, sul cammino anche i segnali di tappa della via crucis.

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I primi vigneti. Gli alberi piegati dal vento. Le nuvole che si spostano come se a soffiare fosse un qualche dio scherzoso.

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Quasi un’ora per arrivare al santuario, portandomi dietro tutto l’occorrente per le riprese che temo salteranno dato il cattivo tempo. Si vedono i binari dei piccoli treni che portano ai vigneti.

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Riomaggiore e le altre quattro terre sono abbracciati dalle nebbie. Qui lo chiamano garbin, evaporazione, umidità che sale dal mare, nubi basse tra acqua e terra.

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Un centinaio di metri dopo il monastero i vigneti della località casen e in basso la casa di Andrea in mezzo alle sue piante di vite.
Oggi si sta rifacendo un muretto di un micro appezzamento appena comprato.
Mangiamo qualcosa assieme e vediamo il da farsi data la giornata piovosa.

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Scendiamo in cantina anche perché dovrebbe arrivare un gruppo di guide della Liguria. È un progetto di Ais (associazione italiana somelliers) e Ente Cinque Terre per la valorizzazione, la scoperta e la diffusione dei territori.

Prendiamo la via dell’asfalto e scendiamo fino alla macchina passando da bianchi boschi di eriche in fiore.

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Passando per vigneti che stanno mettendo i primi germogli.

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Scendendo verso il mare che quasi non si riconosce. Nuovamente a Riomaggiore. Nella cantina. Riesco a fare qualche ripresa prima che arrivi il gruppo per la visita dato lo spazio ristretto dell’ambiente.

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Andrea parla della sua realtà alla decina di persone arrivate con il bicchiere al collo. Il gruppo si è diviso a metà, non ci sarebbero stati tutti, così l’altra metà è a pochi passi più in là nella cantina di Walter De Batté, un simbolo per il vino delle cinque terre e non solo.

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Dopo le parole, le domande degli interessati e le risposte assaggiamo il vino di Andrea fatto con uve Bosco, Vermentino, Bianchetta. Un vino vinificato in rosso e fatto riposare in anfore di argilla. Terre Sospese.

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Mentre altrove a pochi passi l’altra parte del gruppo sta bevendo Altrove, un uvaggio di Bosco, Roussanne e Marsanne, due vitigni di derivazione francese. A Walter piacciono le contaminazioni e secondo lui dovrebbero essercene più spesso.
Parla dei villaggi di pietra e della sfida che l’uomo ha lanciato al territorio delle cinque terre per strappare alla natura un pezzo di terra dove coltivare olio, limoni, vite. Parla anche della straordinarietà del territorio italiano dove per ogni regione o territorio si può parlare di linea e di variante in ambito vitivinicolo, di chi cioè si è allineato e di chi si è tolto dalla carreggiata principale. Questa è la ricchezza e unicità di questo paese questo un concetto-radice del mio progetto. Sono felice di avere sentito in concretezza queste parole.

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Sono due vini diversi ma uguali Terre Sospese e Altrove. L’uno più festoso, già bello pronto a darsi nella sua esuberanza iodata e mediterranea e pronto a sostare sulla superficie del palato con sembianze di resina e muschio, l’altro dritto e severo, si concede con lentezza e la sua generosità alcolica lo accompagna con leggerezza mentre il finale è un ritorno sugli scogli come l’acqua che una volta passata lascia sulla pietra dura la sua patina di umidità.

Poi se ne vanno tutti.
Rimaniamo in cantina per un ultimo bicchiere e qualche riflessione.
Decido di riaccompagnare Andrea in vigna, il cielo si sta parzialmente aprendo e chissà…tornero’ a piedi per il sentiero del santuario.

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Il paese è uscito dalla foschia, i colori un po’ alla volta stanno tornando.

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Andrea mi mostra i muretti che stanno rifacendo e i nuovi piccoli spazi di terra dove già ha piantato o piantera’ nuove viti. TuttI gli anni mi dico che smetterò di piantare viti ma poi è più forte di me, quando mia figlia si mette a piangere e io mi sveglio inizio a pensarci e il pensiero è come un sogno e il sogno è la mia terra dove crescono i tralci le foglie i grappoli…

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Passiamo per tutti gli appezzamenti.
Mi mostra la potatura, la legatura nuova di quest’anno, i campi che aiuta a coltivare e quelli abbandonati e altri dove il contadino getta rifiuti organici per concimare il terreno ma nello stesso tempo diserba in modo netto il suolo.

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Ci salutiamo e ci diamo appuntamento per domattina aspettando il sole.

Nel frattempo io attendo a scendere e aspetto il tramonto. Sul paese si è fermata una piccola nube evanescente.

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All’orizzonte cielo acqua e fuoco, il tiepido fuoco dell’occidente al farsi quotidiano della sera.

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A completamento un articolo che scrissi su Andrea dopo la mia prima visita ad agosto dello scorso anno.

http://porthos.it/index.php?limitstart=16

25 marzo – Antonio Perrino Testalonga

Il risveglio è stato felice di avermi aperto gli occhi stamattina. Si è smesso subito i panni della notte per farsi vicino ai profumi della giornata e si è fatto bocca e naso accanto ad un bicchiere di Rossese e alle michette di Dolceacqua. Un inizio dolce oltre il dolce.

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Antonio mi aspetta al bar.
Sono le 8, ci sta anche un caffè.
Poi camminiamo fino alla cantina.

Nelle mie 53 vendemmie mi è capitata soltanto una volta in cui il vino era rimasto frizzante e un’altra, la 2008, dove la fermentazione si era fermata. Non sapevo bene cosa fare, c’era ancora zucchero che doveva essere trasformato.
Chiesi qualche consiglio è alla fine decisi di lasciarlo comunque in botte senza farci niente. L’ho imbottigliato in bottiglie da mezzo litro. Credo che sia un buon orario per sentire un bicchiere. Hai voglia? Ora lo assaggiamo.

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Il risveglio continua a stropicciarsi gli occhi ma non può rimanere indifferente alla densità intensa che questo vino è in grado di diffondere.

Restiamo con il bicchiere in mano. Antonio in un angolo accanto alle botti, io vicino al torchio. Restiamo in un silenzio. Nine’ di Bellissimi diceva che bisogna bere in silenzio per non disturbare il vino che è ancora in cantina. Ieri ho chiamato un amico e dopo uno scambio di idee siamo stati per trenta secondi senza parlare con il telefono appoggiato all’orecchio in attesa di voci. È una enorme violenza cominciare qualcosa. Io non so cominciare. Io salto semplicemente quello che dovrebbe essere il principio. Nulla è forte come il silenzio. Se non venissimo già con la nascita scagliati ognuno in mezzo alle parole, mai si rompeva il silenzio. (R.M.Rilke)

Si può cantare, si può discutere o gridare o fare rumori andare per le strade di pietra con zoccoli di legno battere un martello suonare un flauto pestare con i piedi le uve raccolte… tutto emerge da un silenzio.

Quando la bottiglia è ancora chiusa ecco un altro silenzio. Quando qualcuno decide di aprirla i silenzi si scuotono e perdono l’orientamento. Il naso e le cellule dei tessuti organici trattengono molecole che arrivano al cervello in forma di ricordi e sensazioni. Così nella lingua e nel palato. È un fermento di scambi interiori e restassimo senza parlare per ore non si potrebbe chiamare silenzio.

Sembra un vino fatto ieri.
Rompo l’assenza di parola così con quello che mi viene da dentro dopo che il vino ha fatto un primo giro nelle mie profondità, nei miei silenzi.

Antonio dice che non è cambiato da quando l’ha imbottigliato. Una dolcezza che non stanca perché accompagnata da emozioni diverse fatte di minerale amaro e fresco. I sedici gradi e passa scorrono che è un piacere. Nessuna pesantezza. Soltanto la leggerezza di avere avuto il coraggio di assecondare quello che diceva la natura.

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Iniziamo a parlare. Chiedo a Nino dove sia iniziato tutto.
Mi racconta della campagna di Pozzuolo. Ci andava con il nonno da bambino a dorso di mulo, più di un’ora dal paese e quando c’era la vendemmia si saliva quattro volte in un giorno.

Ora il vigneto a malincuore l’ha lasciato andare. Gli uccelli mangiavano la poca uva che maturava sulle vecchie piante.
Ma lì i suoi giochi erano a contatto con la terra e non si cercava altro.

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Gli chiedo il perché della parola Testalonga. Visto che di Perrino c’è n’erano tanti la mia famiglia ha preso questo appellativo. Quello che dalle mie parti si dice scotom con i due puntini sopra la seconda o.

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Continuiamo il dialogo sul territorio e sul vitigno di Dolceacqua. Tra di noi il vino dell’ultima vendemmia che riposa nelle botti forse ci ascolta parlare di lui forse si commuove forse ha un sussulto o forse è come un bimbo o una bimba che ascoltando una storia finiscono con l’addormentarsi.

In questo piccolo spazio sono arrivate le cassette di uve raccolte ad ottobre, sono state pigiate con i piedi e messe così semplicemente nelle botti.

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Lo assaggiamo.
C’è ancora riduzione ma la struttura si percepisce netta. Alcol e acidità sono in equilibrio. Ancora un paio di travasi e un po’ di tempo, il vino promette bene.

Saluto Nino e saluto il paese. I suoi vicoli e le case strette strette tra il ponte vecchio e il castello.

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Mi attende il treno del Levante.
Cinque ore lungo la strada di ferro.
Cinque ore di mare che scorre sulla mia sinistra.
Cinque Terre.

24 marzo – sulla Dolceacqua di Antonio Perrino

Gian e Gio. L’ultimo saluto a Bellissimi.
L’ultimo sorriso che passa da parte a parte senza alcun trucco e che contagia in modo allegro e disinteressato.
Me lo porto addosso fino alla strada ferrata ma prima di raggiungerla lascio andare la mia mongolfiera con la scritta Arrivederci, la lascio andare, che si perda anch’essa tra i boschi i rii e gli esseri del favoloso paese dei bauli…ci rivedremo…chissà forse alla Misericordia…

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Il treno mi porta a Ponente. Mentre il mare con le sue piccole schiume scorre alla mia sinistra, passano Taggia Arma, Sanremo, Bordighera, Ventimiglia.

Fuori dalla stazione dovrebbe esserci il bus per Dolceacqua. Avviso Antonio.
Anche lui si trova a Ventimiglia e mi dice di aspettarlo lì dove mi trovo.
Siedo sui gradini accanto ai treni e guardo il sole confortante dell’inizio di primavera.

Le mani e le gambe si muovono nella curiosità e nell’emozione dell’incontro.
Ho visto Antonio solo in fotografia.
Ci ho parlato assieme tre o quattro volte al telefono. Il vino che ho bevuto mi ha raccontato di un uomo diretto che mette tutto in gioco anche nel proprio vino.

Poi lo vedo. Dev’essere lui. Si, mi fa un cenno con il capo. Salgo in macchina ed iniziamo a conoscerci con le parole con i gesti con rumori espressivi e sguardi. Le essenze escono fuori quasi senza fare domande, è sufficiente stare ad ascoltare e seguire il viaggio da dove era partito con la stessa intensità e accoglienza, portarsi le cose dentro senza sovrapporre gli spazi e cadere nella ripetizione, essere ogni volta una diversa freschezza come un vino che si mantiene vino eppure nel tempo vive il cambiamento.

E così dalle parole siamo dentro la concreta essenza della cantina.
Antonio apre subito una bottiglia del suo Vermentino e iniziamo a bere.
Dolceacqua non è certo la patria di questo vitigno ma la sua struttura cristallina, la trasparenza del suo essere e la posizione eretta statuaria mi danno piacevoli sensazioni. Tanto che continuano a parlare e a bere in un liscio e armonico passaggio di stati. Un vino che invoglia.

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Oggi Filippo Rondelli di Terre Bianche, presenta al Vinitaly lo studio-progetto sul Rossese. C’è l’intenzione di utilizzare in etichetta le diverse sottozone del territorio, delle menzioni geografiche che permettano di raccontare e far conoscere le diversità del nostro territorio e dei diversi vini prodotti. Vedrai tu stesso oggi come cambiano le cose anche in pochi metri. Ma adesso andiamo a mangiare qualcosa.
Il vino ha fatto la sua. Ha creato uno spazio di ascolto per parole e cibi.

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Mi parla della verticale del Rossese fatta nel 2010. Quarant’anni di Rossese.
Mi piace l’idea che questo vino considerato in passato un vino da bere giovane possa giocare e durare nel tempo mantenendosi fresco.

Dalla cantina in un minuto siamo davanti alla Viassa.
Un ambiente semplice privo di decorazioni ed eccessi. Pochi piatti nel menù e soprattutto una sacra tranquillità di modi che si appoggia allo scorrere placido del pranzo.

La mia prima volta dei ravioli fritti come faceva la nonna di Nino.
Una sfoglia sottile sottile con un ripieno di erbe fritta in un attento tempo di delicatezza.

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Beviamo Rossese. 2013. Qui ho messo solo il trenta per centro dei raspi perché sulla pianta il grappolo aveva pochi acini e c’era parecchia sproporzione tra acino e raspo. Ho seguito l’annata.
Mettere in gioco tutto è affidare la propria materia a nuovi equilibri. Cercarne il proprio di equilibrio e quello del vino, assecondare le energie, intravederne le direzioni. Tentare un modo di esprimersi che è unico, il miglior modo per come ci sembra possibile per quei tempi per quelle condizioni per quegli umori.

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Avevo già provato il Rossese con il pesce trovandolo in armonica relazione ed oggi ne ho una felice conferma.
Soprattutto quando arriva il brandacujun, stoccafisso mantecato con patate ed aglio. Il vino passa per il palato e passando accompagna i sapori salati del cibo con i propri senza alterare nulla rimanendo staccato ma unito allo stesso tempo. Verso la fine porta con sé tutta la grassezza del cibo e la sua discesa lascia un eco di freschezza.
Brandacujun, deriva dall’azione della mantecatura. Il tegame con lo stoccafisso e le patate veniva vigorosamente rimastato soprattutto da uomini che tenevano il contenitore tra le gambe accanto agli attributi.

Ma non è l’unico cibo che trova armonia con il vino di oggi. Che siano fagioli di Pigna, calamari alla griglia con carciofi scottati o alici in salsa di pomodoro, il liquido esprime una diversa parte di sé come a concedere le proprie intimità a secondo delle persone incontrate. Comunque sempre una concessione e un donarsi più o meno salato più o meno dolce, amaro, acido, allegro, austero…mai un nascondersi.
Un bere girotondo, un alternarsi di volti che prendono via via sembianze definite e che nel tempo si mescolano assieme per poi riemergere nuovamente singolari.

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Prima di uscire resto a fissare i tratti dipinti alle pareti. Mi piacciono i prolungamenti e le deformazioni del viso il suo modo di scorrere. L’autore è un parente dei ragazzi che gestiscono il ristoro.

Narcisoriver.altervista.org

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Saliamo la strada che porta ai vigneti sul versante occidentale del fiume Nervia. Piante centenarie di Rossese, vecchi vigneti su sassi e pietre bianche.

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Radici che stanno insieme con la roccia spaccata. Una convivenza di materia tra i calanchi delle Terre Bianche, un luogo a sé che si appoggia sulla fragilità della terra tra il mare vicino e le Alpi Marittime all’orizzonte. Che prende il vento salato e la brezza fresca dell’alta montagna…sento tutto questo sulla mia pelle…l’umidità e la sensazione pungente del soffio.

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Da qui passava e si può ancora vedere la vecchia pietra della Via del Sale. E penso al bianco dei calanchi e ai carichi di sale caduti insieme agli asini o ai muli…e penso anche a seguirla la Via che mi trovo sotto ai piedi…magari un altro giorno…ora so da dove passa…

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Arcagna. La zona di elezione del Rossese secondo Nino. Qui viene il meglio.
Mentre fotografo e riprendo gli spazi e la vita attorno, lui cammina avanti e indietro tra i filari dove stamattina ha tagliato l’erba e scoperto dal verde i piccoli alberi piantati più di vent’anni fa.
Cammina e compie piccole azioni, raccoglie, sistema, poi dice qualche parola che non riesco a sentire che il vento prende con sé e se la porta via per la vallata delle terre di Dolceacqua.

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23 marzo – il ritorno dei bellissimesi

La notte passa e passano i sogni senza portarmi notizie di voli e di gente che vola. Non arrivano voci nè canti da nessuna parte, soltanto un sogno silenzioso che si stende lieve a mo’ di coperta a protezione del sonno.
Eppure qualche rumore arriva da fuori, come un leggero e continuo scoppio di boette, cilindri di vecchia pietra riempiti di polvere da sparo e terra rossa fatti esplodere durante le feste del paese.
Ma non c’è nessuna festa. Sono semplicemente le campane della chiesa i cui rintocchi hanno concesso all’anima una trasfigurata e fantasiosa impressione delle cose prima del risveglio al vero.

Apro gli occhi e vado a vedere se ci sono stati altri risvegli.

Ed eccoli finalmente.
Vicino alla mongolfiera soglia della casa il suo costruttore in frenetica attesa di nuovi lavori da portare in alto.

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Al lavoro dunque per accompagnare un pezzo del Giro d’Italia in rosa.
La mia più grande soddisfazione è vederla partire, salire verso il cielo, lasciarla andare da sola…
Saluto Renzo e lo lascio continuare nella solitudine della creazione.

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Biancuccia la vidi una volta impastare farina ed acqua, staccare delle forme dall’impasto, farle riposare e metterle nel forno a legna. Credo la mia prima volta, il mio contatto più vicino alla creazione del pane.
Era tutto così semplice, un tutto fatto di mani di movimento di caldo di profumi di morbidezze e di pance felici.
Da quel giorno iniziai anch’io a farmi il pane.

Trovo Biancuccia alle prese con la cenere della stufa. Sempre in movimento. Nell’aria della casa ancora la fragranza del suo pane appena tolto dal forno.

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Nine’ si toglie persino il cappello quando mi incontra per strada. Gli parlo di quello che sto facendo in giro per l’Italia, del mio interesse e dei racconti che riguardano vigneti uomini donne terre e vino. Poi mi porta nella sua piccola cantina. Cerca un bicchiere senza trovarlo.
Prendi quell’imbuto. Mettici un dito sotto.
Io seguo quello che mi dice e così lui mi riempie l’imbuto-bicchiere del vino della botte.
Non avevo mai fatto un assaggio del genere. Il vino è fatto con diverse varietà del territorio, un vino leggero, buono.

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Una parte del vigneto è circondata da muretti a secco e le viti condividono lo spazio con aranci e limoni. È un pezzo del paese che non avevo ancora visto quasi in disparte lasciato solo in un intimo riposo.

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Mariangela e Peppino. Ci raccontiamo la vita, quella che è trascorsa nel tempo tra un ritorno e una partenza.

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Il nuovo parroco che ha deciso di rendere più terreni gli angeli della chiesa staccandone le ali. Ognuno ha i propri punti di vista mi dico.

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Non solo ali esiliate. Pure madonne sfrattate.
Aiuto Peppino a trovarle una nuova casa.

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Nella chiesetta di Tricheri, a pochi passi dal paese. Quasi dimenticata tra i boschi e gli ulivi. Con i colori aggrappati con tenacia e fierezza al tempo.

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Annina. C’è profumo di pranzo nella sua casa. La rivedo e la riascolto mentre mi racconta come si preparava un tempo la torta verde.

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Mi chiede se verrò quest’anno per la festa della Misericordia…la prima domenica di settembre quando si faranno giochi si prepareranno cibi e dolci e le mongolfiere voleranno in cielo.

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Saluto tutti e me ne vado un po’ da solo per strada. Anche questa terra ha bisogno di essere respirata con la tranquillità di una passeggiata.

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Da qualche parte sui muretti di pietra giacciono ancora le pietre che mi dissero essere chiamate le pietre di resta…quelle messe per obliquo a segno di un confine di una proprietà.
Ma le guardo queste pietre così diverse e così irregolari che trovano una bellezza e una regolarità nello stare assieme.

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Sotto di me sento il rumore dell’acqua.
È il Rio dei boschi così chiamato dagli abitanti. Ricordo un piccolo laghetto da qualche parte del Rio. Ci sono stato soltanto una volta anni fa e mi piacerebbe rivederlo. Non chiedo a nessuno, del resto non c’è nessuno per strada solo alberi fioriti il loro profumo ulivi e piccole case addormentate tra i boschi.

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Sarà una forza che si è fatta memoria, una energia che è rimasta a vagare dentro di me in attesa di farmi di nuovo strada. Ecco il laghetto e la sua magia, il piccolo ponte e l’acqua ancora verde.

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Natalino e Pierangela dal ritorno dai campi di ulivo.
Maestri e custodi di fiori e piante selvatiche e di uccelli e tradizioni di culture e popoli.
L’ultima boetta che sentii esplodere fu caricata proprio da Natalino con voce quasi commossa mi spiegava la sua storia…se lo incontrate per strada chiedetegliela…così come molte altre storie…e gli vedrete gli occhi luccicare…

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Guardo dall’alto nella sera che prende posto tra le cose del mondo il paese appoggiato alle cose del mondo perso felicemente tra i boschi e gli ulivi che guarda un pezzo di mare all’orizzonte e che sogna di alzarsi in volo insieme ai suoi uomini e alle sue donne.

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22 marzo – per Bellissimi tratti

“Hoy es el dia mas hermoso de nuestra vida, querido Sancho; los obstaculos mas grandes, nuestras propias indecisiones; nuestro enemigo mas fuerte el miedo al poderoso y a nosotros mismos; la cosa mas facil, equivocarnos; la mas destructiva la mentira y el egoismo; la sensaciones mas gratas la buena conciencia, el esfuerzo para ser mejores sin ser perfectos…”

“Oggi è il giorno più bello della nostra vita caro Sancho; gli ostacoli più grandi sono le nostre indecisioni; il nostro nemico più forte la paura dell’impresa e di noi stessi; la cosa più facile ingannarci; le più temibili la menzogna e l’egoismo; le sensazioni più fortificanti la buona coscienza e lo sforzo di essere migliori senza essere perfetti…”

Caro Buon Don Quijote porto con me alcune delle tue parole per illuminare il cammino della ripartenza. Così tra tutte le bottiglie che ho visto passare in questi giorni di attese la scelta su cosa mettere nello zaino non è stata casuale.

Non c’è a farmi compagnia nessun fido scudiero né Rocinante né libro di cavalleria.

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Non c’è quasi nemmeno il mio corpo che ancora sta cercando di rimettersi assieme alla sua parte oscura in questa notte dai Bellissimi tratti.

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Qui tutto sembra addormentato.
Persino la luce dei lampioni si perde e si confonde nel non colore.
Ma sono con me le pietre sospese sui muretti, le pietre messe le une sulle altre, il vigneto dove crescono le uve per il Nostralino, le mani delle donne che hanno impastato settembri di torte verdi, quelle di uomini che hanno raccolto reti di olive. Sono con me anche se dormono tutti i quasi cinquanta abitanti di questa terra.
Con me i miei sogni, la leggerezza e la realtà delle cose che si fa semplice appena ci si mette in cammino, la volontà di continuare da dove mi ero fermato se mai mi ero davvero fermato.

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Ricomincio da qui. Da un luogo e dai suoi abitanti che qualche anno fa hanno deciso di accogliermi e di incontrarmi.
Ricomincio da un legame che si è fatto col tempo radice fusto e ramo e con altro tempo ha messo foglie e ha portato fiori e maturato frutti dentro il bosco più o meno curato della mia coscienza. E mi chiedo come l’ingenioso hidalgo vedesse la propria di coscienza.

Arrivo fino alla casa del costruttore di mongolfiere. Sulla soglia ancora è appesa una piccola colorata mongolfiera di carta ma anche lui sembra stia dormendo.

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Gli unici ad avere gli occhi aperti sono Montgolfier e la sua scimmia che attendono di riprendere il volo.

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Mi fermo davanti alla chiesa.
E poi alcuni uomini riempiono la mongolfiera di aria calda e la fanno volare davanti all’altare tra le file delle panche dei fedeli.
Queste parole di un amico pittore che era stato in questo luogo mi fecero mettete in viaggio.

Resto a fissare il campanile e rivedo la mongolfiera che si gonfia coprendo gli affreschi sacri della religione…e se fossero tutti partiti, se Renzo avesse costruito la più grande mongolfiera della sua vita e uno dopo l’altro gli abitanti avessero trovato spazio e se Prometeo avesse rubato nuovamente il fuoco degli Dei e messo al centro della mongolfiera…un fuoco eterno…un viaggio eterno…stanotte resterò con gli occhi al cielo oltre i sogni per scorgere qualche segno di vita…

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9 marzo – prime immagini, salita al Dosso

Era un giorno di primavera di cinque anni fa.  Alle 16 prendevo il mio cartellino e lo timbravo. La bicicletta mi aspettava fuori dalla porta del centro dove lavoravo da qualche tempo. Fantecolo, poche case e una chiesa, quella c’è sempre.

Avevo una voglia immensa di salire a Monticelli verso la strada della panoramica dove mi aspettava Michele. I suoi vini fermi mi incuriosivano. Una scelta non proprio franciacortina di produzione ma sarà proprio questa scelta di prendere le cose di traverso e seguirle a farmi “muovere”.

Ed è subito discesa quella che scende dal piccolo paese di Fantecolo, pochi metri nemmeno finita la discesa che sento scoppiare la camera d’aria della ruota anteriore…fanculo…mi guardo attorno, mi guardo dentro, lego la bici ad un palo e mi metto a correre. Attraverso Monticelli Brusati, raggiungo la chiesa e imbocco l’erta della panoramica, la mia prima volta. Lunga e ripida sale in alto verso il Dosso, a poco a poco le case si fanno meno fitte e la campagna si libera dell’uomo.

Sudato e con il fiato che sale e scende in un ritmo accelerato leggo su un cartello Azienda il Pendio…

Per ogni nuovo incontro ci sono circostanze e premesse che giacciono in un divenire della vita dove la volontà si mischia al caso. Sono magie quelle che schiudono e mettono in atto un comune cammino, un percepire e un dialogare congiunti. Il mio stato di uomo bagnato dal sudore che giunge a piedi in un luogo, lo stupore di chi quel luogo lo protegge e che ha a che fare con la curiosità più o meno reale di un visitatore. L’estrema spontaneità di chi va verso una parte del mondo, la semplicità e l’accoglienza non prevenuta.

Posso andare al bagno un attimo? Sono le prime parole che rivolgo a Michele. Mi sciaquo e mi asciugo poi esco e iniziamo a parlare e assaggiare i vini.

Parliamo e assaggiamo vini ormai da anni e le circostanze di questo primo incontrarsi si ripetono tutte le volte che arrivo grondante e poso la bicicletta accanto alla cantina.

Oggi e’ un giorno di novembre, sono salito a piedi con cavalletto e macchina da presa. Ho aspettato un tempo clemente, una luce consona alle prime immagini di questo progetto. Le ultime foglie appese alla vite, la luce decadente dell’autunno.

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Pioveva da giorni e avevo quasi perso le speranze di imbattermi in una giornata così.

E’ domenica, Michele non c’è, qualche cacciatore spara e cammina tra i filari dei suoi vigneti.

Gli scrivo un messaggio: le costellazioni sono state propizie e mi hanno fatto mettere in moto, è sempre la fatica della salita quella che mi fa compagnia quando arrivo sin qui, allotano le gocce di sudore dagli occhi e osservo.

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Quasi al centro dei campi di vite, le vecchie radici di un noce si allungano e cercano quelle più giovani.

Chissà che si dicono sotto terra un noce, il pinot noir, lo chardonnay, il pinot bianco, il cabernet franc?

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Sono rimaste le ultime foglie. alcune con i colori dell’autunno, altre piegate su se stesse, fragili e pronte a donarsi come cibo alla terra e tornare così a far parte della pianta.

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La luce di novembre è un ultimo caldo. Se ne va con la lentezza di una morte apparente accompagnando la caduta e il meritato riposo di chi ha fatto crescere i frutti del vino in un’annata difficile di piogge e inverni senza freddo ed estati senza caldo.

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Dal bosco di nocciole sotto il vigneto è come spiarlo in trepido imbarazzo. Si scorgono pendenze e i silenzi sono ancora più silenzi perchè appartati e indiscreti accanto alla natura.

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I rami del noce si affidano al vento. Si lasciano toccare dall’aria per liberarsi della vecchia pelle e ricomporre da capo una nuova forma di vita. Le foglie poi vanno a terra chi verso lo chardonnay chi verso il pinot chi verso il franc.

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Tra le file del noir non si vede nemmeno una foglia. Soltanto qualche grappolo di femmina piccola avanzato dalla vendemmia. Ne prendo un acino e lo spremo in bocca. La sua acidità si è fatta matura e non taglia e non lega i sensi interni del palato.

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Attendo. Attendo che il sole scenda dietro il Dosso. Guardando il noce, la sua sagoma che appare ancora viva di foglie e freschezze… E’ stata una visita a tu per tu, delicata e in punta di piedi. Non ci sono state parole, ne rumori di gesti, soltanto un guardare e un incedere liberi da affanni e pensieri.

noce tramonto

7 Marzo – flash back, Ezio Cerruti

Tino se ne sta rannicchiato nella cesta tra i trucioli e i pezzi di legna accanto alla stufa. Guarda attraverso le fessure delle pieghe di vimini le cose che si muovono e fanno rumore. Tiene rintanati i pensieri e tu negli occhi ne puoi anche scorgere la natura senza, tuttavia, mai poterla toccare veramente. Ma c’è più dialogo con un gatto che con tante persone, ci si capisce con un gesto o uno sguardo e se si vive da soli la solitudine aiuta a rendere i silenzi, felici complicità.

tino3E’ una fredda grigia domenica d’inverno. La terra a calpestarla è dura e le mie mani dopo pochi minuti iniziano a soffrire nelle punte. Ezio ha portato le forbici per potare il suo Moscato. A guardarsi intorno le colline sembrano essere fatte di viti. sono distese che scendono e salgono più o meno dolcemente e danno un senso di pienezza.

vigneSulle sommità le sagome di case e campanili dove un tempo forse sono passati anche Anguilla e Nuto  o Berto e Talino, o i piedi, usi alle campagne, di Cesare. E’ il fascino della Storia che è passata per una terra, la guerra e i morti ancora sepolti. L’entusiasmo di respirarne l’aria e di farne parte, di rievocare le vicende dei drammi pavesiani. La forma mitica che cede alla vigna facendone un simbolo congiunto tra l’uomo giovane e l’uomo adulto. Uno spazio di eterno ritorno dove girano le stagioni del tempo insieme alla vita di uomini e donne, uno spazio per capire e per capirsi forse un giorno prima della morte.

Ezio inizia a potare e gli guardo l’alito uscire come fumo dalla bocca. I suoi movimenti veloci e la sua attenzione lo fanno partecipe di quello che ha attorno. C’è un silenzio disteso, qualche uccello nel cielo, uno strato di umido che avanza in forma di soffice nebbia e lui tra i filari della vite.

potatura3Torniamo verso casa per riscaldarci con un bicchiere. E parliamo di cinema e di musica.

dettoLui dice che il grigio è un colore che va bene con tutto. Grigie le pareti ed il soffitto, grigio il maglione. E non è un senso di “grigiore” quello che si prova ma una neutralità che permette alle cose appese o sistemate in casa di trovare uno slancio e farsi sentire dall’uomo o dalla donna che entra.

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Dopo il bicchiere il cielo si apre e le cose al di sotto prendono colore.

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viteTino è il diminutivo di Stortino. Ezio lo trovò per strada o fu forse il contrario. Tino era malconcio, qualcosa lo aveva investito. A guardarlo muoversi in casa quando la porta si apre sembra un cane che faccia da guardia come se in gratitudine a chi l’ha salvato prestasse i suoi sensi felini. Gli opposti si attraggono ma i simili si cercano mi dice poi.

tinoSol è il nome del vino passito di uve Moscato. E’ un nome che si fa complesso tra una nota, una solitudine e una stella. Una libertà di scelta e una possibilità di significato.

forbici e solC’è una cosa che esce gentile oltre alla gentilezza dei modi, tra le pieghe di un viso serio e le parole che spiegano e sognano ancora si apre improvviso un largo sorriso di vita che è occhi e bocca in un sol respiro.

Torneremo a Castiglione Tinella, torneremo a vedere il taglio del grappolo in pianta e racconteremo la storia del sol e del fol e del rifol…di Tino e di Ezio…per ora qualche immagine e qualche parola che faccia da introduzione alla terra all’uomo all’animale.

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