5 febbraio – Giovanni Scarfone

Intercity notte, Roma-Messina. La famosa cuccetta di cui ho sempre sentito parlare il mio amico Angelo, uomo della provincia di Ragusa. Oggi che lui si è trasferito nei miei luoghi nativi metto piede per la prima volta nell’isola dove è nato.
L’emozione è davvero grande quando il treno esce lento dalla pancia del traghetto. Sono le 6 ed è ancora buio. Il bar della stazione alza le serrande, Giovanni sta arrivando da Torre di Faro ma c’è il tempo per un caffè.
Esco sul marciapiedi esterno alla ricerca di una figura magra come mi ha descritto Giovanna Morganti ma è una voce che chiama il mio nome a farmi voltare e a riconoscere il giovane vignaiolo.
Sono sveglio, stanco ma molto sveglio vuoi l’entusiasmo per il nuovo incontro vuoi la meta che stiamo per raggiungere: Faro Superiore.
Giovanni mi spiega che il nome del paese deriva dal nome del popolo greco arrivato a Zancle, l’attuale Messina, i Farii. Duecento cinquanta metri sopra il livello del mare, boschi, case di famiglia e piccoli appezzamenti vitati.

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Giovanni mi dice che nel 1908 a Messina il terremoto fece 80000 vittime e il bisnonno materno sopravvissuto al disastro era già possessore di terreni coltivati a frutta e uve.
Mi impressiona la tonalità dei colori che incontriamo entrando nel vigneto; un verde vivo e un giallo intenso. I boschi sono rigogliosi e soffia un vento di scirocco che porta la salsedine sulla pelle.

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Arriva anche Carmelo, il padre, ci salutiamo e lui inizia subito a lavorare sulle piante di nero d’Avola tagliate dal figlio.

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L’operazione è quella dell’innesto. Carmelo pratica due incisioni alla base del tronco e vi mette due piccoli innesti di Nerello Mascalese.

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Poi Giovanni fa girare un nastro nero attorno alla parte innestata e vi sparge una sostanza per consolidare e tenere assieme le nuove creature.

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Carmelo parla poco mentre io mi metto a stralciare, cioè a togliere i tralci potati in precedenza e lasciati tra i filari, chiacchierando con Giovanni di terreni, esposizioni, di passioni personali.
Ancora non mi rendo ben conto della bellezza che ho attorno, c’è una sorta di irrealta’ dettata dalla sensazione di trovarsi in un sogno, eppure sono lì che compio azioni e parlo e sto conoscendo una realtà impensabile. Ho di fronte due uomini che stanno consolidando una maniera artigianale di lavorare la natura per farne un vino sincero.
Giovanni è tornato apposta da Bologna dove ha studiato agraria. Ha deciso di ampliare il vigneto di famiglia, si è fatto una piccola cantina e dal 2006 ha iniziato a imbottigliare le sue prime bottiglie di Faro e di rosato. Due vini con lo stesso uvaggio costituito da Nerello Mascalese Nerello Cappuccio e Nocera.

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La giornata diventa calda, 18 gradi e lo scirocco continua, mi sento la faccia scottare. Sembra uno dei primi momenti della primavera. I gatti se ne stanno quieti ad osservare le operazioni di innesto sopra la mia piccola valigia.

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Il clima di questo luogo è continentale non è secco. Il vigneto è esposto a nord e in tal modo è in grado di mantenersi fresco anche nei mesi più caldi.

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Giovanni mi mostra la composizione del terreno. Tufo arenario da una parte, la terra si sbriciola in superficie ma sotto, l’acqua viene trattenuta dalla roccia in modo da dissetare le radici delle piante; marne argillose dall’altra, una terra più compatta. Due terreni completamente diversi nello spazio di pochi metri.

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Osservo padre e figlio che lavorano uno accanto all’altro, i loro gesti, la loro naturalezza, a volte si parlano quasi sottovoce nel dialetto della loro terra.
Coraggio e persistenza, una bellezza raccolta tenace e vogliosa.

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2 pensieri su “5 febbraio – Giovanni Scarfone”

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