7 febbraio – Francesco Guccione

Guardo fuori. Alla mia destra passa a tempo di autobus la costa siciliana affacciata sul tirreno. È un susseguirsi di promontori gallerie mare e nuvole sparse qua e là sopra le cose.
Tre ore di viaggio da Messina a Palermo. Tre ore che scorrono in un soffio tant’è rapito il mio occhio inquieto che si abbandona alle realtà dimenticandosi di me stesso del corpo e della testa come fosse lui solo a percepire e a sentire. Poi si aggiungono anche gli altri sensi quando la strada lascia posto alle case al traffico alla gente che cammina ai rumori ai mercati alla città.

Francesco, il figlio Giorgio ed io arriviamo nello stesso momento nel piazzale della stazione centrale. È un incontro che da subito sento appartenere ad una terra paterna dove è l’elemento maschile a fare da custode e senza indugio mi offro a questo nuovo territorio e affido a Giorgio parte dei miei bagagli.

Il viaggio riparte e Palermo mi sfiora e mi lascia così come mi aveva temporaneamente accolto. Il cielo si annuvola e inizia a piovere. Il piano si fa inclinato, lassù da qualche parte deve aver nevicato e torna il sole.
San Giuseppe Jato, mangiamo qualcosa. Lascio entrare gli odori le consistenze e i colori nell’animo in cerca di cibo, lo lascio andare e perdersi dentro la bianca fresca ricotta, la caponata la zucca sottile marinata le olive i pomodorini seccati il confine del pane.

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Fuori l’acqua scende abbracciando la parte più fredda in forma di neve ma quando riusciamo è rispuntato il sole.
È un alternarsi che sento proprio dei luoghi circostanti, un passare continuo di umori.
A pochi chilometri nel comune di San Cipirello la cantina di Francesco.

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Uno spazio aperto, una cantina-loft mi viene da pensare. Lungo il perimetro le varie fasi lavorative, la pressa la pigio diraspatrice l’imbottigliamento la cera per il sigillo, lo stoccaggio delle bottiglie impilate e in posizione reclinata.
Nella parte più ‘interna i contenitori le botti e l’acciaio.

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Assaggiamo i vini. Annate 2013 e 2014 Trebbiano, Cataratto, Perricone, Nerello Mascalese. Sono vini di ricerca personale. C’è una curiosità e un attenzione che ne segue il divenire che aspetta che lascia tempo che sperimenta che decide di non imbottigliare ancora che ascolta anche gli altri. Mi lascio andare ai bianchi al bello spessore aromarico del Trebbiano, vitigno che affonda le radici nella tradizione viticola di tutta la Sicilia, al cuore amaro del Cataratto, al felice connubio tra i due la cui espressione congiunta trova armonie e complementarietà.
Poi i rossi. Il rustico e ruspante Perricone e l’austerità elegante del Nerello Mascalese. Si assaggia qua e là anche da bottiglie aperte da giorni dove il vino si è aperto senza perdersi.
Questo vorrei chiamarlo Machado, un vino con cui festeggiare la vendemmia.
A me viene in mente il poeta spagnolo che ha cantato il fiume Duero e provo emozione per quel nome. Poi bevo e mi innamoro di quel vino che sa donarsi facile e non banale che stimola ulteriori appetiti e che mantiene il vigore e la freschezza di dentro e fuori. Non saprei dire se sia bianco o rosso ad occhi chiusi. In effetti è un uvagguo di uve rosse e uve bianche. Discutiamo sul nome del vino e concordiamo sull’importanza della sonorità della parola e della sua evocazione di altro.
Fuori è tornato il sole.

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Osservo il mondo attorno alla cantina. Le costruzioni dismesse dove un tempo passavano le uve. Rifletto suo contrasti e sulla stratificazione delle realtà, sulla storia che passa sulla storia. So che dovrò ritornare su questo punto, su questo spazio dove convivono passato e futuro.

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Cambiamo macchina. Saliamo sulla jeep per affrontare gli ultimi chilometri che ci separano dalla casa e dalla campagna. L’auto non parte. I fari hanno asciugato la batteria e ci mettiamo a spingere verso la strada in discesa per ricercare la scintilla del l’accensione.
Il sole sta nascondendosi dietro le nuvole e i monti ma c’è abbastanza luce per scorgere la vigna e la casa a pochi passi. Mi piace la sensazione che c’è qui. Ci si sente dentro, immersi in qualche cosa nella natura nella solitudine nella volontà di una vita forse.

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Attorno al focolare iniziamo a parlare.
Parliamo mentre prepariamo la cena e assaggiamo altro vino e ci rimettiamo davanti al fuoco e parliamo ancora. Le parole vanno via per mondi e posti diversi in continuo movimento ma con tutta la lentezza dell’attenzione e dell’ascolto. È un fiume che porta le cose con corrente continua e gentile…umanamente.

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5 pensieri riguardo “7 febbraio – Francesco Guccione”

  1. Grande Francesco un caro abbraccio! Quando ho assaggiato la prima volta i suoi vini fu folgorazione, il trebbiano e il cataratto su tutti, ansioso di assaggiare l’uvaggio! Vai Davide, continua così che a tenere le cose a posto qui ci si pensa noi!!!!

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