8 febbraio – Francesco Guccione

Piove. A tratti la pioggia si fa neve e il vento prende forza spostando le cose. Poi per un breve tratto torna il silenzio e la luce del sole fa luccicare la realtà.
È forse in uno di questi ultimi momenti della giornata che troviamo la convinzione di uscire verso la campagna vitata. La strada è piena di profonde buche come piccoli laghetti di acqua piovana. Ma è l’intensità di un frammento di vita, questa piccola parte di mondo illuminata e bagnata allo stesso tempo dal cielo che accompagna il respiro. Lo spazio si è fatto sconfinato e stare nel vigneto a tendone mi fa sentire protetto, accolto dalla natura e dall’uomo che ci lavora.

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Francesco inizia a potare qualche pianta, o sarebbe meglio dire qualche alberello. Cè una delicata attenzione nei suoi gesti. Una lentezza rispettosa dell’altro. Una potatura che guarda verso l’alto con la luce negli occhi. Una relazione tra natura cresciuta più in alto di noi e noi stessi. Ricordo Giovanna che se ne stava inginocchiata di fronte alle sue viti ma provo anche qui nel tendone la stessa religiosità forse più legata alle forze aeree e maschili dell’essere umano.

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Torna la pioggia, recupero le mie cose e risaliamo in auto. Il tempo è stato con noi, me lo sentivo che ce l’ avrebbe permesso.
Torniamo in cantina e facciamo due parole sulle caratteristiche del territorio e sulla sua storia vitivinicola.
Osservo padre e figlio che condividono e vivono lo spazio a modo loro e provo un senso di dispiacere quando diciamo a Giorgio di starsene in silenzio che stiamo registrando l’intervista. Si vede a pelle che vorrebbe partecipare anche lui poi lo vedo inginocchiato al di sopra di una botte alle spalle del padre e sorrido. È già alla ricerca di se stesso.

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Sì fa buio. Riaccompagnamo Giorgio a Palermo. Lo saluto, sono contento di aver giocato con lui. Nove anni ma dentro una sensibilità molto bella e matura e un dolce rispetto delle.cose.

Facciamo due passi per la città. Le strade accanto al mercato di Ballarò, piccole cappelle affollate di gente…chioschi con braci accese…palazzi vecchi e ricostruzioni…sfioro soltanto la bellezza e la complessità di una città che spero di riincontrare con più calma.

Di ritorno alla campagna. Buio e silenzio. Uno dei cani di Francesco ci accompagna fino verso casa.
Lassù sopra le vigne al di sotto della montagna giace una casetta piccina piccina. I fari la illuminano, ne illuminano la sua improbabile presenza.
Proprio qui dove la terra da’ vino e le strade sono risucchiate dalla natura, una parte del mondo dove i tempi si susseguono rapidi e cangianti, dove pioggia e sole e neve danzano una giga, dove un uomo protegge ciò che è nato e cresciuto nel tempo…proprio qui passa il treno dell’immaginazione. La piccola casa ne doveva essere la stazione di fermata ma nessuna rotaia è stata posata e nessun treno ha fischiato nell’aria. Soltanto viaggiatori innamorati sono arrivati fin qua…la stazione è rimasta per loro, per accogliere la loro fatica e per riempire il loro riposo di sogni e passioni.

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