12 febbraio – Giuseppe Gueli

È un autobus che da Marsala si allunga attraverso la costa meridionale in direzione di Agrigento. Passano olivi e olivi vigneti e vigneti e masserie in abbandono piccole case e ancora olivi e vigneti e a pochi passi il mare.
Il tempo si fa elettrico. Dalla parte del mare ancora il sole, nell’entroterra le nuvole che da bianche si fanno grige.
Sull’altopiano la città ma mentre l’autobus si avvicina compaiono senza alcun preavviso i templi del passato, anni e anni che irrompono così nella mia prima volta, nel mio primo incontro.

Da Agrigento un piccolo bus mi porta a Grotte. Giuseppe passa a prendermi alla fermata e ci muoviamo subito per la campagna.

Grotte è un piccolo paese fondato nel 1562 dal barone di Monteaperto, un signorotto che veniva da fuori e che per assicurarsi un posto in parlamento fondò il feudo senza tanto preoccuparsi del suo destino.
Ma la storia vera quella ce la respiri. Accanto a Grotte il paese natale di Sciascia e nella collina che vediamo dalla campagna la terra dei racconti di Pirandello…le miniere di zolfo, rosso Malpelo…

Giuseppe ha una voce misurata, tra un’apparente timidezza e una delicata espressione. Le sue parole arrivano comunque da un entusiasmo sentito, da una storia conosciuta e da una volontà di mantenerla.

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Sono nel vigneto dell’Erbatino, uno dei due neri d’Avola prodotti. Il suolo appartiene alla famiglia dei trubi, parenti del gesso (gessoso sulfifera). Sono terre bianche che trattengono l’acqua, in superficie si asciugano in fretta mentre sotto si mantengono umidi garantendo alle viti freschezza anche nei giorni caldi. L’allevamento è a tendone, l’alberello sviluppa tre o quattro ramificazioni.
Lasciamo che sia la singola pianta a decidere come svilupparsi, quanto produrre…non faccio diradamenti perché accade che gli acini cadano a terra da soli e poi mio padre…non si butta via niente in campagna…

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Questo l’abbiamo costruito per la prima vinificazione. Era il 2009. Nelle vasche di cemento il liquido sta sulle fecce per 50 giorni con follature manuali periodiche e poi passa in una vasca interrata e da lì viene pompato in una cisterna e portato a casa dove riposa circa 30 mesi in barrique di sesto passaggio senza alcuna aggiunta di solforosa, si protegge da solo.

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Nella campagna vicina dove un giorno sorgerà la nuova cantina il padre Vincenzo sta innestato una vecchia varietà di pera dal corpo piccolo e dai ricordi d’infanzia.

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Cogliamo dall’albero alcuni mandarini tardivi che in bocca risvegliano i sensi grazie alla bella e fresca acidità.

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Poi saliamo. Ci sono case fatte di pietra bianca lasciate in buona parte a se stesse. Ci vivevano i contadini che lavoravano la campagna. Qui sono tutti piccoli terrazzamenti dove coltivare il mandorlo, vedi i muretti stanno cadendo a pezzi.

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All’ epoca delle miniere dagli inizi dell’800 e fino agli anni precedenti la seconda guerra mondiale qui hanno scaricato queste pietre. Era il materiale di scarto dell’estrazione dello zolfo: si chiamano ginisi. Metri e metri di ginisi ricoprono il suolo.

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Poco distante ecco una discenderia. Da quel buco uomini nudi vi entravano per estrarre lo zolfo.

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Nella parte più alta con i piedi sopra un terreno fatto di trubi accompagnamo una sottile linea di tramonto. È un paesaggio che non avevo mai incontrato e starci in piedi mi fa sentire lontano.

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A cena Giuseppe apre una bottiglia del 2010. Annata calda che sento subito nel bicchiere ma che necessita di tempo.
Quando si apre sono passati una ventina di minuti. La riduzione ha lasciato spazio alla profondità alla freschezza alla mineralita’ leggermente speziata. È un vino che scende e si porta via dolcemente quello che è rimasto in bocca, accompagna il cibo verso l’interno lasciando una sensazione di pulito. È proprio vero che il vino ha saputo proteggersi da solo grazie all’alcol e all’acidità e ai fragranti tannini.

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