13 febbraio – Grotte con Giuseppe Gueli

I resti di una vecchia miniera per l’estrazione dello zolfo tra Comitini e Grotte. Ci sono forni collegati tra loro da canali sotterranei dove il calore si propagava e bruciava la materia. Lo zolfo fuoriusciva da una piccola fessura chiamata morte e veniva raccolto e lasciato solidificare, messo sul treno e venduto.

L’area storica è quasi in stato di abbandono…paletti caduti a terra, erbe che avvolgono e nascondono le realtà.

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Torniamo nel vigneto dell’Erbatino e facciamo due parola sullo spazio aperto costruito per la vinificazione.
Poi Giuseppe mi mostra un rapanello piantato e cresciuto insieme al favino tra i filari di nero d’Avola.

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Ci spostiamo su di un altro versante del territorio. Il nome della contrada è Scintilia. Si vede il mare e la città di Agrigento. Con le uve di questo vigneto nutrito da un territorio completamente diverso nasce il Calcareus, l’altro nero d’Avola dell’azienda.
La terra è più scura, di natura calcarea.
Il vino è meno austero e profondo, forse più semplice ma non per questo significativo e poi ci sono annate in cui i due vini si differenziano di poco e altre in cui prendono nature più individuali.
Sono comunque vini che ricordano l’asciutta dritta e rocciosa montagna la sua freschezza e mineralita’.

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Camminiamo, saliamo pendii, Giuseppe mi parla di tutto il paesaggio, della vegetazione. Con curiosa lentezza mi affido alla sua conoscenza sentita.

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Grotte deve il suo nome anche ad una storia più ancestrale. Ci sono colline di roccia dove gli uomini del neolitico hanno scavato nicchie forse semplicemente per rifugiarsi dormire scrutare l’orizzonte in cerca di prede…
È una dinamica emozione che attrae.
Il trovarmi lì ai piedi di questi antichi segni di vita mi ricorda le emozioni delle adolescenti di Picnic at Hanging Rock. La sospensione tra passato e presente e la forza magnetica della roccia. La voglia bambina di avventurarsi nello spazio mai calpestato, la voglia di scoprire ciò che non si vede in modo completo. In poche parole attraversiamo la breve striscia di fichi d’india e saliamo sulle rocce.

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Come nel film di Peter Weir la materia ha preso forme inquietanti e nello stesso tempo affascinanti.

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Bocche che sussurrano, occhi che ci guardano.

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È un territorio che mi ha lasciato la sua anima. Il senso selvatico e la profondità di orizzonti.

Penso alle bellezze incontrate finora, alla grande potenzialità dei territori.
Sento di aver incontrato uomini che li rappresentano con forza e onestà e credo che la loro unione possa far sviluppare dentro e fuori l’isola una cultura del rispetto e della trasmissione di un passato che si può fare futuro.
Basta parlarne con animo collaborativo, mettere assieme gli entusiasmi e le passioni per un fine condiviso.

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