16 febbraio – Salvatore Ferrandes

Dominica mi raggiunge alla caffetteria del mare. La mattina ha da poco superato l’alba, mi sento in debito di sonno e nello stesso tempo lontano lontano da quel poco di abitudini che avevo finora imparato a riconoscere lungo il viaggio. È un passaggio che stordisce i sensi che li rivolta come zolle di terra di campo e porta alla luce nuove possibilità.

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La moglie di Salvatore mi accompagna per le strade e mi parla del paesaggio e di quello che incontriamo.
Passiamo noi e la panda e passa il mare accanto finiscono le case del centro e del porto e passa la natura più selvaggia, il lago di acqua dolce con spuma di soda, un lago vulcanico le cui acque ricordano la bellezza degli atolli oceanici.

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Nella parte più fertile dell’isola una roccia si allunga fin dentro il mare come a scappare da una fatale eruzione. Una testa di elefante che prende il largo o che porta con sé sulle spalle l’intera terra dell’isola.

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Qui in questo mondo dove passarono diverse popolazioni i nomi dei luoghi e delle persone ne hanno ricevuto l’influenza.
Così ci sono posti con nomi arabi e uomini e donne che portano cognomi spagnoli.
Le case vengono chiamate dammusi e la loro forma rivela la profonda essenzialità rurale dell’isola.

In casa Dominica mi mostra i grappoli di zibibbo appassiti.

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E sempre in casa un gatto rosso che sembra smarrito felicemente in sonni profondi.

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Salvatore torna dalla campagna. Il tempo è ancora sospeso tra la voglia di piovere e l’indolente immobilità.
Decidiamo comunque di uscire e di vedere parte dei vigneti dell’azienda.
Arriviamo sopra il mare. Salvatore mi parla di come lui ha vissuto l’isola, di com’era coltivata degli spazi diversi della cura a lei rivolta da uomini e donne.
Percorriamo il sentiero che porta alle viti più vicine al mare. Ai lati, bassi muretti di pietre, colorate e compenetrate da verdi gialli licheni.
Mi mostra una roccia e i suoi visibili tagli interni da cui insieme al padre staccava piccoli pezzi per poi venderli a nuovi proprietari per abbellire le nuove case i nuovi moderni dammusi.
Ma si capisce subito che la realtà di cui parla Salvatore appartiene al passato. Le sue parole suonano rassegnate come a significare una inevitabile rinuncia e tuttavia conservano la felicità di aver comunque vissuto un tempo di buone fatiche un contatto elementare lento ed essenziale con la terra.

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Strappare quella poca terra alla roccia è stato un lavoro faticoso per chi viveva in passato e lui ne è stato fiero di accompagnare e proteggere e tenere vivo e modellare di anno in anno.
Ora che il corpo inizia a cedere agli sforzi richiesti, ora che è necessario devolvere ad altri i lavori della campagna, lo sguardo si fa nostalgico e soffre di amara impotenza. Ma per quel poco che è ancora possibile si va avanti, sempre meglio che lasciare tutto al mortifero abbandono.

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Accanto al vigneto piante di capperi appena potate, piccoli dammusi che accoglievano e da qualche parte accolgono ancora attrezzi e uomini e donne.

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L’ulivo qui cresce seguendo una natura sua assecondando la terra e le forze della natura. Le radici crescono accanto ai muretti e scendono lunghe ed arrivano nei campi coltivati a vite mentre i rami e la vegetazione esterna si sviluppano in orizzontale a pochi centimetri da terra…olio orizzontale…è davvero incredibile ciò che fa la natura.

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Così anche gli alberelli di zibibbo vicini vicini alla base della terra crescono nelle conche scavate dall’uomo. Ciascuno con la propria forma con il proprio spazio con il proprio tempo.

Sono qui sull’isola.
Cè una lontananza interiore.
Cè una sospensione tra cielo e terra.
Cè una fatica che tiene insieme un uomo al suo passato.
Cè una felicità che le cose siano accadute e che si possano ancora vedere e toccare e assaggiare.

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