26 febbraio – ‘A Vita prima della pioggia

La casa di Francesco e Laura si trova sulla strada per Cirò. Da qui si vede il mare e quando usciamo per andare in vigna il sole ha da poco alzato le braccia.

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Il terreno in contrada Prachetto ha un suolo calcareo argilloso. Il vigneto di Francesco è facilmente riconoscibile dalla vegetazione tra i filari di Gaglioppo dove il favino cresce rigoglioso.

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Sulle alture delle colline vicine si illuminano come due attori di palcoscenico Melissa e Cirò.
Prima l’uno e poi l’altro come se il sole giocasse un gioco complice con i due paesi affacciati sulla fiumara.

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Francesco inizia la potatura, lo fa con la sua calma, a me sembra che stia facendo la cosa più naturale del mondo. Non c’è attimo di tensione né un movimento nervoso o particolarmente veloce. I gesti scorrono in una fluidità lenta ma costante… forse nemmeno tanto lenta…è solo la mia impressione…la sua pacatezza mi fa vedere le cose in modo più lento.

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Poi prendo le forbici e aiuto a togliere i tralci potati e li sistemo a terra tra i filari. Sono lì con il sole negli occhi e le mezze maniche quando mi guardo attorno. In mezzo al filare le piante di favino mi superano i fianchi ed anche le viti vicine crescono fino quasi alla mia vita…crescono fino alla mia vita…ci sono parole che hanno perso completamente il loro significato a forza di usarle, espressioni che si sono svuotate di senso tanto appiccicate alle abitudini quotidiane e alle frette scontate e consumate dell’inumano progredire…in questa mattina di nuvole e sole ritrovo il suono e la risonanza di un modo di dire che ha a che fare con la relazione il corpo i vestiti le altezze le forme…ora sento i prolungamenti della parola e del linguaggio e la vita prende sfumature diverse immersa com’è tra la vite e la natura…lo sento a livello della pancia sopra i fianchi nella bocca dello stomaco come passasse da lì l’energia circostante e da lì poi si espandesse…’a vita la vite la vita i piedi sul suolo gli occhi al sole le mani sulla natura…e nell’aria le parole del viaggio quello al termine della notte…che è la vita più che la morte a non avere fine…

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Che sia vicino al mare, nel vallo vicino alla fiumara o sui terrazzi leggermente innalzati dove la terra si tinge di rosso argilla, il Gaglioppo trova la sua via verso la sincerità. Un’uva dalla buccia sottile da trattare con delicate mani, un frutto che sa donarsi con generosità concentrando tannicita’ e rigore, in apparenza scorbutico ma che se aspettato e accolto si dà tutto. Un vino, il Gaglioppo, che trova naturale compagnia nella cucina di terra, che sa attenuare le irrequietudini del peperoncino e far risuonare salsicce e insaccati con forza e potenza e con una eterna risacca di freschezza.

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Freschezza marina del vino in versione rosata appiccicata alle onde e alla sabbia e con prospettive di orizzonti lontani come a guardare i colori che sfumano senza intravederne la fine.

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Turuzzo Cariati poi si mette a suonare la chitarra battente e a cantare con voce di popolo e storia ninna nanne serenate e proverbi. Lo spazio si riempie di cose di fatiche di compagnie semplici e disinteressate proprio perché spontanee. Escono i suoi ottant’anni escono i suoi vent’anni esce la sua vita in note diverse.

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Qui dovrebbe fermarsi la scuola. Parole e musiche e dialetti al posto di libri e di compiti a casa…

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C’è anche il tempo di andare a trovare Sergio Arcuri. Mi piace questa legame privo di gelosie o chiusure questo amore che si prova verso chi fa uno stesso lavoro condividendone i modi e i principi naturali.
Francesco e Sergio ed io assaggiamo i vini dalle vasche. Ne parliamo ci confrontiamo con schiettezza non si nasconde nulla non c’è nulla da nascondere e a parlare è la voce del Gaglioppo…

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Ripassiamo per le strade di Cirò Marina…seppur Francesco ci abbia passato l’infanzia non le sente sue…non ci ha molto a che fare…lui guarda sempre all’entroterra dove sono i contadini la gente delle campagne come Turuzzo che per tre giorni s’è n’è stato a raccogliere il grano con gli stessi vestiti e lo stesso sudore…

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