4 marzo – Alfonso Arpino & Anna

Sono le 5:30. I cani stanno ricominciando ad abbaiare e in cucina sento rumoreggiare pentole e utensili.
Anna è alle prese con qualcosa sui fornelli, la saluto con gli occhi che ancora bruciano nel sonno ma ormai alle prese con il nuovo risveglio. Arriva anche Alfonso vestito di pigiama e con il volto sorridente. Beviamo o caffè, il buono e forte caffè campano, quello ristretto che si porta nella sua densità la carica e l’impulso per affrontare la giornata.

Poi è la volta dei gatti e dei cani. Anna riempie loro la ciotola con la pasta cucinata sul fuoco mentre Alfonso rivolta la terra vicino al compost alla ricerca di vermi da gettare dentro il pollaio.

Sono lontano dalle mie abitudini, lontano da tante cose che più o meno mi mancano. Vicino, del resto, al mondo rurale, ai gesti semplici e quotidiani che si prendono cura di terre e di animali, vicino alla mia scelta di rimettermi in gioco attraverso questo viaggio. Ne respiro la freschezza e lo scorrere e le volontà di uomini e di donne.

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Scendiamo verso i paesi della costiera per accompagnare Anna a lavoro.
Le case sembrano ancora dormire nel ritmo tranquillo di un mare che sembra aspettare compagnie e vite che gli si facciano intorno.

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Alfonso mi parla del bosco mentre risaliamo la strada verso Tramonti.
Qui in basso prima c’erano anche vigneti poi hanno cominciato a piantare limoni perché quelli davano soldi più in fretta.
Cosi come hanno cominciato a piantare castagni dove castagni non c’erano perché i frutti erano richiesti e potevano essere venduti a buon prezzo. La vita del bosco è cambiata. C’è attenzione solo dove c’è guadagno.
Torniamo nei vigneti.
Le nuvole sono in viaggio, partecipano anch’esse al movimento continuo della vita. Il mio respiro porta dentro e porta fuori l’aria che si unisce al vento e il vento si appoggia sulle acque dove giacciono le forme e gli idoli nella fragile e tremolante esistenza di un riflesso.

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Alfonso non mi parla soltanto della sua terra e del suo vino o di se stesso ma indugia e chiede della mia vita della mia voce dei mie occhi del mio passato. Percepisco una curiosità medica di buon dottore di famiglia ma soprattutto un desiderio di conoscenza e di profondità. Mi dice che fin dalla prima telefonata è restato colpito dalla mia voce…da dove nasce questa tua tonalità tranquilla e decisa?
Io lo guardo e ripenso alla mia voce e non ci vedo affatto decisione, forse un po’ di pacatezza un tono basso, ma che sia decisa non lo sento. Poi penso a quante persone mi abbiamo parlato della voce in questo modo così umano o che mi abbiano chiesto come trovavo io la loro voce. Stiamo scendendo in noi stessi con la forza delle parole, con occhi curiosi, con sincerità e disinteresse.
Forse che il vino è veramente un mezzo di conoscenza e di convivialità. Tutto ciò che gli sta intorno costringe l’uomo e la donna a piccoli e ripetuti gesti d’affetto, a dialoghi delicati ma decisi con gli elementi della natura e la finale condivisione del frutto di un lungo lavoro offre leggerezze e felicità di orizzonti, modi diversi di stare insieme e di toccare la vita.

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È un cielo diverso quando cammini sotto al tendone di fattura             etrusco-romana. È un senso di protezione verso ciò che ci sta di fuori, una forza che parte dal basso e che riporta verso il basso. Una tensione che sembra lì da secoli, che fiorisce e rifiorisce senza fine. Una energia che mette in moto le forze dell’universo e che ci accende la voglia di viverla per davvero questa storia, l’entusiasmo  di fare e di credere in qualcosa.

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Alfonso mi dice di assecondare le mie energie e i miei sogni ma di restare sempre con i piedi ben piantati a terra.
Che anche lui si lascia prendere dai sogni e dalle fantasie ma che continuerà a fare il dottore. Bisogna fare le piccole azioni che portano al compimento della volontà, sono le concretezze che realizzano il sogno non il contrario.

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Così la concretezza delle fronde di salice. Prima pulite e poi strette attorno alla vita della vite con il gesto delle mani. Il nerbo interno del salice viene piegato su se stesso, ne viene spezzata l’anima. È un sacrificio che la natura fa alla natura; il salice si dona alla vite, si unisce al suo corso, la tiene e la protegge.

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Alfonso mi chiede se voglio assaggiare qualcosa e io gli sorrido con gli occhi e con il viso.
C’è il Tintore, quello nuovo nella sua giovinezza.

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È un vino pieno di acidità ancora insicuro di se stesso nella postura, un vino che tuttavia guarda avanti con fresca energia e materia. Alfonso mi racconta che la sua buccia secolare è una buccia sottile che quasi si scioglie durante la fermentazione. Non c’è bisogno di travasi per eliminare le fecce, tutto si fa vino.
Il Tintore 2013 fa capire la forza espressiva del vitigno e la sua straordinaria longevità. Dentro c’è il freddo del vento che passa attraverso i valichi, la natura minerale del vulcano che ha portato il suo lapillo sulla terra di Tramonti, la roccia quasi dolomitica della montagna e la nebbia umida che sale la sera dal mare.

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Il bianco 2014 fatto con uve di Biancatenera, Pepella e Ginestra.
Sembra di bere un Riesling della Mosella con qualche goccia di agrume amaro. La bottiglia della vendemmia 2009 mi conferma l’impressione. Si aggiunge una parte aromatica dovuta alla formazione della muffa nobile in alcuni acini del grappolo. La vendemmia viene fatta a fine ottobre quasi novembre.

Infine il rosato. Tintore e Moscio.
Una importante acidità che sorregge freschezza e mare.

Alfonso mi chiede più volte che cosa ne penso del vino e mi ascolta con attenzione e partecipazione.
Anna beve e non chiede nulla, lei è semplice e sottile come la buccia del Tintore. Dona con generosità.

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E I gatti? Stanno semplicemente aspettando il cibo o sono incuriositi e attratti dai modi umani e dalle passioni che circolano accanto a loro.

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Mentre preparo le mie cose per il viaggio che continua ripenso e rivedo Alfonso che sale tra gli ulivi che portano ad uno dei suoi vigneti.
Ci volevano costruire una strada lassù.
Non si vede più quello che è la bellezza, la sua forma naturale nelle cose e negli elementi del mondo è stata abbruttita, resa ridicola annientata. Nei tuoi occhi c’è bellezza, non devi disperderla.
Se ci sia veramente bellezza non so, forse riflettono la bellezza che ho davanti e attorno ed ora è una bellezza che si inumidisce e si commuove.

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Viene il buio, viene la pioggia. Salgo insieme a un amico con non vedevo da anni verso il valico di Tramonti.
Da lì con la luce si vede la pianura ed il vulcano.

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Ma ora è sera e c’è una nebbia che mi porta a nord verso le mie terre. La strada nemmeno si vede e le curve si ripetono sempre diverse. Lascio Tramonti alle spalle e scendiamo per Napoli.

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2 pensieri su “4 marzo – Alfonso Arpino & Anna”

  1. Ho avuto anch’io la fortuna di conoscere Alfonso e vedere la bellezza di quei vigneti. Hai reso benissimo la sua gentile e discreta disponibilità, oltre al semplice fascino di quei luoghi.

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