24 marzo – sulla Dolceacqua di Antonio Perrino

Gian e Gio. L’ultimo saluto a Bellissimi.
L’ultimo sorriso che passa da parte a parte senza alcun trucco e che contagia in modo allegro e disinteressato.
Me lo porto addosso fino alla strada ferrata ma prima di raggiungerla lascio andare la mia mongolfiera con la scritta Arrivederci, la lascio andare, che si perda anch’essa tra i boschi i rii e gli esseri del favoloso paese dei bauli…ci rivedremo…chissà forse alla Misericordia…

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Il treno mi porta a Ponente. Mentre il mare con le sue piccole schiume scorre alla mia sinistra, passano Taggia Arma, Sanremo, Bordighera, Ventimiglia.

Fuori dalla stazione dovrebbe esserci il bus per Dolceacqua. Avviso Antonio.
Anche lui si trova a Ventimiglia e mi dice di aspettarlo lì dove mi trovo.
Siedo sui gradini accanto ai treni e guardo il sole confortante dell’inizio di primavera.

Le mani e le gambe si muovono nella curiosità e nell’emozione dell’incontro.
Ho visto Antonio solo in fotografia.
Ci ho parlato assieme tre o quattro volte al telefono. Il vino che ho bevuto mi ha raccontato di un uomo diretto che mette tutto in gioco anche nel proprio vino.

Poi lo vedo. Dev’essere lui. Si, mi fa un cenno con il capo. Salgo in macchina ed iniziamo a conoscerci con le parole con i gesti con rumori espressivi e sguardi. Le essenze escono fuori quasi senza fare domande, è sufficiente stare ad ascoltare e seguire il viaggio da dove era partito con la stessa intensità e accoglienza, portarsi le cose dentro senza sovrapporre gli spazi e cadere nella ripetizione, essere ogni volta una diversa freschezza come un vino che si mantiene vino eppure nel tempo vive il cambiamento.

E così dalle parole siamo dentro la concreta essenza della cantina.
Antonio apre subito una bottiglia del suo Vermentino e iniziamo a bere.
Dolceacqua non è certo la patria di questo vitigno ma la sua struttura cristallina, la trasparenza del suo essere e la posizione eretta statuaria mi danno piacevoli sensazioni. Tanto che continuano a parlare e a bere in un liscio e armonico passaggio di stati. Un vino che invoglia.

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Oggi Filippo Rondelli di Terre Bianche, presenta al Vinitaly lo studio-progetto sul Rossese. C’è l’intenzione di utilizzare in etichetta le diverse sottozone del territorio, delle menzioni geografiche che permettano di raccontare e far conoscere le diversità del nostro territorio e dei diversi vini prodotti. Vedrai tu stesso oggi come cambiano le cose anche in pochi metri. Ma adesso andiamo a mangiare qualcosa.
Il vino ha fatto la sua. Ha creato uno spazio di ascolto per parole e cibi.

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Mi parla della verticale del Rossese fatta nel 2010. Quarant’anni di Rossese.
Mi piace l’idea che questo vino considerato in passato un vino da bere giovane possa giocare e durare nel tempo mantenendosi fresco.

Dalla cantina in un minuto siamo davanti alla Viassa.
Un ambiente semplice privo di decorazioni ed eccessi. Pochi piatti nel menù e soprattutto una sacra tranquillità di modi che si appoggia allo scorrere placido del pranzo.

La mia prima volta dei ravioli fritti come faceva la nonna di Nino.
Una sfoglia sottile sottile con un ripieno di erbe fritta in un attento tempo di delicatezza.

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Beviamo Rossese. 2013. Qui ho messo solo il trenta per centro dei raspi perché sulla pianta il grappolo aveva pochi acini e c’era parecchia sproporzione tra acino e raspo. Ho seguito l’annata.
Mettere in gioco tutto è affidare la propria materia a nuovi equilibri. Cercarne il proprio di equilibrio e quello del vino, assecondare le energie, intravederne le direzioni. Tentare un modo di esprimersi che è unico, il miglior modo per come ci sembra possibile per quei tempi per quelle condizioni per quegli umori.

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Avevo già provato il Rossese con il pesce trovandolo in armonica relazione ed oggi ne ho una felice conferma.
Soprattutto quando arriva il brandacujun, stoccafisso mantecato con patate ed aglio. Il vino passa per il palato e passando accompagna i sapori salati del cibo con i propri senza alterare nulla rimanendo staccato ma unito allo stesso tempo. Verso la fine porta con sé tutta la grassezza del cibo e la sua discesa lascia un eco di freschezza.
Brandacujun, deriva dall’azione della mantecatura. Il tegame con lo stoccafisso e le patate veniva vigorosamente rimastato soprattutto da uomini che tenevano il contenitore tra le gambe accanto agli attributi.

Ma non è l’unico cibo che trova armonia con il vino di oggi. Che siano fagioli di Pigna, calamari alla griglia con carciofi scottati o alici in salsa di pomodoro, il liquido esprime una diversa parte di sé come a concedere le proprie intimità a secondo delle persone incontrate. Comunque sempre una concessione e un donarsi più o meno salato più o meno dolce, amaro, acido, allegro, austero…mai un nascondersi.
Un bere girotondo, un alternarsi di volti che prendono via via sembianze definite e che nel tempo si mescolano assieme per poi riemergere nuovamente singolari.

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Prima di uscire resto a fissare i tratti dipinti alle pareti. Mi piacciono i prolungamenti e le deformazioni del viso il suo modo di scorrere. L’autore è un parente dei ragazzi che gestiscono il ristoro.

Narcisoriver.altervista.org

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Saliamo la strada che porta ai vigneti sul versante occidentale del fiume Nervia. Piante centenarie di Rossese, vecchi vigneti su sassi e pietre bianche.

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Radici che stanno insieme con la roccia spaccata. Una convivenza di materia tra i calanchi delle Terre Bianche, un luogo a sé che si appoggia sulla fragilità della terra tra il mare vicino e le Alpi Marittime all’orizzonte. Che prende il vento salato e la brezza fresca dell’alta montagna…sento tutto questo sulla mia pelle…l’umidità e la sensazione pungente del soffio.

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Da qui passava e si può ancora vedere la vecchia pietra della Via del Sale. E penso al bianco dei calanchi e ai carichi di sale caduti insieme agli asini o ai muli…e penso anche a seguirla la Via che mi trovo sotto ai piedi…magari un altro giorno…ora so da dove passa…

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Arcagna. La zona di elezione del Rossese secondo Nino. Qui viene il meglio.
Mentre fotografo e riprendo gli spazi e la vita attorno, lui cammina avanti e indietro tra i filari dove stamattina ha tagliato l’erba e scoperto dal verde i piccoli alberi piantati più di vent’anni fa.
Cammina e compie piccole azioni, raccoglie, sistema, poi dice qualche parola che non riesco a sentire che il vento prende con sé e se la porta via per la vallata delle terre di Dolceacqua.

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2 pensieri su “24 marzo – sulla Dolceacqua di Antonio Perrino”

  1. …lascio andare la mia mongolfiera con la scritta Arrivederci, la lascio andare, che si perda anch’essa tra i boschi i rii e gli esseri del favoloso paese dei bauli…ci rivedremo…chissà forse alla Misericordia…al prossimo diario on the road my dear friend 😘

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