25 marzo – Antonio Perrino Testalonga

Il risveglio è stato felice di avermi aperto gli occhi stamattina. Si è smesso subito i panni della notte per farsi vicino ai profumi della giornata e si è fatto bocca e naso accanto ad un bicchiere di Rossese e alle michette di Dolceacqua. Un inizio dolce oltre il dolce.

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Antonio mi aspetta al bar.
Sono le 8, ci sta anche un caffè.
Poi camminiamo fino alla cantina.

Nelle mie 53 vendemmie mi è capitata soltanto una volta in cui il vino era rimasto frizzante e un’altra, la 2008, dove la fermentazione si era fermata. Non sapevo bene cosa fare, c’era ancora zucchero che doveva essere trasformato.
Chiesi qualche consiglio è alla fine decisi di lasciarlo comunque in botte senza farci niente. L’ho imbottigliato in bottiglie da mezzo litro. Credo che sia un buon orario per sentire un bicchiere. Hai voglia? Ora lo assaggiamo.

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Il risveglio continua a stropicciarsi gli occhi ma non può rimanere indifferente alla densità intensa che questo vino è in grado di diffondere.

Restiamo con il bicchiere in mano. Antonio in un angolo accanto alle botti, io vicino al torchio. Restiamo in un silenzio. Nine’ di Bellissimi diceva che bisogna bere in silenzio per non disturbare il vino che è ancora in cantina. Ieri ho chiamato un amico e dopo uno scambio di idee siamo stati per trenta secondi senza parlare con il telefono appoggiato all’orecchio in attesa di voci. È una enorme violenza cominciare qualcosa. Io non so cominciare. Io salto semplicemente quello che dovrebbe essere il principio. Nulla è forte come il silenzio. Se non venissimo già con la nascita scagliati ognuno in mezzo alle parole, mai si rompeva il silenzio. (R.M.Rilke)

Si può cantare, si può discutere o gridare o fare rumori andare per le strade di pietra con zoccoli di legno battere un martello suonare un flauto pestare con i piedi le uve raccolte… tutto emerge da un silenzio.

Quando la bottiglia è ancora chiusa ecco un altro silenzio. Quando qualcuno decide di aprirla i silenzi si scuotono e perdono l’orientamento. Il naso e le cellule dei tessuti organici trattengono molecole che arrivano al cervello in forma di ricordi e sensazioni. Così nella lingua e nel palato. È un fermento di scambi interiori e restassimo senza parlare per ore non si potrebbe chiamare silenzio.

Sembra un vino fatto ieri.
Rompo l’assenza di parola così con quello che mi viene da dentro dopo che il vino ha fatto un primo giro nelle mie profondità, nei miei silenzi.

Antonio dice che non è cambiato da quando l’ha imbottigliato. Una dolcezza che non stanca perché accompagnata da emozioni diverse fatte di minerale amaro e fresco. I sedici gradi e passa scorrono che è un piacere. Nessuna pesantezza. Soltanto la leggerezza di avere avuto il coraggio di assecondare quello che diceva la natura.

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Iniziamo a parlare. Chiedo a Nino dove sia iniziato tutto.
Mi racconta della campagna di Pozzuolo. Ci andava con il nonno da bambino a dorso di mulo, più di un’ora dal paese e quando c’era la vendemmia si saliva quattro volte in un giorno.

Ora il vigneto a malincuore l’ha lasciato andare. Gli uccelli mangiavano la poca uva che maturava sulle vecchie piante.
Ma lì i suoi giochi erano a contatto con la terra e non si cercava altro.

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Gli chiedo il perché della parola Testalonga. Visto che di Perrino c’è n’erano tanti la mia famiglia ha preso questo appellativo. Quello che dalle mie parti si dice scotom con i due puntini sopra la seconda o.

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Continuiamo il dialogo sul territorio e sul vitigno di Dolceacqua. Tra di noi il vino dell’ultima vendemmia che riposa nelle botti forse ci ascolta parlare di lui forse si commuove forse ha un sussulto o forse è come un bimbo o una bimba che ascoltando una storia finiscono con l’addormentarsi.

In questo piccolo spazio sono arrivate le cassette di uve raccolte ad ottobre, sono state pigiate con i piedi e messe così semplicemente nelle botti.

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Lo assaggiamo.
C’è ancora riduzione ma la struttura si percepisce netta. Alcol e acidità sono in equilibrio. Ancora un paio di travasi e un po’ di tempo, il vino promette bene.

Saluto Nino e saluto il paese. I suoi vicoli e le case strette strette tra il ponte vecchio e il castello.

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Mi attende il treno del Levante.
Cinque ore lungo la strada di ferro.
Cinque ore di mare che scorre sulla mia sinistra.
Cinque Terre.

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