27 marzo – Riomaggiore, Andrea, Sara e Dafne

Ho lasciato la finestra aperta questa notte perché volevo che fosse il mare a portarmi fin dentro al sonno.
Ho lasciato che il vento rinfrescasse i miei viaggi notturni.
Ho lasciato al risveglio tutta la luce e tutto lo spazio per stupirsi della vita e confondersi tra sogno e realtà.

image

Poi mi son messo addosso il peso del lavoro e passo dopo passo ho risalito il sentiero del santuario.
Qualche goccia d’acqua dopo l’alba, un azzurro confortante accendeva le sembianze delle cose staccandone i confini tra di loro. Leggevo la parola spessore con occhi di meraviglia e tutto pareva fatto di carne e di ossa come si potesse mangiare.

image

Il sudore della fronte quest’oggi rimane nelle pelle e non scappa via, non assume un forma liquida, è soltanto un’idea, un ricordo di fatiche.

Quando passo il santuario gli odori intorno si vestono di resina bagnata.
È una cosa che avevo notato anche il giorno prima; questo stacco sensoriale all’arrivo nei vigneti come se mare e terra facessero riverberare un segreto connubio partecipando con tale intensità ala crescita  delle uve che sarebbero divenute vino.

Un paio di operai stanno togliendo le ultime radici di edera da un piccolo appezzamento. Alzano la testa a  incontrare i miei occhi mentre passo e vado oltre verso la casa di Andrea.

Stamattina ho tutto il tempo e il sole per fare le riprese, scendo e risalgo le scale di pietre messe vicine dalla mano dell’uomo, seguo i binari dove scorre il trenino che porta gli attrezzi o che si carica di materiali, di sassi o di ceppi tagliati. Le nuvole continuano a girare attorno al sole alcune in vortici, altre semplicemente in orizzontale, finché, senza che me ne accorga da subito, scompaiono del tutto. Dove saranno mai andate le nuvole? In viaggio anche loro? Un viaggio ai nostri occhi di adulti ahimè ignoto.
Mentre sono con la testa alle nuvole sbatto contro una realtà fatta di acciaio, un pezzo di binario.

image

Andrea arriva dal sentiero in basso, lo vedo camminare con una specie di zaino messo davanti, dietro di lui Sara, la compagna.
Ci salutiamo e dallo zaino vedo spuntare la piccola testa di un neonato che dorme. Questa è Dafne, nostra figlia.
Li guardo che entrano nella casa di pietra in mezzo alle viti con un sentimento di sana invidia e di felicità.

Dopo pochi minuti mi raggiunge tra i vigneti. Hai fatto le riprese? Oggi è una giornata bellissima, ora devo finire un muretto se ti va puoi venire con me.
Io lo seguo, non ho mai visto fare un muretto a secco e qui dove mi trovo deve essere di certo un elemento fondamentale. Questo paesaggio costruito dall’uomo, plasmato dalle sue mani, reso accessibile per una necessità di sussistenza e di sfida interiore con la natura stessa.

image

Raccoglie pietre da terra e ne riempie un secchio. Poi le sistema con cura e creatività una accanto all’altra provando e riprovando a seconda della forma e della grandezza. Un lavoro di pazienza che permette la sopravvivenza e la tenuta degli spazi, il cammino da un appezzamento e l’altro, un’idea di bellezza. Alla fine ciò che era separato e solo trova un unione salda e partecipante. 

image

A guardarlo dal basso questo paesaggio pare una stretta scalinata continua, un passaggio verticale e sottile dal mare al cielo fatto di pietra come se la terra nemmeno ci fosse.

image

A guardarlo dall’alto questo paesaggio di inizio primavera pare un insieme di segni orizzontali e verticali in un cielo e in un mare in attesa di vite.

image

Annunci

Un pensiero riguardo “27 marzo – Riomaggiore, Andrea, Sara e Dafne”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...