30 marzo – Lino, Broni e Barbacarlo

Quando arrivo a Broni sono le 12 e tre quarti. Per telefono Lino mi aveva detto di passare per le due. Ripercorro le strade del paese che conobbi per la prima volta lo scorso maggio, la chiesa, la pizzeria all’angolo, i bar con le slot machines, poche persone fino all’insegna, alla casa del Barbacarlo.

Ma è ancora presto. Guardo la vetrina dove sono alcune bottiglie e fotografie e tiro dritto, continuo a camminare. Mi fermo alla fine della via e mi siedo sul marciapiedi guardando il sole.
Chissà se si ricorda di me?
Di cosa parleremo? Vorrei andare al di là delle storie che già ho sentito. Trovare una strada di freschezza nonostante l’età, almeno provarci a illuminare i nuovi germogli di chi ha sulla spalle più di settanta vendemmie.
Scrivo qualche appunto poi lascio cadere la penna e chiudo il diario, scelgo di affidarmi all’ascolto e alla relazione che verrà…

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Torno indietro e varco la soglia della casa. Lino è seduto al sole nel cortile.
Quando mi vede arrivare si alza e mi saluta. Ci stringiamo la mano. Gli chiedo se si ricorda di me e lui mi risponde che si, sei venuto l’anno scorso con il treno.
Mi fa strada dove sta la sala con il tavolo e le bottiglie. Hai mangiato?
Si, rispondo. Un’arancia.
Mi guarda preoccupato quasi contrariato, esce un attimo e torna con un sacchetto e un salame.
Lo guardo affettare il pane e tagliare alcune fette di salame.

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Mangia, tu sei giovane. Questo è il 2013 e mi versa il primo sorso di Barbacarlo della giornata. Iniziamo così a parlare. Io parlo del mio progetto aspettando che Lino mi venga dietro e mi passi avanti con il suo scorrere lento e ampio di stagioni e azioni e ricordi. Si ferma soltanto quando il mio bicchiere è vuoto. Assieme alla vita e ai pensieri che ha saputo suscitare la vita passano le vendemmie 2012, 2011, 2010, 2009, 2006 che sono divenute vino. Di tutte mi dice la gradazione alcolica e la qualità dell’annata. Lucidità ma non solo.

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C’è un momento in cui sembra sporgersi più deciso verso l’obiettivo della camera e parlare con più sentimento…era il primo maggio e quel vecchio aveva tagliato l’erba e la stava rigirando perché seccasse e la potesse raccogliere in giornata…era un giorno di festa ma il fieno poteva marcire il giorno dopo…

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Lascio andare tutta la mia curiosità e gli faccio domande che nulla hanno a che fare con il vino, siano uomini, del resto, e la vita è ben oltre il vino.
Non so se ho raccolto quello che volevo, forse non sapevo nemmeno quello che cercavo…abbiamo parlato condividendo qualcosa, questo sì.
Assaggiamo insieme l’annata 1983.
Impeccabile la bottiglia. Si sente tutto il sole che c’era in quell’anno e il residuo zuccherino non è intaccato dal tempo, non si è declinato al divenire né all’ossidazione.
Allora volevi vedere il vigneto?
Si, con piacere, posso andarci anche da solo se mi indica la strada.
Non è facile. Andiamo.
E lo guardo quest’uomo di ottantatre anni e so che verrà con me a camminare accanto alla sua terra.

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Saliamo con la panda 4 per 4 i tornanti dissestati che portano in alto. Ci sono profonde scanalature per il deflusso delle acque. Lino guida attento e non dice nulla. Poi si ferma di fronte ad una collina. Da qui si sale a piedi.

Faccio soltanto una fotografia poi lo seguo con gli occhi, con il respiro e con il cuore. Lo lascio salire da solo fino alla cima della collina del Montebuono.
Avrà certo qualcosa da dire a sé stesso, alla propria ombra e alla terra che calpesta e alle piante e all’erba e al cielo…agli spiriti.

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Mentre sto fermo ad osservare la lenta salita di Lino sulla manica del mio maglione verde si appoggiano una coccinella e un sorriso. Ne vedo una anche sui tralci appena potati, cammina, prende il volo e poi torna a posarsi.

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Vedi, per quella mulattiera ci metti cinque minuti ad arrivare in paese. Noi salivano e scendevano di li. Salivi carico di qualcosa e scendevi carico di altro…c’era sempre un peso da portare.

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Mi mostra delle piante che hanno più di cento anni. Qui non hanno ancora lavorato come si deve…incompetenti!
Con il dito mi indica la collina del Barbacarlo. Guarda che pendenze!
La guardo con bellezza l’erta collina che dona le uve per il Barbacarlo, scende libera tutta d’un fiato come una bimba che libera un ingenuo entusiasmo verso il fondo e ancora più in giù.

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Facciamo il giro dell’intera collina.
Lino all’improvviso getta il giubbino a terra e si siede a riprendere fiato e guarda le cose e mi dice che là ci sono alberi che si dovrebbero tagliare ma che bisogna avere prima il permesso del comune, che laggiù c’era la casetta degli attrezzi, che dall’altra parte passano i cinghiali…

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Cerco un punto di vista che mi piaccia per raccontare il vigneto di Montebuono. Lino è sparito. Seguo il sentiero e lo trovo sdraiato che guarda una quercia.

Un uomo e un albero che hanno all’incirca la stessa età, entrambi appoggiati alla terra, entrambi vivi e con le radici ben delineate. Rimango per un po’ lontano dai due.
C’è una condivisione che posso solo sfiorare con l’anima.

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Sai, ho preso paura quando ti ho chiesto se avevi mangiato e tu mi hai risposto un’arancia…tagliati una fetta di salame…

Lo guardo di nuovo Lino che parla con una voce sussurrata, che tiene tra le labbra una sigaretta spenta che ha promesso di non fumare, che mi versa ancora un bicchiere, che mi stringe la mano guardandomi negli occhi…

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6 pensieri su “30 marzo – Lino, Broni e Barbacarlo”

  1. Un uomo e un albero che hanno all’incirca la stessa età, entrambi appoggiati alla terra, entrambi vivi e con le radici ben delineate. Rimango per un po’ lontano dai due.
    C’è una condivisione che posso solo sfiorare con l’anima…sfiorare con l’anima è la cifra della tua scrittura, abbraccio Davide

    Mi piace

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