2 aprile – Primavera a Monte dall’Ora

Sono arrivato. La Valpolicella è attorno a me per la prima volta; sulla collina solitaria di Castelrotto la casa e la terra dove Carlo e Alessandra hanno scelto di portarsi la vita.
Oggi i ciliegi dovrebbero essere in fiore e provo un senso di vergogna e scomoda distrazione nel non ricordare come sia un ciliegio fiorito. Nonostante abbia passato tempo della mia infanzia nella casa nei boschi dove i nonni tenevano animali e orto, dove fiorivano ogni anno due alberi di ciliege…non ricordo…non ho un’immagine interna che mi possa aiutare…già, troppo presa l’infanzia a giocare e trovare nuovi nomi alle cose, a inventarsi mondi e distogliere la realtà dagli occhi.
Tuttavia mi rimane dentro un ricordo di colore che la fantasia non è riuscita a trasfigurare né il tempo e gli eventi hanno fatto cambiare.
È qualcosa che ha a che fare con le nuvole, un inizio, un risveglio.

Cerco con gli occhi e con tutto il corpo questo ricordo…eccoli, i ciliegi sono nel loro bianco sorridere tra le vigne e il bosco, bianchi di primavera e di nuova energia.

Davanti all’uomo tendiamo a ricondurre molte cose alle sue mani, e tutto al suo volto in cui come in un quadrante sono visibili le ore che cullano e sostengono la sua anima. Il paesaggio invece è lì, senza le mani, e non ha un volto o, altrimenti, è volto soltanto che, con la grandezza, l’immensita’ dei suoi tratti, spaventa e scoraggia l’uomo…

R. M. Rilke

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Nonostante tutta l’immensita della natura ci sono momenti dove non servono volti e mani per riconoscere o dipingere una realtà o un paesaggio; riconoscere e dipingere non sono le necessità di quei momenti né lo sono la ricerca o la descrizione. Allora tutto ci viene incontro e noi facciamo lo stesso in una tensione che è già relazione sospesa tra cielo e terra.
Oggi lo è il camminare dentro questi alberi che si sono risvegliati, affondare e abbandonarsi alla luce che passa tra i bianchi petali in un respiro fatto di profumo e splendore che può fare a meno una volta tanto dell’aria circostante per continuare a esistere.

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Anche la vite si sta risvegliando.
I primi germogli salgono a cercare il sole.

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Carlo mi racconta come lui e Alessandra hanno iniziato questo viaggio nella natura e nel vino.
Di come era la campagna qui, dopo 18 anni di abbandono. Le marogne, i muretti a secco costruiti nel 1300, avevano bisogno di una buona manutenzione, il bosco di essere ripulito…e la casa, quella neppure c’era.

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Allora erano presenti dei filari di vite maritata. Le piante di vite si alternavano a gelsi, frassini e mandorli.
Era una agricoltura che teneva conto dei bisogni e dell’economia domestica così dai mandorli e dai gelsi si potevano ricavare pronti guadagni mentre dai frassini si ricavavano gli utensili per la casa e la campagna.
Abbiano deciso di lasciare qualche filare di vite maritata per conservare una traccia di questo passato. È una testimonianza, una parte di storia da dove nasce un significato, un rapporto tra l’uomo e la terra.

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Sotto il ciliegeto mi mostra il compost.
Tutti i tralci di vite e di ulivo finiscono qui, vengono triturati e dopo tre anni il legno ridiventa terra e può ritornare nella terra.

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Accanto ai filari di Corvina allevati a pergola veronese si sta zappando a mano. È una prossimità non invasiva tra uomo e natura così come sono vicini i ciliegi o il bosco all’estremità del vigneto, una sensazione di protezione dall’esterno e di una bella armonia.

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A San Giorgio in alto a 500 metri di altezza il vento è un continuo sentirsi che si porta via le voci delle macchine e della strada.
È la prima collina della Valpolicella da dove si vede il lago.
Carlo ha scelto questo vigneto perché era “fuori dal resto”, isolato e circondato dai boschi.
Qui è un terreno diverso. La terra è quasi rossa e sotto spunta roccia granitica.

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Una roccia friabile ma asciutta che dovrebbe dare un vino più austero con una acidità importante.

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Accanto al vigneto c’è un’opera di architettura idraulica fatta duemila anni fa dai romani, una sorta di acquedotto dove venivano incanalate le acque della sorgente e fatte arrivare in paese.
Ogni anno cerchiamo di tenerlio pulito, non si dovrebbero perdere questi pezzi di storia.

Poi mi mostra un albero che è cresciuto accanto alla sorgente. Mio padre mi ha sempre detto che per scoprire se una terra è fertile devi guardare se ci sono alberi grandi e dal fusto robusto.

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Torniamo a Castelrotto e scendiamo in cantina. In una sala i tini tronconici dove fermentano le uve appassite dell’Amarone. Accanto le grandi botti dove riposa il vino. In fondo una piccola grotta dove posso vedere la stratificazione del terreno. Ci sono delle felci che stanno crescendo. E gli strati di roccia si alternano a piccoli strati molli come fango secco.

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Sopra la cantina c’è lo spazio dove vengono sistemate le cassette con i grappoli da appassire. È uno spazio aperto dove il vento passa di continuo.
Carlo mi mostra le fotografie della vendemmia e dell’appassimento e mi parla della Valpolicella del territorio di come è diviso per valli e luoghi.
Poi assaggiamo i vini.
Valpolicella, Superiore, Ripasso, Amarone…si nasconde una vita di ciliegia più o meno aspra più o meno matura…un felice sentimento di benessere accompagna la bevuta e il parlare condiviso. Si avverte qualcosa che scioglie l’intimità, un sostanziarsi che libera le parole e le fa tendere verso una cadenza che è forma di un luogo, del suo dialetto…mescolanza di italiano e veronese…dolcezza.

Se non sai fare il Recioto non sai fare il vino. Così mia madre e così si dice in Valpolicella. Quando le ho fatto assaggiare il mio Recioto ha detto che si, che il vino lo sapevo fare.

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Saluto Carlo Alessandra, i figli Veronica e Stefano…i loro sorrisi fanno parte della luce di questi giorni propizi a nuove vite accolte nella terra…

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… prima di ripartite vado a salutare i ciliegi e il mio ricordo di bianco e la mia infanzia, la casa nei boschi e i nonni che da qualche parte si fanno ancora sentire…

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2 pensieri riguardo “2 aprile – Primavera a Monte dall’Ora”

  1. … prima di ripartite vado a salutare i ciliegi e il mio ricordo di bianco e la mia infanzia, la casa nei boschi e i nonni che da qualche parte si fanno ancora sentire… poesia che mi riporta indietro nel tempo…grazie davide

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