6 aprile – Di quando si cercava una felicità diversa

Stella. Un giorno ci nacque Sandro che nell’estate del ’82 più volte si alzò da dentro lo stadio spagnolo per festeggiare Rossi, Tardelli, Altobelli, la Nazionale sudata di fatica e impresa.

Stella. Un paese nell’entroterra savonese circondato da boschi e attraversato da notturni caprioli curiosi che vede in fondo in fondo il mare, in disparte.

Qui sono venuti ad abitare Nicola e Sara.
Sono cinque anni che non li vedo, da quando ho fatto ritorno da Madrid.
Nicola lo conobbi all’università di Padova, all’inizio del secondo anno accademico, avevamo vent’anni e le scarpe piene di entusiasmo e inquietudini.

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Frequentavamo allora le lezioni di Sociologia di Ivano Spano e i seminari dell’amico Mario Bolognese. In aula eravamo sempre ben pochi nonostante la marea degli iscritti per l’esame finale.
C’erano concetti e parole che per la prima volta mi facevano respirare largo, filosofi, storici delle religioni, psicologi del profondo e un accenno continuo alla complessità delle cose e al dubbio alle  incertezze mascherate da scienza esatta.
E si poteva parlare, c’era quel clima di serenità e voglia di mettere idee e corpo. Mi sentivo a mio agio e mi sentivo chiamato all’espressione da una spontanea volontà che ci accomunava durante quelle lezioni.

E le sere si usciva per le piazze ancora piene, si salivano alti gradini di vecchi palazzi per entrare da porte socchiuse di appartamenti in festa, si andava in bicicletta per le vie a senso chiuso, si pisciava nell’acqua dei torrenti prendendo confidenza con la luce di una nuova alba.

Poi venne una sera diversa.
Non so cosa c’era nell’aria, non avevamo di certo bevuto oltre modo né fatto uso di altre cose strane.
Ci trovavamo semplicemenre in una festa, i soliti bicchieri di plastica, le solite bottiglie di superalcolici, le solite birre, la solita musica, le solite luci, la solita tanta gente e il solito tanto vuoto.
Non ricordo come successe, se fu la mancanza di aria a farci uscire fuori o se fu la vita a chiamarci all’appello.
Io, Nicola, Claudio, Angelo e Francesco.
Decisi nell’idea di camminare fino ai Colli Euganei.
Che ore sono?
L’una.
Beh se partiamo adesso possiamo arrivarci per l’alba, ci beviamo un bicchiere di vino dei colli, poi torniamo con un bus e andiamo a lezione.
Certe cose non serve nemmeno dirle.
Quando si condividono entusiasmi e leggerezze basta una parola e uno sguardo per essere già in cammino.
E la festa sgretolata alle nostre spalle nemmeno cercava di trattenerci, nemmeno potevano raggiungerci i suoi latrati di musiche indistinte oltre i volumi.
Avevamo la strada tutta per noi.
E il silenzio della notte che faceva ombra alle nostre parole.
La luce dei lampioni che man mano proseguivamo per la campagna si faceva indefinita e corpuscolare tanto era compenetrata dalla nebbia che saliva dai canali.
Forse fu Claudio che disse andiamo verso i colli. Ma credo che quel desiderio o quel sogno stava lì, ci abbracciava e ci teneva uniti quella sera, passava da uno all’altro di noi fino a uscire fuori e una volta fuori fu riabbracciato e cercato da tutti.
Si trattava di camminare una ventina di chilometri. Muoversi dalla città alla campagna alla ricerca di un qualcosa, di un discorso appena iniziato, di un modo diverso di stare insieme, di una parte di noi, di un bicchiere di vino versato da un contadino alla prossima alba…
Parlavamo a coppie o a tre o tutti assieme e le parole e le voglie di tener vivi i discorsi e i colli che forse si stavano avvicinando ci proteggevano dalla severa e penetrante umidità dell’inverno patavino.
Non si parlo’ mai di direzioni o del territorio dei Colli.
Una volta avviati e partiti dalla città con l’idea di arrivare era come se l’esatto percorso venisse da sé. Bastava camminare e tenerci svegli.

Tra le tre e le quattro vedemmo delle luci lampeggiare nelle nebbie.
Dove siamo arrivati?
Sembra il casello dell’autostrada!
Sì, era il casello di Padova est.
Stavamo andando da un’altra parte che non era la parte dei Colli.

Quella notte è stato bello così, partire con l’idea di arrivare in un posto che nessuno conosceva e in cui nessuno era mai stato. Metterci ognuno una propria parola nel mentre e tornare indietro, rimangiarsi la stessa strada senza dispiaceri o rimpianti.

E sebbene l’alba fu l’alba di Padova e del bar della stazione con le sue atmosfere di caffè; sebbene le parole uscissero con più fatica e i passi cominciassero a trascinarsi e la lezione di Psicologia Dinamica affermasse indiscussa e fiera la sua certezza definitiva, quella notte fu bello pensare di bere un  bicchiere di vino sincero all’alba di un nuovo giorno, in una nuova terra, in una diversa felicità.

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So che anche Nicola si tiene dentro quella sera, quella notte e quell’alba.
Basta guardarci negli occhi per ritrovare i discorsi lasciati anni fa e riprendere i prolungamenti di un entusiasmo condiviso. Pare pure che la pecora incontrata oggi voglia farne parte.

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Un abbraccio.
Nicola e Sara.

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