8 aprile – Monteforche, ultimo bicchiere di Punk

Prima che sia l’alba mi risveglio in mezzo alla campagna sul monte che chiamano delle forche, il gallo e il cinguettio e l’aria quasi fredda.
Dentro rimane il tepore della stufa e sul tavolo una bottiglia di succo d’uva che mi aspetta e mi aiuta a riaprire le imposte dell’anima.

Agostino arriva che io sto facendo due passi per il vigneto tra la luce bassa che attraversa le forme esili del bosco. Qualche parola stretta di veneto, qualche ricordo lontano finché arriva anche Alfonso.

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Il padre lega le piante di vite con tralci di salice e mi dice che bruscare nel suo dialetto vuol dire potare e io gli rispondo che bruscare, nel mio, di dialetto, vuol dire scivolare, cadere e ci guardiamo un attimo come per memorizzare i due diversi significati di una stessa espressione, l’inevitabile complessità.

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Ti te conosi el ragù de cinghiale?
Si, l’ho mangiato tempo fa, buono.

Alfonso mette in tavola una barbera e un merlot 2013 e ci sediamo di fronte ai genitori con il piatto colmo.
È una Barbera dei colli Euganei che parla una lingua asciutta senza durezze con tono di voce fresco di giovane donna spensierata. È una voce che annuncia e prepara l’ingresso del compagno che nonostante il corpo e la struttura più robusta segue la via slanciata e leggera della freschezza e dell’eleganza.
Una coppia armonica benché di tre gradi distante. In equilibrio sulle essenzialità di una terra che sa donare sapidità e proteggere dal calore eccessivo.
Il piatto di pasta, quello, non serve dirlo…

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Ritornare al vigneto con il sole caldo della primavera, lo spirito che si è fatto leggero  di vino e le azioni da compiere, il dialogo con le piante, lo sprofondare fatale nei colori.

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Torno alla campagna che cresce attorno alla casa dove nacque Agostino per raccogliere qualche immagine con il sole che torna ad occidente.

Le vecchie viti nella forma detta a cappuccina o doppio capovolto sembrano prepararsi a qualcosa di importante e sacro che ha a che fare con l’aria.
Le mani dell’uomo hanno dato loro le sembianze di creature animate alle prese con un commovente volo che vorrebbe staccarsi davvero ma che rimane per terra a continuare un sogno ininterrotto.

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E nel sogno qualcosa cresce e sale verso l’alto in cerca di luce.

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E anch’io mi unisco all’immaginazione.
Vedo in lontananza atolli e mari padani e vulcani di isole del sud e la vigna di Robinson Crosue.
Mi piace pensarla così.
Lui e Venerdì che si bevono un bicchiere mentre guardano il loro tramonto.

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Nell’ultima luce che sembra sempre la più calda e che dona al sorriso la pace dei gesti compiuti e del raccoglimento interiore…lì le ombre si uniscono ai corpi, le une ascoltano il linguaggio degli altri…lì qualcosa che pare dire non serve altro, può bastare così almeno per un pezzo…

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E arrivare in cucina con il respiro rasserenato e avvicinare le mani al cibo, seguirne la sagoma, toccarne il colore, aprirne i segreti e leggerne le trame. E tagliare, mettere insieme, mettersi insieme in una relazione che accompagna e digerisce ciò che è nato, cresciuto e che è stato staccato senza cattiva intenzione dalla terra.
Uova, radicchi, germogli di primavera, carni insaccate e vini di Garganega, Franc, Serprino, Moscato…

L’annata 2013 si rivela dentro di me felice in ogni vino di Alfonso. Sebbene le varietà diverse ciò che accomuna è una sostanza fatta di materia profumata che scivola via lasciandosi toccare dai sensi con piacevolezza e con continuità di rinnovate voglie.
Da una parte la mano di chi ha fatto il vino, dall’altra il vino che ha restituito la sua dimora senza nascondersi…tra i due e fuori dai due la terra.

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Dopo cena scendiamo a Vo’.
Alfonso si ferma nel piazzale del campanile e della chiesa e di una vecchia scuola abbandonata.
Scende e toglie il lucchetto da un cancello che nasconde il buio.
Al di là non ci sono vigne che dormono in pianura, né botti o contenitori per il vino. Soltanto un’aula dove adolescenti provinciali hanno guardato la lavagna con la distrazione e la fantasia che spingeva da dentro gli occhi.

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C’è una chitarra, un basso, una batteria e una voce che canta parole italiane in un’ espressione che è punk.

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C’è una passione che segue i contorni di una passione ricalcando alcune linee e tracciandone di nuove. Contaminando e facendosi contaminare.

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Perché il vino è un modo e la vita non deve restarci ferma.

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