11 aprile – Matej Skerlj, parole nei boschi e una cena di amicizie

Resta, forse, l’ombra degli alberi che si muove nel sole portandosi appresso il bosco intero in un incedere di danza lento, quasi impercettibile; restano i sentieri che si incontrano al bivio e chiamano alla scelta tra fedele abitudine e irragionevole improvvisazione; resta il sentimento di abbandono di un modo di essere e la straripante febbre che annuncia la possibilità di ripartire da un punto, chiudere gli occhi, girare su se stessi e prendere un verso.

Oggi è un verso che seguo non curante del tempo che passa, lasciandomi dietro l’abitudine di ieri, una direzione che so, allontanarmi dalla meta pensata e comunque portarmi.

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Gli alberelli del Carso a braccia distese  nell’attesa di un abbraccio o nella posa concentrata di un’estasi meditativa che respira all’unisono aria di mare e rosso di terra.

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Accanto, le forme naturali di una geometria indipendente dall’essere umano venuta su da un seme portato dal vento, sbocciata in perfezione numerica di colori e proporzioni.

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Esco dal bosco, esco da Sgonico dove comincia la strada dura e grigia di terra e catrame e calore e rulli compressori.
Ripen Piccolo, Stazione di Prosecco, Prosecco…un ultimo rettilineo di marciapiede e poi la strada napoleonica detta vicentina in onore del costruttore.

Sulla destra in basso il mare.
Alla sinistra i muri di roccia dove mani nervose cercano appigli a cui aggrapparsi e procedere in verticale fin dove si può.

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L’amico Rolando mi raccontava un giorno, al ritorno dalla Francia, del suo vissuto di arrampicata.
L’emozione dell’attesa di una notte trascorsa in auto sotto la parete da scalare. L’aria che entrava nelle narici intrisa della materia calcarea, basica, gessosa, vulcanica, dolomitica…storica…della roccia e i profumi degli arbusti e dei fiori che nella roccia mettevano le radici, e il ricordo di un vino fatto di uva minerale anch’esso roccioso.

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Opicina, quasi al confine. Un verso da seguire per una prossima partenza.

Alla fermata del 42 una giovane donna mi chiede se aspetto l’autobus per il confine.

No, torno a Prosecco ma il confine è laggiù, ci si può andare a piedi.

C’è confine e confine, il mio è un po’ più lontano del tuo e non posso andarci a piedi. Ma qui cambiano sempre le cose, sembra che qualcuno non voglia farci arrivare di là…vuoi una sigaretta che facciamo passare il tempo?

No grazie, possiamo parlare, mi piace parlare del confine.

La giovane donna tace. Guarda avanti e respira un pezzo di tabacco. Poi si alza e mi fa cenno che deve andare.

La prossima volta.
Magari dall’altra parte del confine.

Attraversa la strada, sale alla stazione del tram per Trieste e ci sale.

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Scendo alla fermata di Sales.
Fuori dall’agriturismo Matej sta ancora portando piatti e vini ai tavoli stesi sotto il giorno di sole del sabato.
Lo saluto passando e mi siedo a leggere qualche pagina di Rilke dopo il lungo cammino e gli incontri nei boschi e nei paesi.

Immenso dev’essere il silenzio, in cui tali rumori e movimenti hanno spazio, e se si pensa che a tutto questo si aggiunge ancora la presenza del remoto mare con la sua voce, quasi fosse il più intimo tono in codesta preistorica armonia, vi si può solo augurare che lasciate operare in voi fiducioso e paziente la solenne solitudine, che non potrà più essere spogliata dalla vostra vita, che in tutto quello che vi attende da esperimentare e da compiere opererà come un influsso anonimo continua e sommessamente decisiva, quasi come in noi senza posa si muove il sangue dei nostri avi e si compone col nostro nella cosa unica, irrepetibile che noi siamo a ogni curva della nostra vita.

Gli avventori se ne sono andati.
Matej mi dice che ora ha tempo per fare due parole sulla campagna e sul vino.
Ci incamminiamo verso i vigneti cantati dagli uccelli del tramonto.
Seduto sulla pietra del Carso con gli occhi che cercano dentro i volti e le fatiche di un passato che lo ha fatto nascere, Matej parla con parole di solida materia venute su da una volontà sentita fino al midollo.
Dedicarsi con buona parte di sé stessi a volte non basta, ci si deve mettere con tutto quello che si ha a disposizione.
È il rispetto di quello che ci si porta in eredità nel sangue fatto anche dagli avi.

Appare serio Matej. Lo sguardo duro, la voce severa. Ci vedo dentro gli sforzi e le fatiche fatte di preoccupazioni per gli investimenti, gli inizi di un lavoro, le mani e i piedi a contatto con la terra e la vite, il sudore che scende e le febbri, i raffreddori, i mal di gola…

Ci sono anche le soddisfazioni e la felicità, le vendemmie e il vino che si beve e che dice sono qui anche grazie a te…ci sono gli amici che ti danno una mano, c’è una cantina scavata nella roccia, c’è l’idea di famiglia e c’è un sorriso che ricopre di spontaneità e sincerita il volto di Matej come fosse un uomo Terrano.

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La sera ci raggiunge e nell’attesa della cena bevo un piccolo bicchiere di bianco fatto di Vitovska e Malvasia che prepara la bocca e l’animo al cibo.

Stasera aspetto Stefania.
Non ci vediamo da dieci anni, da quando eravamo a Torino a studiare parole, letteratura e modi di scrivere con penna, macchina da presa, voci.
Ci eravamo affidati ad una scuola per cercare di capire quale forma dare alle nostre energie di espressione.
O forse eravamo ancora alla ricerca di altro, dentro e fuori di noi e non certo di una scuola.

Eccola arrivare insieme ai compagni di Trieste. Chi arriva dalla Polonia, chi dalla Puglia, chi dalla Calabria, chi da terre catalane e venete, l’unico triestino ha sangue istriano e slavo, insomma tutti da Trieste nessuno di Trieste…

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La cena si accompagna al vino rosso del Carso, alla Jota, all’orzotto con porri e salsiccia, ai cevapcici, ai crauti e alle patate in tecia. Ripercorriamo i dieci anni delle nostre vite, le cose successe nel mentre di questo tempo che pare essere passato al di sotto di noi, in disparte.
Matej si aggiunge al tavolo e apre una bottiglia di Terrano del 2007. Come può invecchiare bene anche questo vino fatto di essenzialita’ sincera, maturare anch’esso come un bimbo che calma la sua natura irrequieta.
Un anno di bellezza e di equilibrio.

E si continua a parlare con l’entusiasmo e la curiosità di chi ancora vuole conoscere la storia dell’altro.
Si versa il vino dove il bicchiere lo richiede e ci si guarda negli occhi, ci si scambiano sorrisi e le solitudini si confondono fino quasi a dimenticare la propria fatale esistenza.

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