12 aprile – Mattino, pomeriggio, sera, notte e ancora mattino a Prepotto

Attraversare questo paese non è soltanto passare da regione a regione, superare lo scolastico tratto continuo del confine o il colore assegnato dall’atlante De Agostini sulla pagina dell’Italia politica. Non è nemmeno guardare quell’altra Italia detta fisica, i monti e le pianure e i fiumi.
È sentirla questa gente che parla con accento e tempi diversi come se portasse dentro un ritmo e una partitura impressa da generazioni arcaiche; è guardare i tetti delle case, il colore dei calcinacci, la forma dei pani, la direzione dei venti, i vecchi fermi alla finestra, le scritte sui treni…

Verso i Colli Orientali del Friuli la ferrovia diventa autonoma per quel breve tratto di una quindicina di chilometri che separa Udine da Cividale. Dal finestrino la grava del Tagliamento e le Alpi Carniche.

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Stefano si ferma davanti alla stazione.
È tanto che aspetti?
No, no sono arrivato da pochi minuti.

Bagagli in macchina, un abbraccio e via si va a Prepotto dove aspettano il vigneto e il lavoro.

C’è sempre qualcosa da fare, sta sicuro.

Lo dice con un dire friulano che non ha niente di lamentevole, niente di esagerato. È un tono quasi scherzoso e un’espressione che ogni volta nasconde il buon umore e la disponibilità.
Sono, del resto, parole nude, che descrivono una realtà concreta che si hanno sotto gli occhi e si respirano quando si rimane per qualche giorno in campagna a dare una mano dove si può. E nonostante tutto, Stefano va sempre oltre quelle parole, si mette ad ascoltare il primo venuto che gli chiede qualcosa e che vuole sapere come sono i suoi vini o come lavora la terra e l’uva raccolta.

Arriviamo a Ronco Severo, la cantina, la casa sopra il paese. Attorno sono colline e colline e un fiume che fa da confine con la terra slovena e boschi e vigneti. C’è ancora un equilibrio tra il tempo della natura e quello dell’uomo, almeno si percepisce dalla densità delle cose costruite dalle mani e da altre che le mani non potranno mai costruire perché mortali.

Saluto Laura, la moglie e ci sediamo per il pranzo con chi ha lavorato stamani la terra piegando e legando i tralci di vite.

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Si ritorna presto al lavoro. Si torna alla campagna o si scende in cantina per preparare il vino da spedire. Etichettare e mettere le bottiglie nei cartoni. Oggi resto in cantina a dare una mano.
La guardo la nuova etichetta che si incolla sul vetro ed ogni volta mi parla in modo diverso mantenendosi asciutta e semplice come uno stimolo che fa partire, qualcosa che accende l’immaginazione, che ha dentro di sé più di quello che mostra.

Oggi ci vedo un bambino che è salito  su di una sedia di legno e di paglia alla ricerca di un desiderio.
E il desiderio è così forte che non importa al bambino se corre il rischio di cadere, nemmeno ci pensa che la superficie dove appoggia la sedia non è piana e che la sedia traballa e si inclina.
La spontaneità del gesto lo aiuta, la volontà di raggiungere qualcosa al di fuori della sua portata lo tiene in equilibrio.

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Torno dalle nuvole dell’immaginazione.
Andiamo a portare il vino che deve mettersi in viaggio oltre oceano.
Attraversiamo una terra di confine.
Terra di Udine, Gorizia e Slovenia.

Ci fermiamo a salutare Stanko che oggi sta imbottigliando con il figlio e la moglie parte del suo vino.
Nei bicchieri versa una Ribolla fatta dalla vendemmia ’99. Sedici anni di vino, un corpo ancora attraente e fresco. Profonda e piena di passione. Mi viene, in mente mentre la bevo l’amaretto morbido di Sassello in Liguria, e non solo…altre cose, altri mondi.

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Parlo a Stanko del mio progetto e gli chiedo se possiamo vederci uno di questi giorni per lavorarci assieme.
Potrebbe essere giovedì, chiamami giovedì mattina che ci mettiamo d’accordo.

Restiamo ancora un poco, la durata di un bicchiere di vino, di un tai, come si dice da queste parti. Credo che sia un modo tutto friulano per esprimere il concetto della relatività del tempo.
Il tempo di un tai, un taglio, è un tempo di socialità e condivisione che va oltre il tempo del dovere o della quotidianità, della fredda abitudine. È un momento sacro in questa terra d’Italia Dove le parole vanno dritte per la propria strada come devono andare. Se qualcuno ti invita a bere un tai, ti invita mettere delle cose in comune e nello stesso tempo ti apre la soglia di casa, un pezzo di cuore friulano.

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Prima di andarcene Stanko fa una corsa in cantina ed esce con due bottiglie. Prendi, non prendi, ma dai, ma no, la prossima volta, alla fine le appoggio sul sedile del furgone e passiamo a scaricare il vino.

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Diciamo che la probabilità di fermarsi per un tai, è abbastanza alta in questa parte di terra, soprattutto se si sta s contatto con chi il vino lo fa e ci lavora.
La Ribolla di Stefano, vendemmia 2011 ha una bellezza interiore di ruvida e calda materia. L’uva è maturata a modo suo e le bucce hanno portato nel liquido una sensazione di contatto che senti di continuo sulla lingua come se a berlo questo vino portasse con sé oltre a ciò che si è spremuto, le sue parti fatte di carne e di ossa.

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Sono vini che rendono pacifico il pensiero. Danno il giusto senso di lentezza e di rallentamento e allo stesso tempo mantengono la mente lucida e in stato di prontezza.

È un sonno che si lascia andare senza freno. Hai nel corpo il viaggio, il movimento, la campagna, le parole di gente generosa e il loro vino. Non serve null’altro alla notte per farti dormire e te ne vai così con un senso di gratitudine per tutto.

E il risveglio ti riporta in campagna, oggi a piegare e a legare i tralci potati e a tirare i fili tra i pali del vigneto.
Prendo confidenza con la fragilità di una pianta che si lascia piegare e che sembra spezzarsi ogni volta che la pieghi. Sento tra le dita delle mani la vite che mi si concede e che si affida alla mia sensibilità e la piego con delicatezza un po’ alla volta, la sistemo nel filare e la lego.

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Sono azioni nuove che ho solo visto finora e che farle mi mettono fin paura.
La paura di sbagliare, la paura delle cose mai fatte, la paura di se stessi.
Sono azioni chei mettono in relazione con la natura e mi fanno scoprire una possibilità di me che ancora non conoscevo.

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Il caldo di questi giorni si vede ad occhio nudo sui tralci. I germogli si stanno allungando e quasi si vedono le forme dei prossimi grappoli d’uva.

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Stefano lascia il trattore.
È arrivata gente in cantina.
La sua generosità nel fare le cose, il suo donarsi costante e concreto alla terra e alle persone.

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Al ritorno dai campi il sole quasi sbiadisce tra le colline. Il vigneto di Tocai riposa sulla sommità sopra la cantina di Prepotto.

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I tralci e i germogli possono proseguire il proprio cammino aspettando la mano dell’uomo e il calore della luce di un prossimo giorno.

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Tempo di un tai. Di parole e di pensierI che trovano e si accompagnano alla forza di un vino che pare un essere anch’esso fatto di corpo e di anima.

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I contorni delle cose si fanno netti tra un chiaro e scuro che si mette come un confine senza però separare ma tenendo assieme alberi erba pali di legno e terra.

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Prima di pranzo andiamo a trovare un amico che ci invita a bere un tai.
Una fetta di salame, un pezzo di formaggio e una voce friulana venuta su dalla terra robusta e sincera.

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Da qualche parte, l’alpino.
Uno dei simboli di questo Friuli di montagne e di terra al confine.

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Ripenso al bimbo che cerca di raggiungere il suo desiderio salendo su di una sedia e cercando un proprio equilibrio. Potrebbe anche essere un vecchio quel bimbo che non farebbe differenza. Sarebbe comunque un uomo che si porta dentro il bimbo che era e che risente il desiderio di una volta e che ci prova ancora a stare su quell’equilibrio o almeno a cercarne uno nuovo. Basta che sotto ci sia terra e che dall’alto la si possa ancora vedere e respirare e toccare con la forza di un ricordo.

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