14 aprile – Ronco Severo e Stefano Novello

Il più giovane oggi sono io, per questa terra che si mostra perenne sostegno di vite che crescono, salgono e nello stesso tempo scendono e vanno sotto alla ricerca di calore e nutrimento di madre. Terra solida e fragile che si spacca e si segna in linee di aride fratture, che si impregna di acque e sudori e fa sprofondare il passo della fatica e del suo passaggio; terra bella da guardare e che attende oltre quello sguardo, ogni volta implacabile, democratica e a perdita d’occhio bassa.

È abitudine che il più giovane tra coloro che se ne vanno in campagna a mettere mano al lavoro di dedichi al compito di legare le giovani viti piantate l’anno anteriore.

Facciamo la conta delle nostre primavere, tutti mi guardano sorridendo e dai sorrisi intuisco la sorte…non sarà una passeggiata che si distende  nei boschi.

Me ne scendo con i doni della giornata, un trabiccolo fatto da tre ruote, una sedia e un porta oggetti; un rotolo di filo, una forbice, una piccola zappa e un anello provvisto di uno sperone.
Poche parole, un’azione per mostrarmi come fare poi Stefano prosegue la sua strada sulle ruote grandi di un trattore ed io rimango in mezzo ai filari sulla terra e sotto il cielo.

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Prima di sedermi su quella cosa che mi ricorda un triciclo mi abbasso e appoggio il corpo sulle ginocchia e le ginocchia sulla superficie del mondo. Altre volte avevo visto l’uomo o la donna concedersi così alla natura e dialogarci attraverso azione e respiri.

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Oggi tocca a me o almeno ci provo; mi sento basso, vicino, in uno spazio di intima relazione di ascolto e di possibilità; sento la mia fragilità risuonare in quella della giovane pianta e farsi timore nel movimento delle mani che cercano di liberarla dalle erbe che la ricoprono e dalle radici che le crescono accanto.
Quasi non si vede da lontano, bisogna per un attimo abbandonare la posizione eretta e farsi più umili e meno ominidi disattenti.

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Allontanata l’erba e liberata dalle radici la guardo e indugio cosi nel tempo di unicità della prima volta.
Sarà alta poco più di dieci centimetri, alcuni germogli la accompagnano verso l’alto vestendola di freschi colori.

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Passo il filo attorno alla base e al paletto che guiderà la sua direzione, indosso l’anello con l’artiglio metallico e taglio dopo averci fatto un nodo.

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Mi rialzo e inizio il mio viaggio di lavoro a bordo del triciclo blu tra un filare e l’altro sostando nei pressi di ogni nuova vite piantata e ripetendo le azioni fatte la prima volta. I piedi spingono per traverso, è un movimento orizzontale che segue la linea dei filari, lento, a singhiozzi. Terminata  una fila torno nella posizione dell’uomo e distendo le braccia, il sole già scotta, il cane dei vicini si mette ad abbaiare quando mi avvicino al muretto di recinzione, una donna raccoglie la colza fiorita e mi saluta, le campane dei campanili vicini battono rintocchi di ore sovrapposte che si rincorrono in un gioco di armonie distorte.

Il trattore dalle ruote grandi torna dai campi. Si ferma al principio dei filari, mi aspetta per il pranzo. Risalgo la strada sterrata e sento nelle gambe, dietro le cosce, il segno lasciato da un movimento che il mio corpo non era abituato a compiere.

Laura ha cucinato il frico.
È uno dei piatti che è Friuli.
Patate tagliate sottili che cuociono e formaggio che poi si fonde e si amalgama assieme in una crosta sottile. Mi versa un bicchiere di Tocai, Friulano per la precisione, che porta una ricchezza di aroma di mandorla e di frutta tropicale e un salto di sapidità che passa il palato prima di scendere giù ad unirsi con il resto.
È caldo di sole e fresco di marne, è buon umore di un corpo solido importante ma aggrazziato che porta dentro una viva complessità…oltre al potente abbraccio del sole, un brivido di inverno della terra friulana.

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Ritorno alle giovani viti e al triciclo, al sole acceso e forte, al cane che abbaia quando mi avvicino al suo cortile.

Stefano rimane in cantina.
Più tardi la visita di persone che sono venute ad assaggiare le nuove annate imbottigliate.

Venire da me e fermarsi poco non ha senso.
E ricordo la prima volta che arrivai da lui. Alla ricerca di una bottiglia di Refosco dal Peduncolo Rosso.
Il mio incontro con un mondo diverso fatto di macerazione e di sincera ricerca, di generosità e disposizione  all’ascolto, al mettere in mezzo, sul tavolo, nient’altro che se stessi.
Allora restai impressionato dall’entusiasmo dell’uomo, dalla passione che sentivo nelle parole e dal benessere scaturito così da una fatalità inattesa e da un vino mai bevuto che di sorso in sorso apriva nuovi spazi nel corpo e fuori.

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Il lavoro in vigneto è fondamentale per ottenere un uva e una buccia che siano adatte al vino che vuole bere e far bere Stefano. La sua dedizione alla campagna è una cosa imprescindibile e nonostante tutto riesce a trovare il tempo per dedicarsi alle persone che lo vengono a trovare.

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Alle 18 mi rialzo definitivamente dalle tre ruote, cammino avanti indietro per qualche minuto per riacquistare una fluidità di movimento e posizione e salgo verso la cantina e la casa sopra la cantina.
Sul tavolo cinque o sei bottiglie e un bicchiere davanti a ciascuno.
Dopo un bicchiere d’acqua riassaggio le due annate di Ribolla, 2011 e 2012, così belle entrambe, così diverse. La più giovane è un mondo di eleganza e delicata limpidezza mentre l’altra mi affascina per la sua bellezza ruvida e grezza, in certo modo, pungente, nuda.

Si parla e si beve senza che nessuno si tiri indietro. Quando sembra che si è assaggiato proprio tutto Stefano si alza e se ne va in cantina…questo è il merlot 2007…Assaggiamo…

Apre la bottiglia e versa nei bicchieri con vigore friulano, carnico, forse.
Il vino si chiama artiul che in friulano significa l’erba che cresce nel prato dopo la prima falciatura. Il nuovo che cresce sulle vecchie radici. E il primo vino fatto da Stefano dopo che il padre Severo, mestrino di origine e ad oggi a pochi giorni dai 93 anni, mise nelle sue mani l’azienda che fino ad allora aveva prodotto vini sfusi.

‘Ndo xe ghe’ campane xe ghe’ sotane.

Disse due anni fa ad una ragazza che stava raccogliendo le uve della vendemmia assieme a lui mentre il campanile risuonava alle 10.

Severo disteso tra due filari di vite che riposa dopo aver raccolto uva e sollevato le cassette piene, questa l’immagine impressa in me.

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Al vino sono dedicati gli anni di nascita delle figlie Giorgia 2007 e Chiara 2009 e la macerazione allungata di tre mesi oltre i sei usuali per accompagnare l’intero ciclo della gestazione.
È un vino che necessita di tempo come del resto tutti i suoi vini, ma è un  vino che di può bere anche giovane come del resto tutti i vini buoni. Forse l’idea di Stefano è lasciare al vino un proprio tempo, lasciarlo fermo più a lungo, lasciare che si esprima al momento più opportuno. Ma questo sì vedrà. Sono armonie interne, equilibri di concretezze e di emozioni. Per ora beviamolo così il suo vino che come lui si concede ogni volta senza mai nascondersi.

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Sarà poi a cena in un locale di Castelfranco che si riparlerà di vino e di equilibri. La spontaneità artistica ed esuberante di Franco metterà le cose in discussione, in un ordine diverso, quella sedia dove il bambino è alla ricerca di un equilibrio sopra una terra fatta a collina, diviene un gioco dove un braccio, una mano adulta la tengono sollevata da terra.
Equilibrio raggiunto e nuova consapevolezza? O semplicemente leggerezza nell’affrontare la vita? O altro?

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Nel viaggio di ritorno in auto Stefano mi parla del suo Refosco assaggiato a cena.
Sto pensando a tante cose, a come potrebbe essere diverso ancora il mio Refosco.

Sarà un caso ma siamo ritornati al Refosco. Cinque anni fa era stato l’inizio di tutto, ora sembra concludere la giornata che preannuncia la mia partenza da Prepotto, dal Friuli.

La notte va lunga e gli occhi mi si chiudono più volte. A pochi chilometri dal Friuli ci rimettiamo a parlare ma il tempo appare lontano già preso da una incosciente forma di sonno.
E poi succede.
Succede che percorriamo uno degli ultimi rettilinei prima di arrivare a Prepotto e ci appare come venuta dal nulla la presenza immobile e fantastica di un corpo-anima fatto fantasma.
Un animale, uno spirito di capriolo.
Se ne sta fermo sulla linea bianca di mezza via. Ci guarda mentre gli scorriamo a fianco veloci e noi guardiamo lui come se fossimo fermi entrambi. In quell’attimo eravamo una sola cosa, una stessa direzione, un equilibrio.

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2 pensieri riguardo “14 aprile – Ronco Severo e Stefano Novello”

  1. Quanta poesia in questo finale “Succede che percorriamo uno degli ultimi rettilinei prima di arrivare a Prepotto e ci appare come venuta dal nulla la presenza immobile e fantastica di un corpo-anima fatto fantasma.
    Un animale, uno spirito di capriolo.
    Se ne sta fermo sulla linea bianca di mezza via. Ci guarda mentre gli scorriamo a fianco veloci e noi guardiamo lui come se fossimo fermi entrambi. In quell’attimo eravamo una sola cosa, una stessa direzione, un equilibrio.”

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