16 aprile – Stanko Radikon, notizie dal confine

Qui, dove passa l’acqua del fiume Isonzo, le linee immaginarie di uno o più confini cercano invano di delimitare gli spazi che l’uomo si ostina a tener separati. L’acqua seguita il suo corso e parla con la stessa voce di tempo senza tempo, indifferente alla terra, indifferente all’uomo e alla sua guerra; costretta ad accogliere corpi senza vita di soldati mandati avanti incontro a irragionevole morte, ad ascoltare gli scontri di parole straniere, a stare lì semplice specchio della storia che rimanda, ricorda, evoca.

Finché ci saranno le sue acque, finché si chiameranno ancora Isonzo, finché porteranno una direzione, sarà possibile risalire alle cose accadute e ritrovare un senso anche soltanto rimanendo fermi sul ponte a guardare  in basso.

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Stanko è con il figlio in cantina.
Hanno da poco finito di imbottigliare.

Aspetta un attimo che sistemo due cose e poi andiamo in vigneto.

Da casa Radikon, quasi al limite del paese di Oslavia, passiamo il confine di stato dopo solo dieci secondi di auto.
Sono vigne in terra slovena che guardano pendii, boschi e campanili italiani, che guardano il mare e il golfo triestino e il Sud dove adesso passa la via del sole.

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C’è un verde e una leggerezza tutta attorno all’armonia tra le cose che crescono verso l’alto. Gli occhi respirano una giusta proporzione degli spazi che si alternano tra bosco, prati e viti. Non c’è la fatica e la noia dell’uniforme, del tutto costretto. Il respiro è largo come largo per ora il mondo senza lacci, tagli forzati, appiattimento.

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La terra è un mezzo.
Se non c’è nessuno che la lavora resterà in silenzio.

Già, l’uomo e la donna hanno la capacità di farla parlare questa terra che è bassa e aspetta una mano che le si posi sopra.
Lei ti prende le forze, ti riempie di fatica, di pensieri e di bestemmie che escono fuori scaraventate contro un bersaglio invisibile e in cambio si trasforma con il passare delle stagioni, porta fiori, colori, profumi e frutti. È la semplice legge che di anno in anno segue come l’acqua di un fiume in una direzione ininterrotta.

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Un cammino, un ciclo rispettoso di tempi e di azioni. Un divenire e una possibilità che poggiano i piedi sul passato ancestrale della creazione.
Ogni radice di pianta scende dove pare impossibile e innaturale scendere, dove l’incontro tra vegetale e minerale ha in sé qualcosa di soprannaturale e divino.

Milioni e milioni di anni che si fanno dono in forma rocciosa a radici che cercano con la spontaneità di un bambino la propria strada per sopravvivere e maturare.

Stanko mi parla della marna, della roccia che si frantuma e cede le sostanzae organiche alla terra, del minerale che si fa terra.

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Tra gli strati di roccia friabile si alternano strati morbidi che paiono fango seccato al sole.
Persino le prime cose di questo mondo sapevano far di più della piatta mano di uomini moderni, si portavano dentro indelebili i segni della varietà, gli strati di una vita ricca e complessa.

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Scendiamo le scale della cantina costruita sotto la casa di famiglia.
Qui avvengono le lunghe macerazioni, le bucce delle uve fanno dono della fatica e del sudore che l’uomo e la donna hanno lasciato nei campi. Portano tonalità e colori accesi come fuochi rituali e nobili tannini che consentono lunghe vite e evoluzioni.

Ho fatto i miei errori e sono contento di averli fatti con coscienza perché mi hanno fatto pensare e conoscere meglio me stesso e la materia che sto accompagnando.

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Dalla terrazza sopra la cantina osservo il vigneto in terra italiana.
Anche qui una felice armonia di forme e di nature. Mi chiedo cosa pensassero i soldati italiani ed austriaci mentre guardavano gli orizzonti costretti a gettare proiettili verso colli, mare, sole e corpi in movento e nello stesso tempo, con lo stesso sguardo, scrivere lettere a madri e fidanzate lontane.

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Parliamo.
Cosa rappresentava il confine al tempo dei valichi che chiudevano di sera.
La curiosità e la volontà di vinificare un vino bianco diversamente, seguendo un percorso parallelo alle uve rosse, utilizzando le bucce e tutta la materia organica portata dalla vite.
La felicità dell’inizio e ciò che continua ancora a tenere svegli e attenti e curiosi i sensi e le azioni dell’uomo.

Mi piacerebbe arrivare a cinquanta vendemmie, ecco…

E continua a parlare con un tono di voce che non si alza mai, che non disturba, che rimane pacato ma forte in ogni parola che si libera nell’aria e si scioglie come roccia friabile con una vena di umiltà e di verità che si mescolano al respiro, entrandoti dentro.

Beviamo.
Jacot 2007.
Marne, mani e verità.

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