18 aprile – Dornach, Patrick e Karoline

Il movimento mi riprende con sé allontanandomi da emozioni di frontiere aperte, parole e ostinazioni friulane, spingendomi già verso altre frontiere di rocce calcaree e di porfido, altre terre di masi e volontà. Lo fa accompagnando il senso di malinconia e di gola che si stringe ad ogni addio provvisorio di questa vita che non vorrebbe lasciare le cose che ama e in fretta dimentica e passa oltre ad accogliere ciò che cresce e a ricercare anche nel nuovo lo stesso senso di passione e bellezza.

Pordenone, la Pedemontana, la pianura del Friuli Venezia Giulia, Mestre, Verona. Poi verso il Brennero. Rovereto, Trento…

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La valle dell’Adige si allunga verso Merano e l’Austria, potrei allungarmi anch’io e attraversare le Alpi assecondando i richiami della natura e le risonanze interiori e seguire traiettorie che si disegnano nel nulla con il tratto forte di energie primitive.
Ma oggi mi fermo qui. Sopra Salorno.
A Dornach, nel maso dove Patrick e Karoline hanno scelto di vivere tra vigneti, orti, alberi da frutta e danze di api.

Quando arrivo il lavoro della giornata è già a buon punto. Le mani e le forze stanno liberando dalle edere il muretto di inizi novecento ed il filare adiacente.
Le pecore nell’inverno hanno mangiato parte delle foglie delle rampicanti ammorbidendone i corpi e facilitando il lavoro delle mani che comunque devono metterci fatiche per strappare le radici penetrate fin dentro i blocchi di pietra.

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La casa pare un castello che sorveglia e protegge la natura al di sotto. Non ci sono ponti, ne fossati nè mura di difesa.
Il nemico, se proprio dovesse arrivare, porterebbe con sé pensieri di semplicità e armonie e attraversarebbe il campo senza impeto e intento distruttivo nella calma di ciò che gli sta attorno.

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I due ragazzi lavorano senza sosta fermandosi di tanto in tanto a guardare come procedono le cose e le forme e i colori che cambiano, poi ricominciano e prima di ricominciare si guardano come a cercare una conferma, un punto fermo da dove ripartire.

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Karoline scende dal muretto e si mette a togliere l’erba cresciuta nelle stagioni.

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Mi faccio lanciare un paio di guanti da Patrick e la aiuto a ripulire il muro in un bagno di terra che scende assieme alle piante, polvere rossa che si fa pelle nella pelle del viso e tra i capelli e nelle tasche in fondo ai piedi, nel respiro del naso che arriva fin dentro la gola. Nemmeno viene la voglia di lavarsi e togliersi di dosso lo strato vivo del tempo e del suolo.

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Patrick resta in alto a badare alla terra dove saranno piantate le giovani viti, le barbatelle.

Le vecchie pietre, gli antichi sforzi di uomini e donne di montagne ritrovano la luce del sole e un orgoglio dimenticato che risplende di fresca gratitudine fino in fondo alla valle dove scorre il fiume e passa il treno.

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Verso sud-ovest le montagne si stringono attorno al paese di
Salorno-Salurn e alla via che conduce a Trento e all’altro pezzo d’Italia.

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Terminati i lavori concediamo al viso la grazia rigeneratrice dell’acqua che ricadendo porta con sé lo strato impolverato di pelle e una parte di stanchezza.

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Saliamo verso il maso, la corte, la masseria, il cuore attorno al quale crescono le vene agricole, le diversità da mangiare, da bere, da far entrare in noi, nel corpo e nello spirito.

Proprio sotto la torre,  la casa di gallo e galline che Karoline ha disegnato e fatto costruire. Ora sono fuori, all’aperto, in cerca di cibo.

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Al tramonto accompagno Patrick in cantina per scegliere il vino da bere con la cena. Il respiro trova nuove forze e il pensiero della tavola apparecchiata con i frutti della propria terra e della condivisione distende i muscoli e le ossa come fa la luce sulle rocce tutte attorno.

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Le mostarde di albicocche e di melecotogne, lo speck, il pane secco con i semi di kummel.

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Il formaggio di capre e di mucche.

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La varietà è già bellezza solo a guardarla. E prima ancora di iniziare a mangiare si prova un senso di soddisfazione e buon umore.

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Assaggiamo i vini.
Un Riesling con un leggero residuo di zucchero che se ne scivola lungo il palato senza ostacoli di noia o pesantezza. I vigneti autoctoni resistenti propri del territorio, il bianco Solaris che risente forse della luna e porta dentro una percezione di acido lattico e anidride carbonica dovuta alla fermentazione malolattica in bottiglia.

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Il Regent mischiato con il Merlot esprime il suo frutto acido e asseconda la bevuta con rinnovato piacere.

Ma siamo tutti un po’ stanchi.
Patrick si addormenta seduto al tavolo della cena mentre io raggiungo la camera delle api che già dormono negli alveari sul balcone.
La mia prima notte in un castello.
La notte avvicinerà la bocca e mi dirà che c’era una volta…

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3 pensieri su “18 aprile – Dornach, Patrick e Karoline”

  1. “Lo fa accompagnando il senso di malinconia e di gola che si stringe ad ogni addio provvisorio di questa vita che non vorrebbe lasciare le cose che ama e in fretta dimentica e passa oltre ad accogliere ciò che cresce e a ricercare anche nel nuovo lo stesso senso di passione e bellezza.” Come farfalle in viaggio…

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