19 aprile – Patrick & Karoline

Sono i primi raggi del sole a svegliarmi quest’oggi. Camminano lenti sulle superfici ferme in attesa e con occhi pieni di sonno li vedo stirarsi anch’essi come a cercare di prendere forze e respiri per iniziare.

Apro le fineste del balcone, l’aria è fresca, qualche ape vola attorno all’alveare di ritorno o in partenza da una parte fiorita di bosco.
In casa la tranquillità dell’assenza.
Sul tavolo un saluto e la gentilezza di un sorriso dolce di marmellate di prima mattina.

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Mi metto al sole, fuori, seduto a leggere e scrivere qualche riflessione  e a rivedere gli appuntamenti futuri del viaggio che un tempo vedevo come una sola continuità, una freccia scoccata e libera di seguire la sua traiettoria, ma che con il passare dei giorni mi accorgo essere un divenire instabile, fragile e che si deve adattare di volta in volta alle circostanze. Tuttavia sempre libero e intriso di continuità pur nelle pause forzate o nei cambiamenti di rotta.

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Dalla strada che entra nel cortile del maso arriva una jeep con un carrello pieno di mobili. Patrick e Karoline sono qui insieme alla cucina da sistemare al pian terreno.
Una robusta colazione di mezza giornata fatta di Solaris, pane e speck e sole che si fa forte e con nuove energie si portano i mobili in casa.

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È una domenica di adagi.
Ci si concede una passeggiata.
Si potrebbe camminare per ore e in qualsiasi direzione che il bosco, gli alberi, le vecchie rocce e i verdi che disegnano la realtà sono ovunque.

A pochi chilometri da Dornach c’è la casa della famiglia di Karoline. Orti, vigneti e animali. I nostri rumori svegliano i cuccioli di maiale e il risveglio ricorda loro la necessità di una poppata.

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Quando arrivano mamma e papà ci incamminiamo per la riserva dove chi ha una mucca, una capra o una pecora può portarla liberamente e lasciarla a pascolare per i prati.

Anche qui, in questo spazio che parrebbe protetto e saggiamente custodito cresce la contraddizione dell’essere pensante, un vigneto nutrito di erbicidi e elettricità. Nessuna norma i regola a tutelare l’integrità della natura nonostante il cartello dica forte Riserva Naturale.

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Joseph incontra una delle sue mucche che ha lasciato da qualche giorno in questo verde, la accarezza e le dice qualcosa a bassa voce.

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Patrick lo osserva da lontano.

Se tiri un filo d’erba non cresce più in fretta. Questo è un detto africano che sento appartenerci. Mi piacerebbe ascoltare il rumore dell’erba che cresce perché avrà pure un rumore seppur di 0,00000… hertz.

I due camminano con un religioso andare e Molly li segue rispettosa della lentezza e del raccoglimento dei sensi.

Ci fermiamo davanti ad un quercia morta.
Hanno potato in luna piena, il giorno peggiore per potare e sono morte venti querce.
Joseph le guarda con rassegnazione.
Erano alberi vecchi.
Non sono stati rispettati.

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Torniamo a Dornach, terra di ruscelli e di rovi come sta a significare la parola.

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Con l’estrema luce del giorno camminiamo per il vigneto. Le piante del Pinot Noir hanno già messo i grappoli e tutto è pronto per salire e crescere fino alla vendemmia.
Dal sonno e dall’apparente immobilità la natura si risveglia prepotente e con entusiasmi che spingono per divenire.

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Le facce delle montagne che ci guardano si rivestono di ombre fino a coprirsi del tutto e a mischiarsi a poco a poco con il cielo.
Restiamo nell’ombra a parlare di masi, cascine e corti che come cuori pulsanti hanno preso e donato linfa alle cose circostanti, dove uomini e donne hanno sacrificato energie e dove quelle stesse energie hanno trasformato il suolo rendendolo frutto da mangiare e da bere.

Se il cuore si dissecca significa che non ci sono più uomini e donne a lavorare una natura che si riprende tutto quello che gli anni della fatica hanno costruito.

Abbiamo deciso di lavorare questo suolo e cerchiamo di alimentarci della sua materia per essere un po’ come lui, suolo noi stessi.

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Silenzio. Ascoltiamo le parole del vino.
Pinot Noir 2011.
Sottile, esile, stretto come un corpo timido e giovane che attende uno schiudersi di sogni e volontà che si porta dentro. Si intravede quello che la maturità potrà portare, la struttura solida e verticale che il tempo aiuterà a diffondersi assieme ai profumi di frutto. Ricordi di Digoine e bassa Borgogna dei rossi giovani di de Villaine.

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Il G. G.traminer.
Il primo Traminer macerato che bevo.
Una voce da passito con echi minerali e macchie mediterranee. Una voce che penetrando dentro dice altre cose come parlando in lingue diverse.
Gli aromi si fanno secchi e la parola passito è solo un ricordo che rimane nelle narici. Il vino discende portandosi il mare e una complessità di materia che sta lì a farsi sentire…anche nel sonno.

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Karoline dà il buongiorno all’orto e alle galline e al gallo e al piccolo pulcino che si muove accanto alle zampe materne.

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Le montagne si lasciano inesorabilmente scoprire dal sole.

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Anch’io mi riaffaccio dal balcone del maso di Dornach.

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Scendo a fotografare i germogli e i piccoli grappoli che saranno uva nella freschezza dela mattina.

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Cammino attorno alla casa passando da campi di mele, da pergole di viti e da alveari in fermento.

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Joseph e Patrick stanno tirando i fili tra i pali dove tra poco verranno piantate le giovani viti.

Ci ritroviamo tutti a tavola.
Agnello e spatzle.
Un bicchiere di Solaris, una delle varietà autoctone e resistenti del territorio.
Una espressione nuova che cerco di ascoltare. Rispetto a ieri già è cambiato qualcosa, l’aria ha portato nuovi sapori e percezioni. Il vino ha meno anidride carbonica e i frutti sono più marcati e tendono verso l’amaro. Una buona materia densa e viva.

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È il momento di andare, di salutare l’uomo e la donna con un abbraccio e la terra con un ultimo respiro.
E portarmi dentro l’armonia vissuta nel maso, portarmi nel cuore il cuore in movimento di Dornach.

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