20 aprile – In Trentino, Eugenio Rosi

Ho visto passare l’ape, la regina, ma resto fermo dove sono, mentre i miei compagni la seguono con impaziente desiderio di fuchi. Sono tutti lì a darsi un gran da fare, ognuno al posto suo.
Avverto un senso di scomodità, di incomprensione per ciò che sono come se qualcosa o qualcuno mi chiamasse a far altro.
Volto le ali all’alveare e mi lascio andare nei boschi in un volo solitario e di natura ribelle alla ricerca di una terra felice.

L’aria passa veloce e qualcosa mi batte addosso. Biglietto. Certo, il finestrino aperto e il capotreno che sta passando per il vagone.

Salorno-Trento è meno di mezz’ora di treno ma a volte i sogni fanno così in fretta a prendere posto dentro l’animo che bastano loro a farti vivere il concetto della relatività.
Un fuco…

Trento, corsia numero 7, autobus per Calliano, ore 15:10.

La valle scende verso Rovereto.
Io sto aspettando che l’uomo che è salito con me mi faccia segno di scendere. Passano i paesi, i cartelli con i nomi, passa anche Calliano.
Guardo l’uomo e lui mi dice che gli dispiace che si è scordato…

Scendo alla prima fermata di Volano, il paese successivo e chiamo Eugenio.

Nessun problema, vengo a prenderti subito.

Sono paesi che avevo visto solo di passaggio senza mai fermarmi.
Mentre parlo con Eugenio mi accorgo del fascino che si avverte ad entrare in un paese che non si conosce, nelle sue strade e nella disposizione delle case, nel movimento delle persone.

Ci fermiamo davanti ad un palazzo antico che accoglie sulle mura disegni di stemmi con animali e simboli e parole latine e anni.

Questa è la cantina. Almeno, una delle cantine. Ne ho un’altra dove imbottiglio il vino. Sono entrambe in affitto. Andiamo dai che te la faccio vedere.

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Dentro c’è Tamara, la moglie, che sta sistemando alcuni cartoni e altre cose all’ingresso. Sembra di stare in una vecchia farmacia, una drogheria. C’è un banco in legno e degli alti scaffali pieni di piccoli cassetti e di ripiani.

Non abbiamo spostato nulla. Tutto è rimasto come allora, vedi qui sotto, è il punto dove la gente si fermava davanti al banco. In terra un vecchio parquet con il segno del tempo, nel punto indicato è come se qualcuno fosse passato e ripassato per anni prendendosi il colore e la pelle del legno stesso.

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Nella sala dove sono accomodate le bottiglie, sopra l’ultima fila un affresco del ‘400. Sullo sfondo è dipinto il paese di Calliano e si vede il tratto di Adige che arriva a Rovereto.

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Saliamo le scale e attraversiamo un’ala del palazzo che parrebbe ancora abitata. Qui ci abitavano ma ora non c’è più nessuno. Gli oggetti, le porte, i dipinti sui muri parlano ancora con una voce che sa farsi sentire e i colori, ne sono certo, sono ancora caldi a toccarli.

Usciamo su un terrazzo che da sul castello Beseno e sulle colline circostanti. Le costruzioni in basso danno un’idea di come l’architettura abbia saputo allontanarsi dalle armonie dei palazzi e della natura. Basta guardare in alto e attraversare con l’immaginazione le valli che si intravedono, seguirne i prolungamenti.

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La stanza all’interno accoglie le uve del Marzemino che dopo la vendemmia vengono messe in piccole cassette e lasciate a riposare per qualche tempo.

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Scendiamo gli alti scalini che ci riportano al pianterreno, mi volto ancora una volta a respirare l’atmosfera che pare rimasta così com’era anni e anni prima.

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All’angolo del corridoio scendiamo altre scale e da lì arriviamo al cuore della cantina.
Qui c’erano le caldaie del palazzo.
La sala caldaie, uno spazio da dove si propagava il calore per l’intero edificio.
A vederlo oggi quello spazio sembra essere stato fatto per una sola cosa.
C’è una misura di bellezza, un est modus in rebus come avrebbe detto Orazio, un senso di intima protezione.

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Beviamo un bicchiere di Anisos.
Ho iniziato a far vino nel 1997 quando ho preso in affitto un vigneto di Cabernet e Merlot dal mio datore di lavoro.
Fino ad allora avevo sempre lavorato per la cooperativa del territorio. Lì ho anche affittato lo spazio per l’imbottigliamento.
Poi ho dovuto cercare un’altra soluzione, quella dove attualmente imbottiglio, ma anche lì l’affitto lo rinnovo di anno in anno.
Sul piano in legno che poggia sul legno di due botti una cartina dove sono segnati i vigneti di Eugenio. Uno, due, tre, quattro, cinque luoghi diversi.

Inizio a capire qualcosa della persona e del suo vino. Qualcosa che ha a che fare con gli equilibri che di volta in volta vanno rimessi a punto e con la fragilità da una parte e la volontà forte dall’altra.

Tra poco arrivano degli altoatesini che vengono per vedere i vigneti e assaggiare il vino, ma non ricordo a che ora, speriamo che almeno il giorno sia quello di oggi.

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Sì, il giorno è quello giusto.
Suonano alla porta della cantina.
Quattro sul furgone di Eugenio e altri quattro in auto e partiamo per il primo vigneto.

Rovereto. Villa de Eccher.
Cabernet Franc.
Ci stiamo avvicinando al tramonto e approfitto per una ripresa e qualche fotografia. Eugenio parla del vigneto e di come lavora la vite qui, gli altoatesini sono attenti e camminano per i filari osservando come le piante sono state potate e in che modo sono cresciute.

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Risaliamo verso Noriglio a quasi 500 metri di altitudine. Alla nostra sinistra si aprono le valli di Terragnola e di Vallarsa e in fondo a questa la neve del gruppo delle piccole Dolomiti.
È un dito affusolato, magro e stretto come le valli intorno, che si posa nell’aria leggero ad indicare con vissuta consapevolezza le direzioni, i versanti e le terre quasi a mescolarsi assieme ed essere una sola cosa.

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In basso il vigneto di Pinot Bianco.

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Dalla parte opposta della strada sale un sentiero che conduce alla Nosiola e al suo divenire ormai manifesto e rigoglioso. Il posto è pieno di buone energie, ci si sente bene e lontano dai rumori e dalle velocità cittadine.

È una zona ricca di fossili.
Salendo ancora ci sono muretti abbandonati e vigneti che il bosco si è ripreso.

Affascinato dal luogo inizio a camminarci sopra e mi allontano senza chiedere e senza dire. Dopo un tempo indefinito e relativo come il sogno sul treno sento Eugenio che mi chiama per tornare alle macchine.

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Mentre ripercorriamo la strada verso Calliano parlo con il ragazzo altoatesino che mi siede accanto. Anch’egli è un produttore di vino di Appiano. Abraham Weingut.
Mi piace la sua delicatezza e i modi gentili con cui mi chiede del mio progetto. Gli chiedo che vino faccia e mi parla di vecchie vigne di Pinot Noir e Pinot Bianco.

A Volano il vigneto del Marzemino, la pergola modificata da Eugenio per garantire una maggiore illuminazione alla vite e qualche filare allevato a guyot.

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Avete visto la terra.
Ora proviamo a vedere come sono i vini.

La prima bottiglia è Anisos 2012 fatto da Nosiola, Chardonnay, Pinot Bianco.
Ho deciso di fare questo bianco macerando le uve dopo aver conosciuto e bevuto i bianchi del Friuli. L’ho chiamato Anisos, vuol dire diverso.

Una profonda mineralita’ e una discesa sapida e fresca che tiene svegli e di buon umore i sensi. Un bell’equilibrio di uve che si esprime anche nelle annate 2011 e 2008 nonostante la diversa percentuale delle uve.
Nel 2008 non c’era Chardonnay poi vi racconto cosa è successo.
Gli uomini dell’alto Adige sono attenti e non sputano una goccia di vino.

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Riflesso. Un vino rosato ma solo nel colore. Ci vanno a finire tutte le vinacce delle uve sin rosse che bianche.
Del maiale non si butta via niente.
Pare che anche nel vino funzioni questo detto. Non è certo scarto quello che sto bevendo ora. Ha una piacevolezza giovane e continua. Bevuto in estate questo vino mi sa di pericolosamente attraente. Ma pure adesso è pieno di allegria.

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Un giorno ho deciso di tagliare un albero di ciliegio e ho fatto fare una botte ai fratelli Mittelberger. Mi piace l’idea di allontanarmi dal rovere per avere botti di ciliegio e di castagno.

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Nei bicchieri scende il Marzemino, annata 2012.

I veneziani lo hanno portato nel ‘500 e qui ha trovato il suo terreno materno fatto principalmente di argilla.
Dal 1988 mi dedico a questo vitigno e per me viene sempre prima degli altri.
Quando ho iniziato usare i lieviti indigeni è quello che ha fatto il salto più grande ma è anche il più difficile da lavorare, tende a ridursi ed ha bisogno di un legno con una buona traspirazione in modo da evitare i travasi.

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Lo vendo senza il suo nome sull’etichetta.
Me l’hanno bocciato, poi mi sono bocciato da solo, ma va bene così. Non è il nome a fare un vino.

Tamara dopo aver tagliato del pane e del formaggio prende un calice e si siede ad ascoltare ciò che già sa ma che ogni volta si esprime in modo diverso come a ringiovanirsi e nello stesso tempo a confermare una posizione e un’idea. C’è anche lei nelle parole di Eugenio, c’è anche la sua voce gentile.

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Il Marzemino scende con lo spessore della materia in parte appassita.
Con la consistenza e la densità dell’argilla.

Questo è un mattone fatto da mio nonno con l’argilla delle terre dove sono i vigneti.

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Un frutto di ciliegia matura e una sensazione di pienezza che si scioglie nel palato.

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Eugenio risponde alle domande curiose di chi, con serietà, ha scelto di scendere in basso per conoscere un uomo, le sue terre e il suo vino.

Questo è il primo vino che ho fatto, l’esegesi. 80 per cento Cabernet Sauvignon e il resto Merlot.

E questo è il 5-6-7, fatto di uve Franc di tre diverse vendemmie.

Come se ogni annata portasse il suo meglio. Un vino che spinge nervoso e si placa nel breve spazio di un sorso come a ricordare da dove è nato tutto, dagli equilibri instabili e dalla volontà che deve tener a bada le distanze e
mettere insieme le diversità.

Gli altoatesini iniziano a ringraziare ma Eugenio li ferma prima che possano passare ai saluti.

Prima di andare dobbiamo assaggiare il passito.

Uve Marzemino appassite per circa quattro mesi. Un liquido dolce con una componente terrosa che si deposita e si scioglie dentro non appena oltrepassa la gola e si spande e rilascia i suoi freschi profumi che trovano ancora spazi e risonanze dopo tutti i vini bevuti.

Gli uomini del nord ringraziano.
Grazie per questo dono.
Dice Abraham.

Insieme andiamo a mangiare una pizza. Sono le 23:30 e il paese sembra deserto. I vecchi palazzi ancora più vecchi.

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Alla fine rimaniamo io e Eugenio.
Devo controllare ancora delle botti che domani passa il controllo dell’ASL.
Poi andiamo a bere una birra se ti va.

Lo osservo mentre scrive dei numeri su un foglio dove sono disegnate le botti.
Sciacquo i bicchieri.
Beviamo un ultimo sorso di 5-6-7.
Poi ci prendiamo una birra al bar rimasto aperto.
Parliamo della giornata, delle cose che sono successe e che qua e là si fanno risentire per intensità.

Ricordo le ultime parole prima del sonno, o almeno credo.

Alla fine ha ragione il vino che fai.

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