24 aprile – Perfugas e San Giorgio

Anche la più lunga notte senza sonno può trovare conforto e rinfrancarsi quando, finito il mare e ricominciata la terra, la prima luce di una stella calda attraversa il cielo e le sue nuvole con la debole forza di una fiamma di candela e ti mostra la bellezza del mondo per quello che è, senza fine, senza inizio.

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Sardegna è un’aria che incontra la pelle e si posa e si ferma lì, un soffio di benvenuto umido e salato che entra nel circolo della vita, nel respiro ininterrotto di andate e ritorni.

Addentrarsi nei boschi che circondano una strada di asfalto solitaria, sovrastata da tanta natura e dal rumore grave di un motore che arranca intimidito e stanco.
Passare da un mare di acqua a una distesa di verde fatta di macchia, profumata di Mediterraneo.

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Da Olbia, i sugherifici di Calangianus, e tornanti, serpenti che girano attorno ad una bassa foresta di Gallura, Luras, Tempio Pausania.

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Carlo mi sta aspettando alla stazione dei bus. Un passaggio di bagagli e un caffè poi proseguiamo oltre la Gallura, verso l’Angola Perfugas.

Hai sentito il dialetto di Tempio? Non è come il sardo. È corso, come nei piccoli centri abitati sparsi sulle montagne di qui.
Piccole fattorie e campi seminati attorno e qualche vigna.

Passiamo per un tratto di strada i cui margini di erba sono stati bruciati dalle mani dell’uomo che vi ha gettato la chimica del progresso.
Quest’annoci siamo messi tutti assieme noi contadini e siamo riusciti a fermare l’Anas che altrimenti avrebbe sparso Glifosate per tutto il territorio. L’anno scorso non c’erano api e le vespe sembravano impazzite, drogate sui grappoli della vite.

Perfugas. Casa Deperu-Holler.
Saluto Tatiana, la moglie e Francisco e Iara, i figli mentre Carlo taglia della pancetta e del lardo e qualche pezzo di pane sardo. Poi apre una bottiglia di Fria, Vermentino 2014.
Profumo di agrumi e frutto tropicale in un sottofondo minerale vulcanico. Tutto si esprime senza note forti, in sottile divenire, giovane, con prospettiva, con qualcosa da dire. I suoi 14 gradi si spandono in buon equilibrio senza concentrarsi e appesantire la beva.

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Alla festa di oggi ho portato l’Oberaia, che è il vino che ho dedicato a San Giorgio, Cabernet Sauvignon e Cannonau. Lo assaggeremo.

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E così oggi è giorno di festa a Pejfugas.
Ci si prepara per andare nei campi accanto alla chiesa di San Giorgio e al nuraghe ancora in piedi dopo millenni di storie. Una festa tra sacro e profano, tra la cultura del Santo e quella dell’antico rituale di un popolo.
Cammino guardando camminare uomini donne bambini verso un punto, un luogo dove non ci sono luci abbaglianti che si accendono e si spengono, nè musiche assordanti o suoni elettronici.

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Nell’aria il profumo forte dell’asfodelo.
Con questa erba puoi curarci le scottature, le ustioni della pelle.
Mi dice Tatiana.

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In mezzo ad un campo di erba la chiesa del ‘400 dedicata a San Giorgio.

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Sulla volta in alto una piccola raffigurazione dell’uomo che ha ucciso il drago.

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Intorno il paesaggio quieto dell’isola, oggi senza vento, il suo odore pungente di resina che sale da sotto quando il piede calpesta il suolo.

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La carne di pecora sta bollendo da più di tre ore in una grossa pentola.
I cuochi me ne fanno assaggiare un pezzo che tagliano ancora fumante e mettono in un piatto di plastica.
Tenera e intensa.

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Altre persone preparano piccoli pesci di mare da mettere sulle braci.

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Qualcuno apre il vino del proprio vigneto e lo condivide con orgoglio, lo versa agli amici.

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Mi chiamano alla tavolata dove hanno iniziato a portare la pasta cotta nel brodo di pecora e condita con una buona mano di pecorino.
È una esperienza nuova e felice, un piatto da gustare con il pane fino alla fine e chiederne un altro chè il primo se n’è andato così come è arrivato.

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Sull’etichetta di Oberaia le sagome della chiesa e del nuraghe. Una giovinezza ancora verde nei tannini ma che si sposa a meraviglia con la grassezza del cibo e restituisce al palato un nuovo equilibrio da cui ripartire con un altro boccone.

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Dimenticavo che in questa terra l’uomo ha sempre il proprio coltello appresso.
Oggi lo vedo tagliare pane, formaggio, fare a fette la carne e piantarsi nel legno del tavolo quasi a mo’ di monito.

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Quando arriva la carne il padre di Carlo mi chiede se può scegliermi i pezzi da mangiare. Lascio fare, mi affido a chi sa cosa è meglio mangiare.
Lascia perdere il grasso, mangia la carne attorno.
All’inizio seguo il consiglio, la carne attorno al grasso è davvero squisita poi non resisto ad assaggio anche la parte grassa. Si scioglie in bocca con piacere e bontà e il sorso di Oberaia l’accompagna con armonia e giustezza.

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Accanto a noi ci invitano a bere il vino di Luras, un nebbiolo sardo.
Un aroma che non avevo mai incontrato prima. Pungente e dolce allo stesso tempo. L’uomo prende dalla tasca il coltello e ci taglia un pezzo di pecorino e qualche fetta di Porceddu.
La crosta del piccolo maiale è qualcosa di divino e i sapori stanno tutti insieme senza alti o bassi come a rispettare una bella continuità, una buona forma.

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Ascolto la cadenza che fa cantare questa lingua che si mischia a tratti di spagnolo, di francese, di patua’ e di chi sa che cosa. Poi mi alzo, ringrazio e mi avvicino alla chiesa. Mi guardo intorno alla ricerca di un posto dove stendermi in un sonno ristoratore. Perché no mi dico. Perché non salire sul nuraghe e cercare riposo lassù.

Dove c’è un nuraghe c’è ne sono altri due e se ci sali sopra li puoi vedere da qualche parte all’orizzonte.

Così dicono in questa terra. Dicono anche che il nuraghe è un centro di energia.

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Arrivato davanti alla costruzione cerco un punto da dove salire. Con calma e attenzione, un passo alla volta, ciabatta su ciabatta raggiungo la sommità.
Cerco con lo sguardo gli altri due nuraghi ma vedo solo montagne e cieli, mi stendo sulle pietre e chiudo gli occhi e vado via per un tempo indefinito chissà dove mentre la festa continua a versare vini e a cantare la lingua di un popolo antico.

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È notte quando torniamo a casa.

Il cielo stellato che ricordavo bene ma che a guardarlo mi incanta ogni volta tanto limpido e definito e vicino.

In macchina Francisco e Iara cantano un pezzo dei The Clash.

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