25 aprile – Perfugas, vigne, fave e trippa

È una ripresa lenta al risveglio dalla festa di San Giorgio.
Ai tempi dell’università chiamavo questa stato di cose il giorno dopo.
E anche il sole pare allentato, sonnolento lassù in un cielo dalla luce svogliata, attutita; i suoni appartengono alle lontananze, i pensieri vengono e se ne vanno via senza fermarsi e mettersi a fuoco.
A differenza di allora c’è che la testa sta lucida e nessuna nausea infastidisce il corpo e lo spirito, rimane ancora una leggera ebrezza che intorpidisce i sensi senza stressarli o indebolirli.

Oggi andiamo a raccogliere un cesto di favette in vigneto. Un po’ di insalata e ci mettiamo a posto.

Direi che è un’ottima idea Carlo.

Prima ti faccio vedere il vigneto dove sto costruendo la cantina, quello vicino al lago.

Poca strada dal centro di Perfugas e siamo già in mezzo al verde tra colline di alberi e montagne di rocce rosse.

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Il vigneto, l’uomo, il suo sfondo.
Sono paesaggi che si ripetono senza ripetersi nel paese che dimentica e svilisce le proprie bellezze e le fatiche di gente che prova a restituire con la forza e la costanza un’identità.

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Un’attenzione e un amore per la materia e la sostanza dove passano vita e lavoro insieme.

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Ci sediamo un attimo al tavolo tra la vigna, l’acqua di un lago e le montagne che osservano e proteggono la propria terra più in basso.
Carlo mi parla della cantina in costruzione e della tranquillità che darà anche al vino una volta terminata.

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Sarà uno spazio che vivrà in mezzo al vigneto e il vino potrà riposare meglio, con più consapevolezza e serenità.

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Lasciano il vigneto tra il lago e la montagna e ci spostiamo a quello vicino a Perfugas per raccogliere fave per il pranzo.

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In mezzo ai filari oltre che alle fave crescono piselli e finocchio selvatico.
Basta stendere in basso la mano mentre si cammina per respirarne dal palmo profumi di spezie e abbinamenti culinari.

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Qui il terreno è più sabbioso e nella sabbia pietre che sbattute l’una contro l’altra danno l’impressione di un colpo di pistola. Polvere da sparo.

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Be’entrule.
Almeno credo si scriva così.
La trippa.
Il piatto che ha unito l’Italia in tempi di povertà e di semplicità.
Dopo il pranzo a base di fave fresche e gustose Carlo prende le trippe che il padre ha curato e messo via per una possibile cena.
Poi apre un vino del 2006.
Un taglio Oberaia fatto con uve Cannonau, Muristellu, e chissà cos’altro.
Ma più o meno questo sarà il prototipo del suo Oberaia, Cannonau e Cabernet Sauvignon.
La trippa è delicatissima e il vino di una freschezza e profondità che fanno scordare la potenza dell’alcol, che fanno pensare avanti.
Lento, adagio, un pasto a misura di essere umano che non potrebbe mai diventare più veloce di quello che è. Non ne avrebbe senso.

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