27 aprile – Il vigneto, il monte Ruiu e i tre arcobaleni

Sì parte per la vigna dopo un caffè.
Il corpo ringrazia di muoversi su e giù per i filari di Cannonau, di piegarsi a cercare i polloni da staccare dal legno del cordone speronato, di pulire e alleggerire la pianta di vite che già esprime una condizione esuberante.
Dopo i giorni di festa tornare al lavoro tra il ronzio delle api e il frusciare dell’erba alta che incontra il passo continuo dell’azione.

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La vigna c’è ma sembra nascondersi tra gli alberi e le montagne qua e là nel territorio senza mai dare l’impressione di uno sfruttamento o una forzatura dell’uomo. Qui a Perfugas non si parla di monocoltura. Anche camminandole le strade del paese non si incontrano mai ettari vitati che scorrono uniformi davanti agli occhi. Anzi, dai bordi delle vie si possono raccogliere rafani e carote selvatiche, i fiori blu della borragine ed erbe coste e mangiarseli, anche, così al momento, in un incontro di freschezza.

Non è noia il guardarsi intorno, è un raggiungere possibile di squarci che si aprono senza bisogno di spingere porte o liberare catenacci…il mondo è lì che aspetta e che cresce a modo suo, indisturbato si offre al respiro della vista partecipando con libertà di forme e colori al metabolismo della vita.

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E segue a muoversi e a girarsi avvolgendosi tra le pieghe del cielo che si allargano o si serrano assieme alle ombre della realtà e alle loro distanze apparenti.

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E ciò che cresce non fa altro che crescere e andare nell’unica direzione conosciuta al momento dell’inizio.
Dritto e instancabile movimento che attraversa le intere stagioni e gli anni con ripetuto contrarsi e distendersi fino a naturale compimento.

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E ciò che cresce lo fa con il suo tempo.
Un tempo di vite robusta di Cannonau che già ha formato grappoli e intenzioni, di erba verde che sale verso il ramo, di cielo che promette pioggia e di terra spinta da un istinto primordiale ad innalzarsi al di sopra dei mari.

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Il monte Ruiu, il suo interno corpo di roccia rossa, la sua compattezza, pare passare nelle fatture di un tralcio di vite.

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Sì continua il lavoro nel vigneto sopra le case del paese, le uniche che si possano vedere in mezzo ai verdi distesi ovunque.
Andrea, il padre di Carlo, arriva a raccogliere fave.

Passa da me più tardi che ti mostro il mio laboratorio.

Con piacere.

Qualche goccia timida e insicura scende a rinfrescare l’aria riscaldata ad ogni modo da un sole nascosto solo in apparenza.

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In cantina assaggiamo le tre barrique di Oberaia dove il vino riposa da più di due anni. Ritrovo la piacevolezza di un frutto che si fa amarena calda dolce a amara ad un tempo e nonostante i tannini verdi ed allappanti e la piccola riduzione sento che il tempo lavorerà per una buona crescita.
È un vino che necessita attesa per portarsi a compimento, o almeno a iniziare da un compimento.

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Uscendo dalla cantina per chiamare un’amica mi accorgo come la natura non necessiti di un temporale di primavera per farsi bella e vestirsi di arcobaleno. Le poche gocce cadute distrattamente sono bastate alla terra e al cielo per costruire un ponte di sette colori e legarsi e abbracciarsi per un momento fatto di trasparenze e di caducità. Il terzo arcobaleno del pomeriggio. Come se terra e cielo riscoprissero un sentimento di legame e di benessere condiviso.

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Glielo si legge in faccia a questo pezzo di mondo tale entusiasmo e benessere condiviso.
Dall’alto in basso, dal basso in alto, indistintamente gli occhi trovano spazi in cui si lasciano andare

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Ci fermiamo a casa di Andrea.
Carlo gli chiede due bottiglie da assaggiare.

Hai ancora il 2007 e il 2008?
Si, dovrebbero esserci, vediamo.

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Le prime due bottiglie di Oberaia.

Prima di aprirle Andrea mi mostra il suo piccolo laboratorio dove incide e lavora il corallo e l’avorio.

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Poi assaggiamo i vini.
Sento il caldo della stagione 2007.
Una potenza che è insieme ruvida e benignamente rustica. È una felice emozione che di scioglie senza andarsene via.
Il 2008 ha una freschezza e una acidità più marcate. Meno potente in alcol, più elegante in bocca.
I due vini confermano la bontà dell’uvaggio e la sua durata nel tempo, la sua bellezza evolutiva.

Andrea assaggia e mostra un volto compiaciuto poi come se niente fosse torna a togliere le fave dal baccello.

Ognuno pensa ad una cosa.
Ognuno cresce a modo suo.
Il vino, quello, è un arcobaleno che una volta sparito dal bicchiere resta dentro come legame e condivisione di cielo e terra, di uomo e uomo.

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