29 aprile – Terra, mani, frammenti Deperu-Holler

Un pezzo di agnello messo su delle stecche di legno con una manciata di sale e null’altro che due ore di forno.
Un pezzo di Sardegna che si sveglia così la mattina e prepara accogliente per gli ospiti attesi un sapore animale di terra propria.

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Un paese che ha in sé una storia sprofondata chissà dove, che sale i gradoni di pietra vulcanica dei nuraghi e può sorvegliare con sguardo rituale le distese fin verso le montagne e il mare, che scende gli stretti scalini bianchi di pozzi sacri celebrando azioni e ricongiungimenti con le forze sotterranee della natura divina.

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Paese di curunzones, di ricotta e scorze d’arancia chiuse dentro una sfoglia di pasta tra l’amaro, il salato e il dolce.

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Paese di un’erba che accoglie con leggerezza e rispettosita’ le spoglie sacrificali di una creatura strappata anzitempo alla vita dalla volontà ospitale e generosa di un uomo per un banchetto dove lasciare scorrere le fatiche e farsi comune commensale di festive condivisioni.

Terra di mirto.

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Una casa dove giocano bambini che hanno unito i propri nomi e per nominare un vino. Francisco e Iara, i loro sorrisi e il sorriso di Fria, il Vermentino della vigna di famiglia.

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Mutamenti improvvisi che dall’alto del cielo portano in basso luci pacificanti a realtà che possono riaccendersi e in certo modo riidratarsi nella fresca stagione prima dell’arsura.

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E sempre scorgere in un punto sopra le cose, in una sua sommità di guadagnato privilegio, la maestosa quercia che pare bastare a proteggere il tutto con le sue ombre e la sua sagoma che oltrepassa il tempo e il pensiero presente sprofondando l’immaginazione verso mitiche radici sospese tra sopra e sotto.

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Guardare le mani entrare nella terra e frugare tra le alte erbe cresciute in un giorno di pioggia e cercare una giovane vite, i suoi germogli, con il fiato sospeso ché basta un sospiro fuori di posto a strapparle di dosso le braccia e i piccoli tralci ancora ingenui e fragilissimi.

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E una volta liberata la vite dalla natura contigua respirare assieme a lei una ritrovata sensazione di ampie possibilità e di compimento futuro.

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Sentire nelle estremità di un corpo la ruvida e grezza materia che ci è sotto e che sotto ci è stata da sempre con tutta la sua gravità e fertilità in attesa di mani e di cure. Portarne dentro il quasi dolore tra pollice e mignolo, tra l’unghia e la vena pulsante fatica, portare dentro il peso di una terra dura e contratta come ora è la mano.

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Risvegliarsi con la vita che attraversa un albero e i suoi aranci e sa raggiungerti ancora giovane nell’illusione o nella speranza di una nuova giovinezza.

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Andarsene dopo un’ultima cena.
Una supa cuatta, una semplicità di pane e formaggio e brodo di teste maiali.
E un sorso di rosso Familia della vendemmia passata, che scende sabbioso minerale e metallo, felice compagno di cibo e di allegro umore dello stare assieme. Che balla a preideru dicono in questa terra, nel senso che le cose calzano a pennello…come sparare ad un prete.

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E allora arrivederci Tatiana, Iara Francisco e Carlo. Sarà bello portarvi ancora dentro lungo questo viaggio d’Italie da riscoprire, di bellezze lì pronte ad esplodere e farsi gentili con gentile accoglienza e umanità.

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