30 aprile – Giovanni Montisci & Mamoiada

Cos’è questo nostro insieme di segni che dice e significa le cose e i luoghi e racconta ciò che vediamo e ciò che non possiamo vedere con espressione talvolta fatta di suoni assonanti, talvolta stridente e faticosa, talvolta asciutta e monosillabe, giusta o errata, terrena o celeste, fredda o calda o tiepida?
Cos’è questa distanza tra due punti che posso chiamare separazione o unione allo stesso modo e allo stesso tempo, con uguale giustezza, come se due cose opposte avessero dentro anche la possibilità di convivere ed essere uguali?
La strada unisce e separa i luoghi del viaggio, il cammino si sposta e mette insieme prima un vissuto e poi un altro.
Quando salgo sull’autobus per Sassari so che ci sono terre che la separano unendola al paese di Perfugas e trovo in questo pensiero di giusti opposti una variante linguistica su cui posarmi e cercare ancora un poco di sonno ché la notte si è fatta solo alba e gli occhi sbadigliano e chiedono riposo.

Sali e scendi e giri di curve tra un piccolo paese e un altro in mezzo a vallate e nature rigogliose fino alla città e da lì cambiando di mezzo attraversare l’isola verso Nuoro.

Alla biglietteria davanti a me una donna anziana vestita di nero.
È già partito l’autobus per Mamoiada?
No, parte a mezzogiorno.

Ci sediamo sulla panchina della corsia numero quattro e aspettiamo la partenza. Lascio gli occhi e le loro fantasie sui segni e i colori del muro di fronte.

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Mi accolgono statue e persone che mi guardano come statue, ferme e fissanti.
Si respira vento e aria sospesa e le maschere dei mamuthones dipinte sui muri mi fanno sentire per un momento vicino al luogo nativo. Bagolino e Mamoiada condividono una certa espressione carnevalesca almeno sui volti e nei suoni.

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Nella via Montanara, fuori dalla casa dove ho messo i bagagli, sistemo una sedia e mi siedo a leggere al sole.
Una via stretta, bianca senza nessuno che ci passi o che sia alla finestra o sul balcone. Nemmeno arrivo alla fine delle parole del poeta che passa un piccolo trattore. Si ferma dove sto e quando alzo la testa dalla pagina riconosco Giovanni.

Dove sono le tue cose?
Le prendo subito sono dentro casa.
Mettile dietro e sali qui che andiamo a casa.

Mi tengo stretto ad un pezzo di ferro in piedi in imperfetto equilibrio mentre il trattore sale le vie del paese.

Ti faccio vedere i vigneti. Ora andiamo in quello più vecchio, la vigna di Franzisca.

Lasciamo il trattore per qualcosa di più comodo e ci muoviamo verso la terra di Franzisca dove crescono le uve di Cannonau per la riserva omonima.

Siamo sulla sommità ondulata di un pendio sopra le case di Mamoiada a circa settecento metri di altitudine.
Il vento sembra arrivare da tutte le parti uniforme e costante e fresco senza mai posarsi. Aperto il cancello e oltrepassato un albero le piante di vite sono lì davanti a noi con i germogli che stanno salendo e le radici che per ottant’anni hanno cercato nutrimento in basso.

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Giovanni manca dal paese da qualche giorno e osserva i piccoli e i grandi cambiamenti che il tempo ha portato sulle braccia e il corpo delle sue creature.

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Sagome contorte poco fa spoglie e apparentemente senza vita riaccese da una vita sotterranea e solare.

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Per terra l’erba rende morbido il passo e dona compagnia e giovinezza alle viti vicine al secolo.

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Qui a Mamoiada grazie al vento e al tipo di terreno si riesce a lavorare la vigna senza l’uso della chimica. Nel 99 per cento dei vigneti le operazioni vanno in questo senso.

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A me piace tenere inerbito il suolo. È una questione di protezione e conservazione del suolo stesso da agenti naturali come l’acqua che possono creare problemi e rotture.

Guardandomi intorno sono pochissimi i vigneti su cui cresce e rimane l’erba, la stragrande maggioranza pare sabbia o deserto.

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Ci fermiamo davanti a una vite che oltre a dare uva si è fatte vita per altro accogliendo la crescita di un finocchio selvatico.

Questa parte di terra è chiamata Elisi, dovrebbe essere la più vocata per questo tipo di vino.

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Questo è l’ultimo acquisto.
Sono sempre piante molto vecchie.
È quello che serve per il vino che voglio fare.

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Prima di tornare a casa e assaggiare i vini dalla cantina, Giovanni mi fa vedere dove ha lavorato per trent’anni con i fratelli. L’officina dove ha aggiustato motori e pezzi meccanici e fatto andare la sua passione per la velocità e le corse di auto.

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Prima di tornare devo passare da Paolo a prendere un coltello che mi sta facendo per un amico.

Entriamo nel laboratorio che Paolo sta seguendo con meticolosa attenzione il lavoro alla lama. Un odore di polvere, ferro, acciaio lungamente sfregato come pietra focaia.

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Sono pezzi di unicità e accurata fattura di uomo artigiano. Precisione come precise e attente le parole di Paolo.

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Beviamo un bicchiere poi ti do il coltello che ho finito.

Usciamo dal laboratorio e Paolo alza una serranda accanto: la sua cantina.
Qui quasi tutti hanno un pezzo di vigna e fanno Cannonau. Così bevo il mio primo bicchiere di Mamoiada 2014 che ancora sta fermentando. Un senso di viola dolce e fresca e giovane.

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Se chiedi a un sardo cosa gli piacerebbe avere forse ti risponderebbe questo, un coltello.

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Mentre Paolo prova la lama su un foglio di carta che si apre come burro ci raggiunge Francesco. Anche lui ha una vigna e anche lui ci versa il suo vino dell’ultima vendemmia. Qualcosa di metallico e ferroso dentro il bicchiere.

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Finalmente nella cantina di Giovanni.
Assaggiamo il moscato secco.
Mi sento rinfrescato dalla natura minerale e sapida di questo vino che Giovanni vinificava anche come passito facendo appassire le uve direttamente in pianta.

Poi la botte del rosato che ha interrotto la sua fermentazione rimanendo con un leggero residuo zuccherino senza nulla compromettere.

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E arrivano i rossi.
Il Barrosu.
È un vino che senti subito importante.
Che porta lontano i pensieri e non concede loro di fermarsi ad un significato, che li fa andare per la via della complessita’ e li confonde su piani e dimensioni diverse.

Un vino.che ha imparato a stare in piedi da sé grazie agli anni che ha nelle radici, all’acidità e al disfacimento granitico che si porta dentro in un impressionante equilibrio di aerea leggerezza e potenza alcolica.

Un’esperienza di bellezza e amore di natura.

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La riserva Franzisca si rivela ancora più profonda e si allunga sotto la superficie mostrando possibilità ed espressioni di senso e significato non chiuso.
Come parole e linguaggio, come la distanza tra due punti che separa e unisce al tempo stesso, mi ritrovo con il vino che sta viaggiando dentro di me e il viaggio che quel vino mi sta facendo vivere. Entrambi luoghi, il vino di vigne, io stesso di nomadi asili, entrambi distanze che separano e uniscono, uniscono e separano ma in fin dei conti distanze da percorrere assieme.

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