1 maggio – il cammino tra Mamoiada e Orgosolo

In questo primo maggio non si sentono voci di cortei o musiche di concertoni o passi di gente insieme nelle piazze, non si pagano biglietti per una partita di pallone o per una fiera vestita di buoni propositi dalle mani ingorde di multinazionali.

Oggi su questa terra in mezzo al mare le mani stringono la zappa e il corpo si muove verso il basso a scavare togliere e preparare la profondità e lo spazio per le piante da interrare.

Una mattina che lascia andare sudore e giusta fatica per un secondo inizio di giorno quando girate le spalle si guarda il paese tutto e si procede per la strada d’asfalto.

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Mamoiada rimane un cartello di segni e un bersaglio di sfoghi.

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Intorno le vigne e i campi di grano e gli arbusti e la roccia spaccata che si mostra rossa e nuda.

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Poi arrivano i muri dipinti di parole e disegni. Numeri di memorie e volontà di ricordi.

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Storie di sfruttamento e spreco di vita nell’ingiustizia e nello squilibrio di maggioranza e minoranza.

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E un cinematografo inesistente che un giorno proiettera’ senza sosta le immagini in movimento di Vittorio e dei suoi banditi.

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Dovunque ti appoggi diventi te stesso un murales che osserva con occhi di murales la via che è ferma e che attende un ritorno di storia.
Ci passa il nuovo e ci passa il vecchio, pick up di pastori lanciati verso il gregge o verso il bar, turisti con foto turistiche da portarsi appresso, donne anziane coperte di neri scialli.

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Pugni chiusi a stringere un’idea, almeno a provare a dirla con l’ultimo filo di fiato rimasto prima della fine.

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Corpi sepolti tra una memoria cadente, fiori di muro e muri in rovina. Ricordi che li vedi avere i giorni contati sgretolati da un progresso che cancella e rimette tutto a nuovo.

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Orgosolo che mette paura solo a sentirlo il suo nome da bestia e creatura del buio. Un nome che scorre del resto dolce tra i denti e rimane solitario tra le montagne e i pascoli del gregge. Aria di solitudine, aria di natura che basta per sé.

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Mi giro per l’ultima volta tra gli asfodeli che coprono il paese ora soltanto ricordo che cammina con me sulla strada d’asfalto.

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Nel mezzo del cammino rivedo gli spari di una giornata di sfoghi. Chissà se era notte o alba o mattino, se c’era il sole o pioveva, se erano mani di ragazzo odi uomo a tenere puntata la rabbia.

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In alto tra le pietra germogli di vite che cercano il cielo.

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E la ginestra che esplode il suo giallo tra i bianchi asfodeli e le rosse rocce scoperte.

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Che se le sali le rocce sembra tutto un gioco bambino. Un passo e un altro passo e sei arrivato dove gli orizzonti sono in basso. Una facile vetta.
È solo dopo a guardare i passi compiuti e a provarli a riprendere che il pensiero e il respiro e il battito si fanno diversi.
Ci vuole attenzione e si mangia una saliva fatta di adrenalina fino in fondo.

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Saluto il paese che torna Mamoiada.
Anch’esso un po’ bestia, anch’esso di dolce pronuncia.
Saluto il Mamuthones che mi riporta in terra bresciana nella Valle di Sabbia tra i mascher e i balarì…la maschera inquietà e sicura di sé che batte il peso di mille campane e beve il vino nuovo e mangia le fave e il lardo che è assieme così come quell’altro, il mascher, fa sbattere gli sgalber sulla strada di pietra, mangia acciughe salate e beve brulė. Rumori, maschere, pelli e danze di rituali pagani che uniscono l’antico lavoro sulla terra.

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