2 maggio – Attraverso la terra sarda fino a Serdiana, Adele & Maurizio

Ritorna in strada il corpo, l’anima e il mezzo, e insieme ritornano le attese e le dilatazioni dei pensieri lanciati sempre oltre il punto d’inizio e mai rassegnati o scoraggiati da un ritardo o dalla lunghezza di un tragitto fatto di coincidenze e scambi di vetture.

Alla fermata del bus di fronte alla chiesetta di Mamoiada e al museo delle maschere. L’autista nemmeno mi apre lo sportello per mettere i bagagli.
Portali sopra che non c’è nessuno.
E non c’è proprio nessuno, io e il conducente, uno dei pochi casi dove è concesso di scambiare parole e dialoghi. Un mezzo pubblico usufruito nella singolarità un po’ come il cinematografo della sala numero 3 del cinema Massimo a Torino. Là allora erano le immagini, le sue luci e il sonoro a farmi compagnia nell’oscurità, ora le domande curiose di un sardo che vive a Nuoro e che vuole sapere di me.

Nuoro-Macomer, altro bus altri passeggeri che aspettano tra scolari che aspirano fumi di droghe sintetiche da bottigliette vuote di acqua.

Macomer-Oristano, ancora un cambio, ancora uno scomodo sonno che  vorrebbe l’aria fresca di un finestrino di treno e il rumore continuo delle rotaie.

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Finalmente la città.
Adele e Maurizio mi aspettano in via Giotto numero 7, circa 800 metri ancora. Cerco, chiedo indicazioni ma nessuno sembra del posto o non conosce la via. Dei ragazzi mi portano il paio di infradito cascato dallo zaino tra le corsie della stazione. Chiedo a loro e qualcosa si muove verso l’obiettivo.

Suono al citofono dove è scritto Altea-Illotto. Eccoci arrivati, almeno per ora.
Maurizio mi accoglie in casa, Adele è seduta su di un divano in attesa che i tendini della caviglia guariscano dopo l’incidente natalizio in campagna.

Vi ho fatto fare tardi?
No, possiamo partire con calma, un’oretta di strada e siamo arrivati.

Riporto i bagagli di sotto e li carico in auto. Mentre lasciano Oristano Adele mi mostra la laguna di fronte alla città dove è costruita una statua che raffigura una anguilla. La coda messa da una parte e la testa che sbuca in lontananza.

È un simbolo della città.
Domani a pranzo la mangeremo, ti piace l’anguilla?
Si si mi piace tutto.

Sembra che il mare intorno si voglia tenere lontano. Ho visto laghi artificiali, lagune, fiumi e ancora laghi di acqua piovana dove riposano e di tanto in tanto si alzano eleganti e svolazzano le rosee piume dei fenicotteri.
Soltanto in fondo la vista raggiunge il golfo di Cagliari, le rocce affioranti, le case e ancora deve accontentarsi di immaginarlo il mare e sentirlo scendere nei polmoni e nella memoria.

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È quasi sera, è quasi estremo meridionale dell’isola, le viti sono già alte e portano con fierezza le forme scolpite dei grappoli che un giorno prenderanno colore.

Raccogliamo un cesto di favette tra due file di vitigno per il pranzo del giorno dopo. Qualche limone dall’albero vicino ai piselli.

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A su stani salio, questo stagno salato, le piante di Cannonau sembrano perdersi felicemente nei colori di una terra che prenderà l’aspetto del sole.
Maurizio vi entra senza dire nulla a sincerarsi della salute e della crescita di una parte di sé, Adele rimane ad aspettarlo bloccata dai problemi alla caviglia, rimane sulla soglia del filare a osservare e a descrivermi la forma delle foglie, la loro diversità da vitigno a vitigno.

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Prima di andarcene resto per qualche minuto sotto il pero che solitario custodisce come un pastore il proprio gregge. Da lì guardando dentro l’obiettivo della camera ne esce un quadro di sfumature verdi illuminate dalla debolezza di un giorno alla fine del giorno. Ogni colore una propria identità e lunghezza, ogni colore una relazione cromatica con la vastità del cielo. Ogni colore nella dipendenza di luci e ombre di stelle solari, emozioni e ricordi di corpi mortali. Relatività di tempi.

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Seduti a tavola prepariamo le fave per l’indomani e tra una parola e l’altra ne mastichiamo la freschezza.
Apriamo una bottiglia di Nuragus. Con le fave crude la morte sua è pane e casu marzu.
Benissimo. Buono il formaggio con i vermi.
Il vino è ancora un po’ caldo ma il suo aroma e la sua struttura escono come un vapore all’interno della bocca.
Un vino ancora in movimento con un sottile residuo di zucchero che lo rende piacevolmente dolciastro e una personale profondità di aromi amari.
Papilio, in effetti, si muove come una farfalla, senza pesantezza, con semplicità e identità.

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Scendiamo in cantina a prendere del vino per il pranzo della domenica e visto che ci siamo assaggiamo qualcosa dalle botti.
Ci avviciniamo al rosso Altea, Cannonau, Carignano, Monica.
Quando Maurizio toglie il tappo dalla botte sento lo sfrigolio del liquido che ha ripreso a fermentare dopo un prematuro arresto.
In bocca sembra che i lieviti abbiano consumato tutto lo zucchero rimasto, ne rimane ancora una piccolissima parte. Il vino è molto buono e mostra già il suo equilibrio tra acidità e alcol, un ottimo taglio.
Passiamo al Moscato, quello appassito in pianta. Una buona mineralita’ e una dolcezza di invogliante energia. Un vino che chiede di essere bevuto sia prima che dopo un pasto, si, dimenticavo, anche durante.
Questa botte è sempre di Moscato.
Sta ancora fermentando e bruciando gli zuccheri.
Mi piace l’idea di un Moscato secco.
Si allunga in bocca e scivola via più del fratello appassito in pianta. Scivola via lasciando gli aromi e la roccia in bocca.
Mi piace, mi piacerebbe assaggiarlo quando ha finito di fermentare. Sarà un ottimo vino già ha una natura benigna.

Si, vedremo come procede. Qui però la tradizione è di un vino passito.

Torniamo con Adele e ci prepariamo a uscire per San Sperate, il paese museo dove Pinuccio Sciola ha realizzato murales e sculture sonore tra le vie e i giardini del luogo.
Mangiamo qualcosa e Maurizio ordina una bottiglia.
Adesso assaggiamo un altro Nuragus.
Cosa significa personalità e rispetto in un vino lo capisci quando metti due bottiglie vicine.
Da una parte un vino fatto in vigna con fatiche e onestà dall’altra un sapore e un profumo di qualcosa costruito e premeditato. Da una parte un movimento e una emozione e uno stato felice dall’altra un iniziale stimolo che subito diventa piatto e noioso.

Camminiamo per il parco con le sculture di Sciola che forse ci aspettano. Aspettano che la mano passi la pietra sulla pietra e faccia risuonare intorno. Loro almeno qualche motivo ed emozione ce l’hanno e la sanno dare.

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