5 maggio – Alea jacta esto, Andrea Occhipinti

La notte trascorre liscia sulle acque del mar Tirreno e si stacca dalla terra per tornare in continente verso il territorio laziale e la penisola.
Olbia-Civitavecchia, otto ore di tempo che scivola lento tra i divani del ponte della nave fino all’alba dell’attracco.
Andrea è partito da Roma dove vive con la moglie e i tre figli e sta passando a prendermi per andare insieme a Gradoli, nella parte superiore del lago di Bolsena, terra viterbese, Tuscia.

Pochi chilometri dopo Viterbo le acque del lago di origine vulcanica.
Andrea mi parla dei resti della civiltà etrusca che si trovano sparsi qua e là e che nemmeno sono segnati da un’indicazione, un cartello.
Quella è Bisenzio. Sulla destra un piccolo promontorio circondato dalle acque sul quale vedo ulivi e un bosco di alberi.
All’interno di quel bosco ci sono i resti di un paese di origine etrusca abbandonato nel 1816 a causa della malaria. Ci sono tombe e altre costruzioni.

Sempre costeggiando il lago passiamo il paese di Marta.
La Cannaiola di Marta è il nome dell’uva con con cui facevano il vino del paese.
Domani verranno dei ragazzi che stanno lavorando un vigneto di Cannaiola, vorrebbero vinificarla come era fatta una volta, al momento nessuno lo sta facendo.

Percorriamo un tratto di strada sterrata sulla sponda del lago e quando ritorna l’asfalto siamo a Gradoli.
La terra attorno al lago sale e si fa collina e arriva quasi a 500 metri di altitudine. Ai lati delle vie che salgono boschi, ulivi e vigneti.

Questo è Montemaggiore. Qui ho la maggior parte dei vigneti. Gli altri sono a Montecoino, San Magno e alla Fratta che è da dove si arriva in centro al paese.

Ci fermiamo accanto ad un vigneto e a una costruzione ancora non completata.
Vorrei farci una sala per la degustazione, sotto c’è la cantina.
Tra i filari un trattore sta trinciando l’erba cresciuta e i resti della potatura.

Stiamo preparando il terreno per fare dei nuovi impianti per il prossimo anno. Saranno quasi tutti di Aleatico.
Riccardo, il ragazzo che aiuta Andrea nei lavori, scende dal trattore. I due parlano di come stanno procedendo le cose e insieme vanno a vedere le condizioni della terra.

È una terra di vulcano dove si alternano parti bianche di pietra pomice, una pietra molto leggera da prendere in mano, e parti più scure di basalti.

Guardando il lago da dove siamo i vigneti di Aleatico stanno sulla parte destra della strada. Quelli più vecchi e gli ultimi impianti di uno, due, tre anni che Andrea vorrebbe allevare nella forma ad alberello.

La foglia dell’Aleatico, i suoi contorni tra il rosso e il rosa quasi anticipano la sua natura apparentemente zuccherina in bocca.

Conosci Tenuta l’armonia?
Oggi viene Andrea a vedere il vigneto insieme ad alcuni suoi amici.
Si, l’ho conosciuto agli Estremi del vino fatta a Pisogne due anni fa. Lui è di Montecchio, Vicenza.

I ragazzi veneti arrivano che è ora di pranzo. Ci raggiunge anche Riccardo e si inizia ad assaggiare qualcosa.

Manco a dirlo Aleatico.

Ho scelto di venire qui perché questo è il territorio dell’Aleatico e l’Aleatico è un vitigno che mi rappresenta, sento che io e lui abbiamo qualcosa in comune. Mi piace la sua versatilità, il suo adattarsi alle varie forme di vinificazione. È come un gioco per me e lui si presta alla perfezione.

Alea in latino significa dado.
Quando Cesare varcò il Rubicone insieme ai soldati del proprio esercito qualcuno tradusse la sua famosa espressione alea jacta est con “il dado è tratto”, altri tra cui Plutarco aggiunsero una “o” e tradussero alea jacta esto con “sia lanciato il dado”.
Una diversa prospettiva più aperta e vicina all’aleatorio lancio di due dadi e al suo imprevedibile risultato che costituisce il senso del gioco.
Nel caso di Andrea non possiamo dire che il dado è tratto perché di anno in anno rilancia il suo Aleatico e rilancia sé stesso verso una nuova curiosità, un nuovo divertimento, una nuova consapevolezza.

Alter Alea è la versione in bianco.
Soltanto una pressatura soffice delle uve che non portano colore al liquido cedendo solo i profumi e la terra e il vulcano.
Alea Rosa. Il vino è divenuto rosato dopo una brevissima macerazione sulle bucce.
I due vini si esprimono con la loro giovinezza pronta e fresca restituendo a viso aperto la subitanea mineralità del sottosuolo. Vini da bere con voglia sincera e senza attese, diretti.

Gli accenti romani si mischiano alle parole vicentine mentre si parla di vino e di prospettive future di vigneti da riscoprire e lavorare.

Alea Viva, Aleatico rosso in purezza.
Densità di tannino e corpo robusto fatto dal sole e dalla terra dell’annata tra l’amaro e il dolce giustamente serio giustamente scherzoso.
Rosso Arcaico, l’unico vino fermentato e lasciato macerare in anfore di terra cotta. Una percezione al tatto e al ricordo più fredda, imparziale, come se il vino fosse cresciuto in campo neutro.
Bisogna ascoltare e stare più attenti per sentire sotto uno strato di pelle le parti calde di Aleatico e Grechetto Nero apparentemente raffreddate ma subito ridestate a contatto con il palato paziente e sensibile. Allora si percepisce un felice connubio tra la dolcezza e la rotondità che il tempo aiuterà a rendere più cristallino e definito.

Andrea e Andrea continuano a parlare di terra e di lavorazioni, trattamenti e malattie, vendemmie e risultati. Di quello per cui vivono, una passione che trasforma senza fretta la natura in cultura e socialità.

Poi si passa alla terra, al vigneto.
Qui si era scoraggiati dal piantare e lavorare un suolo ancora incolto. I pochi terreni vitati erano quasi abbandonati dai vecchi proprietari. Nei primi anni del duemila dopo la scuola di agraria e la tesi sull’Aleatico, Andrea inizia a lavorare un ettaro di vigna.

C’è una condivisione disinteressata degli intenti e lo scambio è dettato da un umano sentire comune e un procedere rispettoso del tempo che ha la Natura.

In cantina Riccardo e Arturo stanno imbottigliando una sperimentazione, una prova fatta nella vendemmia passata.

È vitale sentire e vedere questo continuo mettersi in gioco in chi lavora qualcosa che cambia di anno in anno, di stagione in stagione tra sole, piogge, gelate e siccità.

Arturo con la sua parlata toscana mi dice che stasera dopo cena mi farà assaggiare le sue grappe di vinacce e vino di Aleatico.

Stasera faremo la pajata.
Ah, interessante.
Roba forte, dice Arturo.
Chissà perché ma dai loro sguardi intuisco che si tratta di parti interne di qualche animale.
La pajata fino a qualche giorno fa era difficile da trovare perché ne era vietata la vendita. Da qualche giorno l’hanno liberalizzata. Sono budella di vitello ancora piene di latte. Si fanno cuocere per più di  un’ora in un soffritto e poi aggiunte ai maccheroni. Alcune si bucano in padella altre si lasciano intere e alla fine si tagliano a pezzi e si mettono sopra la pasta.

Riccardo porta, in aggiunta, del salame di una razza di maiale incrociato con il cinghiale e una salsiccia lunga con la stessa carne e il fegato dell’animale e nelle spezie anche l’arancia. Ottimi.

La pasta è molto gustosa e quando finiamo i piatti Arturo mi passa la pentola.
Togli il piatto e fai scarpetta qua dentro dai che passiamo al secondo, ho fatto salsiccia patate ed etrusca, una parte del maiale tra il collo e le scapole.

Beh, ora una grappa ci sta.
Arturo mette in tavola due bottiglie.
Una grappa bianca forte ma bella a bere. Sull’etichetta c’è scritto a penna 50 gradi 2015. Ottima.
Questo è il tuo giudizio?
Faccio scherzando. Si ride.

L’altra è una grappa che ha il colore del cognac. Molto buona e intensa.
Non ci sarei mai arrivato.
Arturo mi dice che è fatta mischiando alla grappa normale il concentrato degli acini di Aleatico messi ad appassire per due anni in soffitta.
Complimenti Arturo.

Andiamo a dormire ché il paese sembra quello che era durante il giorno, pacifico e sereno, non un rumore fuori di posto. Si vede una parte di lago guardando in basso e la luna che inizia a calare nell’aria calda, la prima luna calante di maggio.

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