6 marzo – un primo ritorno

Era una strada d’asfalto e pezzi di pietra. Camminavo e non pioveva più, la pioggia era rimasta nella luce dei lampioni sulla pelle dura del suolo, luccicava e risplendeva al passaggio dei fanali accesi in una sera d’inverno.

Iniziavo allora a staccarmi dalle cose, a lasciarle cadere lungo la via con la viva impressione che non le avrei più riviste senza tuttavia dimenticarle.
Ancora pochi giorni e sarei partito.
Cercavo di salutare anche parti di me, azioni e abitudini che non avrebbero potuto accompagnarmi nel viaggio…quello che conta davvero sarebbe rimasto comunque con me. Occhi, testa, mani, piedi e cuore e quel modo di tenerli assieme che avevo imparato negli anni toccando la vita, scendendomi dentro.

Portavo con me interi mondi fatti di paesi, di storie, di genti, di movimenti colorati e temperature progressive, di sentieri camminati, di animali più o meno addomesticati, di immagini fissate in un punto per sempre…portavo tutto e tutto ci sarebbe stato posato com’era sulla mia leggerezza.

Pensavo di non tornare indietro fino alla fine…di continuare e trovare nella continuità delle cose la forza e l’energia per conoscere e raccontare.
Mi affascinava l’idea di non avere soste, di attraversare questo nostro paese tutto d’un fiato….ed oggi sento che la cosa sarebbe stata possibile.

Se faccio ritorno lo faccio per riprendere slancio, per rinfrescare la mente e sentire parlare di altro, per le ansie materne che necessitano di trovare un poco di pace, per prendermi cura e conoscere ancora la vita sbocciata di un fiore invernale.

E poi ripartire con lo zaino più pieno di cose e di genti, di voci e di mani che lavorano tra la terra e il cielo.

Solo il pensiero di quel pezzo d’asfalto, di quelle piccole pietre, della pioggia illuminata da luci di macchine mi fa sentire lontano…spogliato di abitudini che mi tenevano compagnia e che mi facevano andare avanti giorno per giorno…spogliato di sicurezze, con il corpo più nudo il pensiero più ingenuo con cuore mani occhi piedi e tutto che più appartiene ad un senso più mio.

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5 marzo – Franco & Carmen

C’è un Dio che guarda la gente passare. Una divinità di fiume che è stata fermata dall’uomo in forma di statua ed è costretta a vivere il fluire di uomini e donne in una corrente che cambia di senso in modi continui e che Spacca la Napoli vecchia con vociare frenetico.

image Avevo vent’anni la prima volta che conobbi la città.Nello zaino una vecchia edizione delle Fiabe Campane, regalo di nozze da consegnare a Franco e Carmen che conoscevo solo a parole. Sono dieci anni che non  ci vediamo ed oggi cammino con Franco per le vie del centro tra palazzi alti e colori invecchiati che sembrano stringersi ed abbracciarsi come a proteggersi dal freddo e dalla pioggia. Camminiamo e parliamo. Abbiamo dentro l’età di quando ci siamo conosciuti, l’età del bambino l’età dell’adulto e l’età che verrà. Parliamo di come vediamo le cose e riprendiamo il discorso che abbiamo interrotto dieci anni fa. Succede così quando condividi per davvero la vita senza mi piace senza bisogno di lasciare commenti o fotografie o immagini in un post, con la semplicità di tenersi i silenzi…condividere anche i silenzi.

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Napoli è riproduzione della vita. Basta una fotografia per mettere in forma di apparenza immortale l’essenza di uomini e donne attraverso le mani artigiane di altri uomini e altre donne.

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Napoli è golosità. È necessità di sostanziarsi di antiche ricette che vanno avanti negli anni per ammorbidire le durezza e allontanare le ansie in piccole estasi che prendono dentro i sensi e i gusti.

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È tempo di forme e di passaggi. Che siano interrati che siano marini che siano celesti indicano tutti una direzione una traiettoria possibile ed io posso stare fermo e osservare la gente che si fa condurre da loro che ci passa attraverso.

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Arriva anche Carmen da lavoro. Ci raggiunge con il tempo che è passato fuori e dentro di lei. Io la guardo e ne rivedo la linea verticale e i giovani contorni del volto e ascolto la sua voce carsica che viene da sotto e sale con forza. Sono gli affetti più che le ambrosie ad ingannare il correre del tempo restituendo le nostre nature oltre le apparenze e le superfici delle cose.

Ritorno sull’auto che scende dal valico di Chiunzi a Tramonti. Ritorno alle parole di Franco mentre scendiamo dopo la nebbia verso Napoli. Cogliere la necessità di eroismo in noi stessi. Trovare e provare il senso di estrema libertà nel compimento di gesti eroici dell’individuo che decide una scelta e segue una via portandosi dietro tutto se stesso, la sua energia le sua volontà.

Mi affaccio sul balcone che ha smesso di piovere. Sopra i palazzi di Fuorigrotta una linea a forma di curva fatta di diversi colori. Noi la chiamiamo arcobaleno. Simbolo di passaggio tra due mondi diversi, di ponte, di legame che unisce due cose. Ne respiro l’essenza fragile e transitoria e nonostante il suo brevissimo tempo so che anche svanito nel nulla l’arcobaleno saprà accompagnare i miei passi per strada.

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Soy tal vez

Riscrivo il pezzo che la tecnologia ha cancellato e rispedito nella possibilità delle cose e intanto ascolto parole e musica…

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El viaje

voy hacia mi viaje, voy
y soñando partiré
sé que ya no sé quien soy
y no sé ni adonde voy

sé que un viaje es descubrir
que no hay viaje sin sufrir
sé que busco mi verdad
y que un viaje es soledad

*soy como una bicicleta
rueda, rueda mi historieta
sé que al fin voy a llegar
siempre, siempre regresar
soy todo lo que viví
más las dudas sobre mí
sé que siempre seré igual
si hay resquesta al final

voy hacia mi viaje, voy
y soñando partiré
sé que ya no sé quien soy
y no sé ni adonde voy
sé que un viaje es descubrir
que vivir es elegir
sé que busco mi verdad
y que un viaje es soledad…

Pino Solanas

https://m.youtube.com/watch?v=0T2hypzMsLQ

4 marzo – Alfonso Arpino & Anna

Sono le 5:30. I cani stanno ricominciando ad abbaiare e in cucina sento rumoreggiare pentole e utensili.
Anna è alle prese con qualcosa sui fornelli, la saluto con gli occhi che ancora bruciano nel sonno ma ormai alle prese con il nuovo risveglio. Arriva anche Alfonso vestito di pigiama e con il volto sorridente. Beviamo o caffè, il buono e forte caffè campano, quello ristretto che si porta nella sua densità la carica e l’impulso per affrontare la giornata.

Poi è la volta dei gatti e dei cani. Anna riempie loro la ciotola con la pasta cucinata sul fuoco mentre Alfonso rivolta la terra vicino al compost alla ricerca di vermi da gettare dentro il pollaio.

Sono lontano dalle mie abitudini, lontano da tante cose che più o meno mi mancano. Vicino, del resto, al mondo rurale, ai gesti semplici e quotidiani che si prendono cura di terre e di animali, vicino alla mia scelta di rimettermi in gioco attraverso questo viaggio. Ne respiro la freschezza e lo scorrere e le volontà di uomini e di donne.

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Scendiamo verso i paesi della costiera per accompagnare Anna a lavoro.
Le case sembrano ancora dormire nel ritmo tranquillo di un mare che sembra aspettare compagnie e vite che gli si facciano intorno.

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Alfonso mi parla del bosco mentre risaliamo la strada verso Tramonti.
Qui in basso prima c’erano anche vigneti poi hanno cominciato a piantare limoni perché quelli davano soldi più in fretta.
Cosi come hanno cominciato a piantare castagni dove castagni non c’erano perché i frutti erano richiesti e potevano essere venduti a buon prezzo. La vita del bosco è cambiata. C’è attenzione solo dove c’è guadagno.
Torniamo nei vigneti.
Le nuvole sono in viaggio, partecipano anch’esse al movimento continuo della vita. Il mio respiro porta dentro e porta fuori l’aria che si unisce al vento e il vento si appoggia sulle acque dove giacciono le forme e gli idoli nella fragile e tremolante esistenza di un riflesso.

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Alfonso non mi parla soltanto della sua terra e del suo vino o di se stesso ma indugia e chiede della mia vita della mia voce dei mie occhi del mio passato. Percepisco una curiosità medica di buon dottore di famiglia ma soprattutto un desiderio di conoscenza e di profondità. Mi dice che fin dalla prima telefonata è restato colpito dalla mia voce…da dove nasce questa tua tonalità tranquilla e decisa?
Io lo guardo e ripenso alla mia voce e non ci vedo affatto decisione, forse un po’ di pacatezza un tono basso, ma che sia decisa non lo sento. Poi penso a quante persone mi abbiamo parlato della voce in questo modo così umano o che mi abbiano chiesto come trovavo io la loro voce. Stiamo scendendo in noi stessi con la forza delle parole, con occhi curiosi, con sincerità e disinteresse.
Forse che il vino è veramente un mezzo di conoscenza e di convivialità. Tutto ciò che gli sta intorno costringe l’uomo e la donna a piccoli e ripetuti gesti d’affetto, a dialoghi delicati ma decisi con gli elementi della natura e la finale condivisione del frutto di un lungo lavoro offre leggerezze e felicità di orizzonti, modi diversi di stare insieme e di toccare la vita.

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È un cielo diverso quando cammini sotto al tendone di fattura             etrusco-romana. È un senso di protezione verso ciò che ci sta di fuori, una forza che parte dal basso e che riporta verso il basso. Una tensione che sembra lì da secoli, che fiorisce e rifiorisce senza fine. Una energia che mette in moto le forze dell’universo e che ci accende la voglia di viverla per davvero questa storia, l’entusiasmo  di fare e di credere in qualcosa.

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Alfonso mi dice di assecondare le mie energie e i miei sogni ma di restare sempre con i piedi ben piantati a terra.
Che anche lui si lascia prendere dai sogni e dalle fantasie ma che continuerà a fare il dottore. Bisogna fare le piccole azioni che portano al compimento della volontà, sono le concretezze che realizzano il sogno non il contrario.

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Così la concretezza delle fronde di salice. Prima pulite e poi strette attorno alla vita della vite con il gesto delle mani. Il nerbo interno del salice viene piegato su se stesso, ne viene spezzata l’anima. È un sacrificio che la natura fa alla natura; il salice si dona alla vite, si unisce al suo corso, la tiene e la protegge.

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Alfonso mi chiede se voglio assaggiare qualcosa e io gli sorrido con gli occhi e con il viso.
C’è il Tintore, quello nuovo nella sua giovinezza.

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È un vino pieno di acidità ancora insicuro di se stesso nella postura, un vino che tuttavia guarda avanti con fresca energia e materia. Alfonso mi racconta che la sua buccia secolare è una buccia sottile che quasi si scioglie durante la fermentazione. Non c’è bisogno di travasi per eliminare le fecce, tutto si fa vino.
Il Tintore 2013 fa capire la forza espressiva del vitigno e la sua straordinaria longevità. Dentro c’è il freddo del vento che passa attraverso i valichi, la natura minerale del vulcano che ha portato il suo lapillo sulla terra di Tramonti, la roccia quasi dolomitica della montagna e la nebbia umida che sale la sera dal mare.

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Il bianco 2014 fatto con uve di Biancatenera, Pepella e Ginestra.
Sembra di bere un Riesling della Mosella con qualche goccia di agrume amaro. La bottiglia della vendemmia 2009 mi conferma l’impressione. Si aggiunge una parte aromatica dovuta alla formazione della muffa nobile in alcuni acini del grappolo. La vendemmia viene fatta a fine ottobre quasi novembre.

Infine il rosato. Tintore e Moscio.
Una importante acidità che sorregge freschezza e mare.

Alfonso mi chiede più volte che cosa ne penso del vino e mi ascolta con attenzione e partecipazione.
Anna beve e non chiede nulla, lei è semplice e sottile come la buccia del Tintore. Dona con generosità.

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E I gatti? Stanno semplicemente aspettando il cibo o sono incuriositi e attratti dai modi umani e dalle passioni che circolano accanto a loro.

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Mentre preparo le mie cose per il viaggio che continua ripenso e rivedo Alfonso che sale tra gli ulivi che portano ad uno dei suoi vigneti.
Ci volevano costruire una strada lassù.
Non si vede più quello che è la bellezza, la sua forma naturale nelle cose e negli elementi del mondo è stata abbruttita, resa ridicola annientata. Nei tuoi occhi c’è bellezza, non devi disperderla.
Se ci sia veramente bellezza non so, forse riflettono la bellezza che ho davanti e attorno ed ora è una bellezza che si inumidisce e si commuove.

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Viene il buio, viene la pioggia. Salgo insieme a un amico con non vedevo da anni verso il valico di Tramonti.
Da lì con la luce si vede la pianura ed il vulcano.

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Ma ora è sera e c’è una nebbia che mi porta a nord verso le mie terre. La strada nemmeno si vede e le curve si ripetono sempre diverse. Lascio Tramonti alle spalle e scendiamo per Napoli.

3 marzo – Tramonti e Monte di Grazia

Ci siamo allontanati troppo dalla terra…
Siamo alla fine della giornata, davanti al focolare e alle braci ancora calde di un grosso ceppo di albero, Alfonso Arpino mi ha appena mostrato le fotografie del vigneto con la neve e durante la raccolta dell’uva, mi ha parlato del territorio di Tramonti, della gente e della Storia, del passato e del presente.

È l’ennesima alba che si porta via i pensieri della notte e mi consegna il tempo nuovo del giorno, un bianco inizio dove camminare e mettere le mani senza preoccuparsi di cadere.
Gioia del Colle…Taranto…il porto…ciò che rimane dell’Eni…scheletri e colori arrugginiti.
Poi il mezzo sostitutivo FS, un bus diretto a Salerno via Lucania. Metaponto, Pisticci Scalo, Ferrandina, Grassano, i calanchi, i paesi bianchi lassù in alto, il deserto amaro lucano…le dolomiti lucane…Potenza, Carlo Levi.
Infine il bus per la costiera.
Citerea e Maiori.
Alfonso mi aspetta alla fermata con la sua vecchia panda. Saliamo le curve fino ad arrivare a Tramonti anticamente Triventum dal vento di Tramontana che soffia dai tre valichi dei monti Lattari che circondano il paese.
In cucina Anna, la moglie sta preparando il pranzo. Il fuoco è acceso e sul tavolo peperoncino aglio e una bottiglia di rosso.

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Il pomodoro è il nostro, la varietà la chiamiamo Centoascocche.
La semplicità del piatto di spaghetti e pomodoro può a volte suscitare forti emozioni quando convive con altrettanto semplici e genuini ingredienti. La dolcezza del pomodoro si adagia sulle rughe del grano ringiovanendone di vita.

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Il vino, quello si sta aprendo un po’ per volta. Uve Tintore e Piedirosso, annata 2011, 15 gradi di alcol. È un vino che sa la sua strada, dritto incontro al palato e ai sensi tutti. Un’acidità aggrazziata ma sempre presente che sa tenere a bada e rinfrescare i calori dell’alcol. Ci senti il freddo dei giorni d’inverno e del vento che passa costante tra terra e mare.

La mela Limoncella è raccolta alla fine di ottobre, lasciata alle intemperie invernali e poi conservata fino a maggio. Si può iniziare a mangiare dopo gennaio quando la buccia ha fatto le grinze e assomiglia ad un limone.
Piccola e buona dolce e acida.
E il vino sta bene anche qui trasportando il dolce e l’acido all’interno e indugiando benevolo con la calda freddezza di un bianco strascico nuziale che scorre su pietre di marmo.

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Elena ha 95 anni. Alfonso le chiede come sta e lei ripete che ha 95 anni e forse lo direbbe anche a me se glielo chiedessi. Ma va avanti, si alza, si risiede ed ascolta il figlio che le parla di me. Allora sei uno psicologo,  proprio quello di cui ho bisogno io…
Io le guardo il tempo nel viso e l’ascolto mentre racconta l’ultima eruzione del Vesuvio, quella del ’44. Si ricorda del rumore sui tetti, un rumore di grandine leggera e la cenere…io continuo a guardarla negli occhi e la sua voce mi entra dentro insieme alla Storia alle stagioni alle morti e alle nascite…il respiro si dilata come se l’aria arrivasse più in profondità nel petto.

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Il sole sta scendendo la montagna.
C’è una nebbia che si sta prendendo gli spazi quando il fratello di Alfonso mi accompagna a fare un giro.

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Nei vigneti le piante di Tintore superano i cento anni. Si innalzano lontano dalla terra e ricadono con i tralci come a volerci tornare.

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Sono piante robuste e possenti ancora spoglie essenziali e franche.
Strette assieme da lacci di Salice a condividere una crescita.

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Ci fermiamo nella cantina dello zio morto dopo la vendemmia dell’87 e da allora lasciata così com’era. Damigiane e botti ancora piene. Polvere e un qualcosa di magico nell’aria una energia di vita che ancora si muove.

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A fine serata rimaniamo io e Alfonso che a guardarlo da vicino mi ricorda un dottore della rivoluzione messicana.
Lui in verità lo è dottore e conosce così bene la storia di Tramonti anche perché ha avuto in cura vecchi malati.
Di rivoluzionario c’è che fa vino e lo fa senza imbrogliare prendendosi cura oltre che di uomini e donne di giovani e vecchie piante di vite.

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2 marzo – Cristiano Guttarolo

Ci siamo incontrati, ce l’abbiamo fatta.
A pochi minuti di strada dal paese la masseria, le vigne, gli ulivi.
Ci porta il maggiolone del ’72 con la lentezza dei vecchi motori rumoreggiando una musica d’epoca.
Gioia del Colle è laggiù oltre i vigneti.

La masseria, la parte più vecchia, è stata costruita alla fine del 1700.
È un insieme bianco e armonico, uno spazio ragionato che mette buon umore solo a guardarlo.

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Cristiano segue i lavori al pozzo.
La sua intenzione è quella di allargarne l’apertura per poi calare le anfore e le bottiglie per l’affinamento. Guardo dal buco e scorgo i riflessi dell’acqua in basso. Mi dice che posso prendere la bici se voglio fare un giro per i campi.

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E la guardo quella bici verde. È lì che mi chiama e non aspetto un secondo.
Quanto tempo che non salivo su di una bicicletta. A novembre ricordo che mentre andavo a lavoro sentii l’attrito farsi duro sulla ruota anteriore del mezzo e da quel giorno andai a lavoro a piedi. Sono giorni e giorni che prendo autobus treni traghetti bla bla Car o semplicemente cammino. Spostarmi in bicicletta mi fa sentire immediatamente più libero e leggero e poi oggi è una giornata pulita e di caldo sole.
La piccola strada costeggia i vigneti e i campi dove riposano e continuano a crescere querce solitarie.

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Mi fermo accanto ai muretti a secco, mi siedo e osservo in silenzio.
Poi rifaccio la strada al contrario e ritorno alla masseria. Resto a guardarla da dietro la sua struttura di case messe vicine le una alle altre.

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Saliamo in casa e usciamo in terrazzo a parlare. Io parlo del progetto che ho dentro della sua nascita e di dove vorrebbe arrivare, dell’entusiasmo che mi sta conducendo nel tentativo di realizzarlo; Cristiano mi parla di quando ha iniziato ad occuparsi della vite e del vino, del suo progetto di ampliamento e della curiosità che prova anno dopo anno nel mettersi in gioco insieme al suo vino. E parliamo di Praga di com’era trent’anni fa, delle città europee, della famiglia e delle donne.

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Poi torna a seguire i lavori al pozzo ed io passeggio per un sentiero che mi accompagna ad un trullo parzialmente in buono stato. Ci sono ortiche giovani attorno alle pietre ed altre erbe spontanee. I vigneti sono vicini. I tralci potati sono radunati in fascine ai lati del filare.

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Al mio ritorno Cristiano mi porta in cantina. Un tempo, sotto le volte, c’erano animali ora fusti d’acciaio, anfore e botti di legno.
Assaggiamo il Primitivo 2014, 2013, 2010. Sono vini freschi e dalla radice comune ben espressa. Che sia giovane o meno giovane che abbia 12 gradi o che ne abbia 17 il Primitivo di Cristiano mette in gioco la sua bevibilita’ si offre schietto e ricco di acidità. Il sentore di fragola dell’annata più giovane ritorna anche nelle altre anche se in maniera più matura e meno dolce.

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Il vigneto di Primitivo mi ricorda il cimitero della scena finale del Il Buono il Brutto e il Cattivo. Sarà la luce che scende o l’assenza di persone auto filari…o le sagome delle piante che allungano le braccia al cielo in segno di scongiuro o preghiera.

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Vuoi assaggiare il Susumaniello?
Certo rispondo un nome così per forza deve essere assaggiato.
Ha qualcosa a che fare con la parola ciuco. È un vitigno autoctono che Cristiano ha reimpiantato e vinificato per la prima volta nel 2012.
Ha una delicatezza che mi scende subito dentro. Una nascente complessità tra spezie e prugne qualcosa a che vedere con il pinot noir dico io. Secondo Cristiano il vino ancora non è pronto gli servono ancora 3-4 anni per esprimersi al meglio.
Ma è buono e nonostante la bassa gradazione che non arriva ai 12 gradi il vino dimostra una struttura e una buona stoffa.

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Qualche goccia di acqua sulle pietre dell’aia di fronte alla masseria dove un tempo intere famiglie di contadini lavoravano il grano per quasi un mese filato. Metto la macchina fotografica e la videocamera al coperto.

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Mentre beviamo ancora un bicchiere di Susumaniello qualcosa attira la mia attenzione. È una luce riflessa nel bicchiere. Nel cielo si è aperta una striscia serena che accoglie gli ultimi raggi del pianeta Sole. Scendo veloce le scale, prendo l’attrezzatura e inizio a correre verso i vigneti. Mi guardo intorno e contemplo la luce che tocca il reale. Da una parte un arcobaleno ormai in dissolvenza, ne resta solo il segno accennato della sua presenza.
Nel vigneto lo spettacolo del tramonto sui contorni del mondo. Querce in lontananza, nuvole già arrossate e una vite di Primitivo forte e custodita.

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1 marzo – Aspettando Cristiano un giorno di Gioia

Sì sente anche qui il peso della domenica, l’indolente sopore di strade vuote e di silenzi sotto un grigiore uniforme. Anziani nella piazza in piedi sulla soglia dei bar, un giovane affannato che entra nella chiesa abbracciando una tastiera che forse suonerà, Natalino che a vederlo far benzina al distributore automatico si sente un sorriso misto a pianto venire da dentro. Brindisi e si riparte da qui.

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Domenica anche per gli orari dei treni sfoltiti dal giorno festivo…la lunga attesa se ne va cancellata dal fischio e dal rumore di piccole ruote di trolley e se ne va il tempo che ha atteso incontro al tempo del viaggio, si confonde tra prima e dopo e mantiene insieme le idee curiose alle cose che passano, al sole che è tornato dal sonno, ai tappeti di giallo e di arancio fiore dove sono le radici di file e file di ulivi, all’orizzonte che tornato blu gioca a sfumare nell’acqua del mare.
Ed è sempre la stessa domenica.

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La stessa domenica per le case di Gioia per i portoni dipinti per i vicoli di panni stesi per i ragazzi che giocano a pallone in una delle piazze…quel pallone che rimbalza sulle pietre mentre sono seduto a rivedere appunti fotografie e filmati…è un rumore che risuona secco, un lampo d’infanzia che porta con sé interi pomeriggi di sole e ingenue incoscienze…e le voci dei ragazzi…mancano solo le grida calde delle rondini.

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Cristiano è in viaggio, lui in movimento ed io a camminare per le vie del paese. I nostri viaggi si aspettano.
Lo vedo sul maggiolone azzurro che torna da Praga e intanto ripenso ai suoi vini assaggiati a dicembre. Domani vedremo domani forse parleremo e Gioia del Colle vivrà di un senso diverso.

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C’è una luna che sembra uscire da una galassia appena creata. Necessità o volontà dell’essere?
Credo nella trasfigurazione del reale, nella bellezza di trovare nuove forme nell’abitudine. Dovrei avere con me i primi cortometraggi di Polanski…due uomini e un armadio e soprattutto quando cadono gli angeli…quel cielo quella luce di traverso…

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Poi c’è quest’uomo che chiede che ora sono? e lo chiede più volte anche dopo aver ottenuto la risposta che ora sono? Si muove inquieto tra i tavoli in cerca di una certezza che non troverà mai. Necessità o volontà? Anche la follia rientra nel gioco della trasfigurazione.

28 febbraio – Natalino Del Prete

La pioggia non concede tregue. Scende fine poi resta appesa alle nuvole per alcuni minuti e ricomincia a cadere.
Ripercorriamo le strade dei vigneti. Terre che sono sollevate dal mare per una cinquantina di metri, distese in un piano uniforme, Negroamaro, Primitivo, Malvasia Nera e Aleatico le piante che Natalino accompagna con la sua vita.
In contrada Torre Nova mi mostra la vecchia masseria abbandonata rifugio in passato di contadini e animali in cerca di un riparo per la pioggia di un posto per la notte. La sua sagoma compare anche sulle etichette delle bottiglie dell’azienda ma vederla dal vero accanto ai vigneti è un passo dentro la storia dentro le privazioni e le fatiche dei contadini i loro sonni i loro racconti.
Quand’ero piccolo mi piaceva seguire i lavori della campagna. I miei fratelli e mia sorella hanno studiato si sono laureati, io ho preso il diploma in una scuola serale mai piaceva conoscere le cose.
Mi parla della sua tesina su Silone e Fontamara e la sua bocca e il viso tutto si illuminano di giovane freschezza.
Silone, religioso senza chiesa e comunista senza partito, che ha portato la questione dello sfruttamento degli uomini e delle donne che vivevano con la terra.

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Sotto una vite di Negroamaro raccogliamo alcune foglie di cicoria selvatica. Queste sono ottime bollite con i legumi ma anche crude sono buone e poi sono digestive.
Un sapore leggermente amaro e fresco…piacevoli.

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Lulu’ era un cavallo da corsa ora se ne sta nel cortile dietro la cantina. Natalino la accompagna verso la cisterna dell’acqua. È sempre gentile nei modi con animali persone natura.

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Alla fine del cortile in un piccolo recinto chiuso da piccole mura da pochi giorni è nato un cucciolo di capra. Quando spia dall’apertura sta succhiando il latte accucciato per terra poi la mia presenza lo fa alzare e voltare a fissarmi…curiosità bambina.

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A tavola l’altro lato della natura animale, quello carnivoro e dominatore. Una salsiccia di sanguinaccio passata in padella con il vino rosso.

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A volte bisognerebbe anche guardare sotto la tavola e non solo fotografare cibi e bottiglie di vino. Sotto si nascondono usanze e modi tradizionali di essere insieme. Una bracera che di tanto in tanto viene riempita con nuove braci per scaldare la parte bassa del corpo…i miei piedi ringraziano.

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Torniamo in cantina. È con un sorriso di condivisione che osservo come Natalino imbottiglia il suo vino.
E che ci vuole. Si prende una bottiglia, ci si siede su di una cassetta, si attacca la canna alla cisterna e si riempie la bottiglia ad occhio. Poi si tappa e si etichetta. Semplice no !

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Natalino è un uomo semplice, lo osservo mentre cerca in internet un b&b per la Valle d’Aosta con l’entusiasmo di un bambino. Le cose che ama gliele leggi in volto e nelle mani non nasconde nulla e non recrimina non perde tempo a protestare ma compie l’atto sistema raccoglie cura e prosegue dove ha sempre voluto andare.

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27 febbraio – Passaggio di consegne…Natalino Del Prete

Quando vedo Francesco venire verso di me con una bottiglia di Gaglioppo capisco che siamo arrivati al momento del passaggio delle consegne…questa la bevete tu e Natalino…è un po’ quello che pensavo prima di affrontare questo viaggio che sarebbe stato bello passare da realtà a realtà con qualcosa che unisse il tutto.

Saluto il piccolo Andrea che ieri mi chiamava nonno Eldo, il nonno elefante di Elder, l’elefantino arcobaleno…saluto Laura sulla soglia di casa e saluto l’uomo alla stazione del treno.

Poi è Cirò-Sibari, poi è il bus per Taranto e il trenino per Brindisi che ferma a Mesagne dove Natalino è in piedi tra la stazione e il treno.
Ho fatto fatica a trovare la stazione…è passato così tanto tempo che non ricordavo più dove l’avevano messa.
Parliamo lungo la strada che ci separa dalla casa-cantina a San Donaci.
Sono le 14, un odore di cibi mi accoglie e sulla tavola una bottiglia di Negroamaro e una di Primitivo…apro anche il Gaglioppo di ‘A Vita così siamo a tre.

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Riassaporo il luogo da poco lasciatomi alle spalle, riascolto dentro, le parole registrate di Francesco e la sua visione del vino cirotano poi in tavola arrivano le orecchiette con le cime di rapa e Natalino mi versa il suo Negroamaro.
Bevo e il vino scende e scende e scende illuminando una strada di asprezza fatta di terra e sangue. Rimango emozionato da un Negroamaro che non avevo mai assaggiato così…così carsico nel suo rapporto con la natura da cui proviene, così stretto e perforante come un buon Terrano. Sono curioso di vedere il vigneto da dove nasce la sua uva di toccare il suolo.

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Passiamo al Primitivo. C’è una materia polposa e fresca. Un tannino più fine, un corpo più denso e ricco. Ma per oggi è il giorno del Negroamaro forse domani riassaggero’ il Primitivo con maggiore obiettività.

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Sono le piante più vecchie, quelle che Natalino sente di più. Guai se qualcuno gliele toccasse. Sembrano piccoli uomini, un esercito pacifico silenzioso e disarmato che incede giorno dopo giorno nella pioggia nel gelo nel sole a protezione della gemma che spremuta e accompagnata sarà portatrice di gioia. Ecco la vite ad alberello del Negroamaro.
Natalino si mette accanto a loro come un antico e onesto DUX, un intrepido hidalgo, colui che le protegge le cura le conduce.

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In cantina mi parla di come fa a imbottigliare ma questa è una storia per domani.
Ti voglio fare assaggiare il Primitivo 2013.
Mi chiedo dove sia, in quale botte visto che il vino viene imbottigliato dopo appena 5 6 mesi dalla vendemmia.
Lo vedo avvicinarsi ad una damigiana.
Sono 7 mesi che sta qui e là damigiana è piena per due terzi.
Non ci credo. Ma assaggio quel poco di vino che mi passa nel bicchiere.
Una riduzione che mi aspettavo ma il vino c’è altro che palle. Dopo un minuto la riduzione se ne va e resta una piacevolezza e una sostanza calda e fresca. Il vino ha 15 gradi ma l’equilibrio tra alcol e acidità lo solleva da terra mi solleva da terra.

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C’è ne torniamo in strada che piove.
Pochi chilometri all’ora, Natalino se la prende comoda la vita.
Della giornata rimangono i colori di sangue acceso e di rossa trasparenza di un vino che ho iniziato ad amare e il giallo bagnato di fiori cresciuti nella spontaneità tra le viti di vecchio Negroamaro che vorrei portare a Lei ma che posso solo spingere con il pensiero e farne dono in sogno.

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26 febbraio – ‘A Vita prima della pioggia

La casa di Francesco e Laura si trova sulla strada per Cirò. Da qui si vede il mare e quando usciamo per andare in vigna il sole ha da poco alzato le braccia.

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Il terreno in contrada Prachetto ha un suolo calcareo argilloso. Il vigneto di Francesco è facilmente riconoscibile dalla vegetazione tra i filari di Gaglioppo dove il favino cresce rigoglioso.

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Sulle alture delle colline vicine si illuminano come due attori di palcoscenico Melissa e Cirò.
Prima l’uno e poi l’altro come se il sole giocasse un gioco complice con i due paesi affacciati sulla fiumara.

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Francesco inizia la potatura, lo fa con la sua calma, a me sembra che stia facendo la cosa più naturale del mondo. Non c’è attimo di tensione né un movimento nervoso o particolarmente veloce. I gesti scorrono in una fluidità lenta ma costante… forse nemmeno tanto lenta…è solo la mia impressione…la sua pacatezza mi fa vedere le cose in modo più lento.

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Poi prendo le forbici e aiuto a togliere i tralci potati e li sistemo a terra tra i filari. Sono lì con il sole negli occhi e le mezze maniche quando mi guardo attorno. In mezzo al filare le piante di favino mi superano i fianchi ed anche le viti vicine crescono fino quasi alla mia vita…crescono fino alla mia vita…ci sono parole che hanno perso completamente il loro significato a forza di usarle, espressioni che si sono svuotate di senso tanto appiccicate alle abitudini quotidiane e alle frette scontate e consumate dell’inumano progredire…in questa mattina di nuvole e sole ritrovo il suono e la risonanza di un modo di dire che ha a che fare con la relazione il corpo i vestiti le altezze le forme…ora sento i prolungamenti della parola e del linguaggio e la vita prende sfumature diverse immersa com’è tra la vite e la natura…lo sento a livello della pancia sopra i fianchi nella bocca dello stomaco come passasse da lì l’energia circostante e da lì poi si espandesse…’a vita la vite la vita i piedi sul suolo gli occhi al sole le mani sulla natura…e nell’aria le parole del viaggio quello al termine della notte…che è la vita più che la morte a non avere fine…

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Che sia vicino al mare, nel vallo vicino alla fiumara o sui terrazzi leggermente innalzati dove la terra si tinge di rosso argilla, il Gaglioppo trova la sua via verso la sincerità. Un’uva dalla buccia sottile da trattare con delicate mani, un frutto che sa donarsi con generosità concentrando tannicita’ e rigore, in apparenza scorbutico ma che se aspettato e accolto si dà tutto. Un vino, il Gaglioppo, che trova naturale compagnia nella cucina di terra, che sa attenuare le irrequietudini del peperoncino e far risuonare salsicce e insaccati con forza e potenza e con una eterna risacca di freschezza.

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Freschezza marina del vino in versione rosata appiccicata alle onde e alla sabbia e con prospettive di orizzonti lontani come a guardare i colori che sfumano senza intravederne la fine.

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Turuzzo Cariati poi si mette a suonare la chitarra battente e a cantare con voce di popolo e storia ninna nanne serenate e proverbi. Lo spazio si riempie di cose di fatiche di compagnie semplici e disinteressate proprio perché spontanee. Escono i suoi ottant’anni escono i suoi vent’anni esce la sua vita in note diverse.

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Qui dovrebbe fermarsi la scuola. Parole e musiche e dialetti al posto di libri e di compiti a casa…

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C’è anche il tempo di andare a trovare Sergio Arcuri. Mi piace questa legame privo di gelosie o chiusure questo amore che si prova verso chi fa uno stesso lavoro condividendone i modi e i principi naturali.
Francesco e Sergio ed io assaggiamo i vini dalle vasche. Ne parliamo ci confrontiamo con schiettezza non si nasconde nulla non c’è nulla da nascondere e a parlare è la voce del Gaglioppo…

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Ripassiamo per le strade di Cirò Marina…seppur Francesco ci abbia passato l’infanzia non le sente sue…non ci ha molto a che fare…lui guarda sempre all’entroterra dove sono i contadini la gente delle campagne come Turuzzo che per tre giorni s’è n’è stato a raccogliere il grano con gli stessi vestiti e lo stesso sudore…

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25 febbraio – ‘A Vita

Ore 8:05 treno regionale San Marco Roggiano – Sibari – Cirò, un binario, due vagoni. Saluto Antonello e raduno i bagagli per l’ennesimo spostamento.
Il treno entra nella stazione in punta di piedi come per non farsi sentire tanto è piccolo e leggero.
Il capotreno sembra conoscere tutti e ha modi amichevoli. Arrivati a Sibari saluta i passeggeri e prima di scendere ci dice e che dio vi benedica…mai incontrato un capotreno così.

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Alla stazione di Cirò viene a prendermi Francesco e andiamo subito in cantina, un paio di minuti di strada in auto.
Sul tavolo ad accogliermi delle pitte alle sarde e una bottiglia di rosato.
Conosco Laura, la compagna di Francesco, e ne ascolto con felicità il suo accento friulano. Rivedo ascoltandola la pedemontana i colli orientali le Alpi il carso gli anni della vita vissuta a Pordenone e dintorni.
È un accento che mi è sempre piaciuto per la sua pratica schiettezza e generosa allegria.

Assaggio la pitta alle sarde e un sorso di rosato senza sarde ma con il mare dentro tanto è fresca e intensa la sua sapidità.

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Verso i vigneti. Il sole scalda come fosse primavera e i colori vivono le energie della giovinezza…così il giallo dei fiori il verde dell’erba e del favino il blu del cielo.

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Francesco parla del territorio attorno Cirò. Di Cirò vecchia costruita in alto e lontano dal mare per proteggersi dalle invasioni e di Cirò marina costruita in epoca più recente lungo il litorale e che dagli anni ’50 è diventata comune a sé stante.
Parla della storia dei vigneti, della differenza di terreno tra un versante e l’altro. Delle caratteristiche dell’uva che cresce in questi luoghi…il Gaglioppo.

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A guardare il suo vigneto viene da pensare alla fecondità alla generosità della terra alla buona crescita ma anche alla compagnia tra piante diverse all’intensità della materia al benessere alla felicità.

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Guardo quello che c’è a cinque metri di distanza. Sono viti quello sì. Viti in un contesto di desolazione povertà sterilità mortifera. La mano e la testa dell’uomo hanno deciso di disertare di togliere tutto e di lasciare la vite in una solitudine forzata…che cosa ne nascerà?

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È bello vedere questi uomini e queste donne camminare nella loro terra.
Incedono con passo rispettoso e senza fretta. E quando si fermano lo fanno per sistemare un tralcio, raddrizzare un paletto, raccogliere un sasso o semplicemente guardare e respirare quello che sta crescendo.

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Il cielo inizia a coprirsi di nubi ma sono nubi lontane cariche di tensione innocue per la giornata, forse domani forse saranno per domani nuvole di pioggia.

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Camminiamo anche nel vigneto più vicino al mare. Parte dell’uva viene usata per il rosato. Il mare è davvero vicino ma il terreno si mantiene compatto e argilloso fino quasi alla spiaggia.

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Qui ci areniamo.
L’auto slitta e servono alcuni pezzi di cemento che troviamo accanto ad un cancello per rimetterla in carreggiata.
Proviamo una due tre volte… difficile perdere la pazienza e innervosirsi di fronte al mare.

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24 febbraio – L’Acino…dalla parte di Antonello

Arrivare a San Marco Argentano attraverso la via ferrata che risale da Cosenza fin verso la piana di Sibari significa viaggiare in vettura tra i pochi vagoni di un minuscolo treno e ascoltare l’unica vera voce in grado di unificare questo nostro benedetto paese…colei che annuncia le stazioni di fermata colei che ribadisce l’obbligo di convalida del biglietto colei che si ripete viaggio dopo viaggio fin tanto che le batterie e il sistema elettrico resistono.

Antonello già mi aspetta, lo vedo camminarmi incontro sul marciapiede del binario numero uno. Ci salutiamo poi mi chiede se ho voglia di vedere il vigneto di Mantonico. Beh direi di sì, la cosa mi incuriosisce e poi la giornata ancora non ha scaricato l’acqua che ci si aspettava.
Continuiamo in direzione Sibari poi risaliamo la strada verso il parco nazionale del Pollino che si vede di fronte a noi con le vette imbiancate.

Il paese di Frascineto ai piedi della montagna, ville, ulivi, vigneti.
Abbandoniamo l’auto sul sentiero sterrato in salita e camminiamo.
Bastano pochi passi ad alleggerire i miei pensieri, a farli partecipare anch’essi all’allegria dei colori e della suggestione, alla profondità di campo di strati di orizzonte fatti di neve roccia querce ulivi erbe fiori e viti.

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Il sole dona di tanto in tanto qualche ampiezza luminosa nella sospensione drammatica del cielo che rende ancor più maestoso e imponente lo spettacolo del vigneto di Mantonico circondato da rocce friabili e verde vegetazione.

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A volte ho l’impressione che le cose siano fatte per abitare un luogo per essere quel luogo. Non riuscirei a disgiungere le due parti…la terra e le viti le viti e la terra con attorno le nubi cariche di piogge e piccoli fiori arancio in un campo di ulivi.

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Fotografo e faccio alcune riprese. Antonello non si vede più. Mi sono perso nella religiosità di uno spazio che sa accogliere i miei silenzi senza fare domande. Avrei potuto restarci tutta la giornata anche senza cibo e forse sono ancora là e non mi rendo conto che quello che ho intorno è soltanto apparenza.

C’è poi una voce che mi riporta con i piedi al suolo. Antonello mi parla di questo vitigno, di come viene lavorato in cantina dopo la vendemmia. Del mosto che resta a contatto con le bucce del passaggio in acciaio e poi in legno.
Lo berremo a cena…

Al ritorno passiamo dalla cantina per prendere una bottiglia di Guardavalle, da uve Guardavalle che appunto guardano la valle. Fermentato in legno e sei mesi sulle fecce. Accompagnerà il nostro pranzo.

Forse sono fiori recita l’etichetta.
E se son fiori fioriranno mi dico.
La leggera riduzione iniziale se ne va dopo qualche minuto di bicchiere e resta un liquido vivo che lascia in bocca tracce sulfuree e affumicate e una fresca aromaticita’.

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Dopo pranzo torniamo in cantina e facciamo due parole sull’azienda e sul territorio. Antonello ricorda l’importanza della casa di paglia e creta vista ieri come simbolo di un qualcosa che appartiene alla storia e all’abbandono.
Le sue parole sono sempre bilanciate attente e mentre lo guardo vedo in lui il volto di un critico cinematografico o di un cinematografaro. Allora gli chiedo cosa può esserci di simile tra un’immagine in movimento e il vino. Magari ciò che mi ha risposto non lo scrivo…sarà parte forse del documentario che raccoglierà tutte le terre gli uomini e le donne incontrate…

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È tempo di cena e di Mantonicoz.
La OZ finale significa in lingua ebraica forza e coraggio. Due qualità per realizzare questa bottiglia dal vigneto del Pollino.

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Assaggiamo l’annata 2011, 2010, 2008.
2011 – macerazione più lunga, torbato, ancora bisognoso di tempo per distendersi
2010 – una delicata freschezza e sapidità, affilato e dritto, ripulisce lingua e bocca
2008 – il più complesso, salgono sensazioni di frutta secca miele oltre alla freschezza sapida una nota amara di sottofondo

Bevo e mentre bevo parlo con chi fa questo vino.
Bevo e mentre bevo ritorno nel vigneto.
Poterlo fare sempre questo sarebbe bello.

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23 febbraio – L’Acino

In direzione San Marco Argentano, provincia di Cosenza.
Si apre un contesto fatto di passato agricolo…una corte con tanto di chiesetta di proprietà del Barone di Campagna dei primi del Novecento ora possedimento regionale in via di abbandono…pochi lavoratori, prodotti veloci e facili a vendersi…poi un vigneto dove sono stati piantati dalla MIPAAF vitigni diversi per lo studio del comportamento della vite nel territorio…dovrebbe essere un punto di riferimento…ma resta il dovrebbe…infine un’azienda, la Vegetalia, di proprietà giapponese, che produce ortaggi e verdure e le esporta in Giappone…

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Poco prima di arrivare nei vigneti di Magliocco, Antonello si ferma davanti ad una casa che sta crollando.
Una vecchia casa, esempio di edilizia biosostenibile, fatta di creta e di paglia lasciata a se stessa come tante altre nei dintorni.

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Antonello mi parla della sua passione per il linguaggio cinematografico per come riesce ad esprimersi un’immagine in movimento. Dopo l’università avrebbe voluto continuare in quella direzione e per qualche tempo anche lo ha fatto…poi l’interesse per il vino, le curiosità, gli assaggi, l’idea di lavorare la campagna attraverso ad un’azienda che non fosse un’azienda familiare ma una realtà fatta di amici che ne avrebbero condiviso lo spirito.

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Oggi capisco anche il perché del nome di uno dei loro vini. Toccomagliocco, Magliocco in purezza vinificato con le uve provenienti dai vigneti posti in località Tocco nella Valle di Pietra.
Già, Valle di Pietra, anche questo torna, è un vino che mostra una natura spigolosa a tratti montana.

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Resto a fissare la terra. Il suo rosso che sale in superficie. Il pendio che scende a valle. Il gioco di forme e di traiettorie che convive tra natura e mano. I solchi tracciati dal tempo e sovrastati dalla leggerezza del ferro.

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Camminiamo e lasciamo che le nostre impronte scendano in basso a imprimersi in un suolo argilloso.

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Ma sotto l’argilla il terreno si fa pietra roccia…una continua e diversa stratificazione.

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Non cesso di meravigliarmi della bellezza delle cose, di come il gesto fintanto violento di lanciare un sasso si trasformi nell’armonia di cerchi che si espandono nell’acqua mentre quel sasso rallenta la sua corsa fino a posarsi placido sul fondo di un lago.

Forse la natura andrebbe soltanto assecondata, le sue forme di vita e di espressione sono già in se perfette.

Le vene delle foglie, una sezione di una carota, la simmetria di un fiore…

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22 febbraio – semplici squilibri

E c’era il tardo pomeriggio lassù quando le cose sembravano immobili, tanto immobili che le guardavi e rimanevi a pensare al loro semplice stato. Ti eri alzato che era ancora notte, infilato come un automa la tuta blu e gli stivali di gomma verdi e seguito quel cammino che stava già diventando abitudine. Avevi munto le vacche, pulito la stalla, prestato la forza del corpo ad altri piccoli lavori, preparato il pranzo, dormito una mezz’ora e ricominciato, al risveglio pomeridiano, tutto da capo.

Ora sei lì, seduto di fronte alla montagna. Rimane soltanto da preparare la cena. Le vacche stanno tornando dal pascolo nei colori sottili del crepuscolo. Non ci sono quasi rumori, qualche grido di marmotta, è il momento in cui anche il vento si fa piccolo.
Allora la guardi questa immensità di semplicità, questa natura che basta a se stessa. Lo respiri il respiro del semplice ripetersi delle cose, il giorno che trascorre senza bisogno di nulla.
Ti metti in modo che non ci siano distanze tra te e quello che vedi, una partecipazione confusa in cui se ne vanno le velleità di dominio e di ragione, se ne va la preoccupazione se ne va l’orgoglio se ne va l’uomo.

Due cose provavo in quel momento.
Una profonda serenità interiore in grado di allontanare qualsiasi stanchezza fisica e psichica.
E un’inquietudine improvvisa che mi metteva le vertigini.
Mi guardavo in mezzo a quella perfezione con la consapevolezza che mai avrei raggiunto un simile equilibrio.
Ma era giusto desiderare quell’equilibrio?

Ma forse stavo guardando più di quello che c’era veramente.
Dimenticavo i piccoli squilibri che fanno muovere e vivere e far crescere una vipera. Mi ero messo troppo in là.

Come la natura forse abbiamo tutto in noi stessi e come la natura possiamo trascorrere semplici ed essenziali e accomodarci in ciò che ha deciso un giorno di accoglierci.

E i campanacci delle vacche di ritorno dal pascolo…

E il sole passato dietro la montagna…

E la montagna salita a nascondere il sole…

Ed io che mi alzo in un nuovo equilibrio…

E le piante di Magliocco aprono le braccia…si distendono una diversa dall’altra…

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Alessandro sparge la cenere del camino sul campo dove cresce l’aglio…

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Luigi apre le arnie delle sue api accanto ad un gelso che piano piano sta rimettendosi in forma…

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Io attendo il prossimo risveglio.
La prossima partenza.

21 febbraio – Cosenza

Trapani. Ancora non è l’alba. La Pietro Novelli è attraccata al molo in attesa di nuove partenze di ritorni e di primi incontri. Salgo sull’autobus per Palermo sotto una fine pioggia e appena seduto mi riaddormento. Le case passano, i paesi le coste le luci del giorno tutto insieme…passano via senza disturbare il mio sonno. Resta comunque un’aria di malinconia per la via del ritorno, una felice malinconia per le vite incontrate per la consapevolezza della loro concreta esistenza. Poi il treno per Messina…le gallerie che tagliano la costa…l’estremità dell’isola che tocca il continente…la Calabria.

Il viaggio fa tappa nei pressi di Cosenza in attesa di salire verso i vigneti dell’azienda L’Acino.

Tuttavia anche nella campagna dove ha casa Luigi ci sono vecchie viti di Magliocco. Una piccola cantina da poco sistemata, arnie per il miele, ortaggi e verdure.

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Assaggio qualcosa. Il rosso dell’ultima vendemmia e quella precedente mi rinfrancano della stanchezza del viaggio con schiettezza. E il bianco fatto da Trebbiano Malvasia di Candia Greco Prosecco…un’aromaticita’ fresca e che invoglia a bere…

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Sì accende il fuoco. Si prendono le salsicce di fegato e quelle di carne. Le patate le verdure e si parla in allegro convivio.
È una pausa dal viaggio. Un modo di risentire le cose da punti diversi.

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Prima di andare a dormire resto a guardare la pignata una sorta di anfora in terracotta riempita di acqua cipolotti e fagioli…sarà una lunga cottura fino a domani fino alla sera…accanto alle braci…

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Avverto che il tono delle parole di oggi arriva stanco alla luce bianca della pagina vuota. Avverto uno stacco tra il continuo movimento come se ol fermarsi un attimo faccia sentire all’improvviso un peso e un insieme di cose ancora da digerire…

20 febbraio – ripartenze

Oggi si parte. Il vento si è fatto debole quasi assente e il sole scalda intorno il momento della partenza. Sto lì a pensarci sopra a come sono passati i giorni sull’isola, dallo stordimento del viaggio notturno sulla Pietro Novelli, all’entusiasmo dell’arrivo alla meraviglia delle viti sprofondate a terra al metodico e saldo lavoro di Salvatore in cantina alle sue parole tra un passato che era modo di vivere e un presente che allontana e scoraggia…dal corpo che si sente ricco in forze alle debolezze e alla malinconia improvvisa ai segni di cedimento di malessere e di sconforto.
Insomma l’isola mi ha dato proprio tutto nel bene e nel male e me ne torno indietro con una vita più spessa e con una parte di me che si è fatta a sua volta isola, un pezzo di pelle una piccola nausea che sarà ogni volta lì a ricordarmi com’era e com’ero quei giorni.

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È quasi l’ora di salpare. Il mare se ne sta tranquillo e i primi passeggeri guardano l’ultimo orizzonte delle montagne prima di partire.

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Salvatore ci ha accompagnato al porto. Dominica fa il viaggio con me per andare a Palermo. Il tempo di sbrigare gli ultimi inconvenienti con l’ufficio spedizioni poi ci saluta.

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È l’azzurro a prendere i colori del cielo, piccoli spazi bianchi di nuvole qua e là.
Sembra una partenza incorniciata dallo splendore, calma e serena…ma presto arrivano i ricordi le sensazioni vissute che ancora si toccano nel loro calore.
E quell’azzurro diviene altra cosa. Dall’aria del cielo eterea e impalpabile mi passa attraverso la corporeità e la luce dorata dell’uva passita.

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È un mare altrettanto calmo che sa farsi anche cielo e terra e uomo e donna. Un modo di essere al mondo, una delle vie che sono lì e che basta prendere o non prendere e seguirle fintanto che ce n’è. Poi alla fine ci si potrà voltare e guardarsi alle spalle con dispiacere con delusione con fiducia con speranza ma dentro resterà pure un sorriso per quel tanto che si è fatto.

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Trapani. La Pietro Novelli attracca.
Abbraccio Dominica e la ringrazio e ripenso a Salvatore nelle sue poche e accennate parole alle sue vigne a Mueggen ai silenzi.

Prima di sera vado a correre lungo il porto. Qualche macchina, gente che cammina sui marciapiedi, una processione di qualche santo…mi metto davanti ad una panchina per tirare i muscoli delle gambe alla fine della corsa. Due bambini che avranno credo 6 anni mi salutano…ciao signore…e poi mi chiedono che cosa stia facendo…io li guardo li saluto e dico loro…mi sto preparando a volare…

19 febbraio – Salvatore e Dominica

Anche oggi il vento e il mare tengono le navi lontane dall’isola. È una notte che non trascorre e che rimane dentro a farsi sentire durante tutto il giorno. Un sonno che non si è mai fatto sonno, una nausea a livello dello stomaco…un rollio impercettibile fatto di gravità e forza attrattiva…anche questo è uno dei modi di incontrare e vivere l’isola.
Mi sento schiacciato verso terra senza le energie per staccarmi e saltare. Trattenuto dall’abbraccio della terra, almeno oggi è così.

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Come tutto si adagia ad essa e le si mette vicino a respirare il suo stesso alito che sale da sotto, dal calore del vulcano. È il semplice osservare lo stato delle cose, il mandorlo in fiore, il suo inchinarsi che risponde all’eterno richiamo della creazione della vita e del nutrimento. Osservo una cosa più grande di me che si ripete da anni per cui io non sono nulla. La osservo e cerco di sentirci un dialogo una possibile comunicazione tra la natura e l’essere umano. Non so. Non so tante cose. Eppure quello che ho davanti piega anche i miei sentimenti. Li fa andare bella direzione della commozione e rimango lì a fissare il mandorlo.

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Arriva sera che la stanchezza fa spegnere gli occhi.
Cè il tempo di respirare un tramonto sull’isola. Almeno uno. Come giunto a riappacificarmi con lei e lei ad offrirsi serena…il vento cessa e il cielo si rasserena verso occidente.

Sulla spiaggia un barcone che venne da Tunisi con 200 persone…Tre giorni in mare schiacciati in minuscoli spazi…Verso l’isola anche loro come me a modo loro con altre prospettive altri sogni e paure e entusiasmi…

Da una parte il ciclico immutabile ripetersi delle cose dall’altra l’uomo che prova che spera che improvvisa che si mette comunque in movimento.

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18 febbraio – Salvatore Ferrandes

Al risveglio gli occhi degli uomini si schiacciano quando la notte li ha portati per luoghi lontani trattenendoli in sogni più o meno coscienti nel labirinto del tempo che sembra senza inizio e senza fine. Come uno sguardo di gatto che esprime la più delicata indifferenza e nello stesso tempo il più perfetto stato di equilibrio. Ma stamattina con il micio condivido soltanto una profondità di sonno e un bisogno di cure.

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Ma c’è sempre lei nel bene e nel male.
Fatta di materia ancestrale e di spazi umani vecchi come quasi la sua natura.
Il mare intorno mi riappacifica seppur agitato, è la sua voce come un gatto come un’indipendenza che vive per sé e riesce dopotutto a farsi amica a concedersi gratuitamente.

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A Mueggen le cisterne stanno lì in verità…basta sollevarne i coperchi e gettarci gli occhi dentro tra ragnatele e odori sulfurei.

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Oggi faccio parlare Salvatore. Registriamo qualcosa in vigneto.
Ripercorriamo le strade della sua giovinezza e di quando il padre gli affido’ il primo pezzo di terra.

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Ci sono momenti che fatico a credere di stare qui di sentire tutto quello che sento…vorrei stare anche da un’altra parte con il cuore e il corpo e forse lo sono davvero un poco qui e un poco laggiù…sarà tutta questa intensità che mi frastorna…un vortice a cui bisogna piegarsi adagiandosi piano ascoltandosi lasciandosi senza presa.

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Che ci pensa il mondo a farsi presa.
A trascinare i tuoi sensi su buoni appigli per l’anima. Come il respiro della sera nella luce decadente ma pur sufficiente ai colori e ai profumi di fiori invernali.

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Sono porte che sbattono al vento
Sono sonno che non arriva mai a niente
Sono continuo risveglio in cerca di cibo

17 febbraio – Mueggen, pioggia e lente attenzioni

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Ci si rende conto dell’energia dei luoghi da come si aprono i risvegli dopo che la notte ci scorre attraverso.
Dal modo che abbiamo di affrontare i pensieri e portarli con noi nei gesti e nelle parole. Ed è così che la vita dell’isola penetra nella mia quotidianità accanto alle curiosità alle domande ai sentimenti.

C’è un passato fatto di pietra e di forme scavate nelle natura vulcanica. Una forza che sale su dalla profondità e si fa sentire come un’onda che va e poi viene.

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Mueggen è il paese delle cisterne.
Furono i fenici i primi a costruirle e proprio qui accanto alla cantina di Salvatore dove le uve di
Zibibbo si seccano al sole e dove matura il liquido che diverrà passito.

Su di una pietra a pochi passi dalla cantina sono posate alcune fiscole, cerchi intrecciati attraverso cui passa il succo delle uve durante la pressatura.

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Qui in alto la montagna è visibile e fa sentire una temperatura più fresca già di qualche grado. Le rocce sono più scure e ai licheni si sostituisce l’anima del vulcano.

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Le viti di Pietrabianca se ne stanno lì ad attendere la mano dell’uomo abbandonate nell’accogliente abbraccio di madre terra tra mare muretti a secco conigli e ratti.

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Sì aprono spazi di meraviglia lungo sentieri costruiti da uomini che avevano le mie stesse mani, il mio stesso sudore.

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Un giardino arabo che conteneva una pianta di limone sta attendendo la vita di nuove radici e nell’attesa riposa in compagnia del verde e dell’arancio.

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Osservo Salvatore che con estrema attenzione e metodo prepara gli strumenti per il travaso del vino.
È una cura fatta di delicato tempo precisione e visione delle cose.
Gli anni lo hanno reso un maestro nella previsione degli eventi e nella volontà di indirizzarli verso un fine.

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Dominica è sorridente e assiste il marito laddove è necessario. Lo incoraggia e sdrammatizza eventuali incidenti di percorso mentre lui rimane in una seria concentrazione durante tutta la fase del lavoro.

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La sua postura inginocchiata mi fa ricordare altri uomini e altre donne. Una posizione di umiltà e di pazienza assunta di fronte alla natura per farla divenire cultura ossia vino ossia materia di felice condivisione…lieto incontro…nutrimento dell’anima.

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Poi il lavoro finisce. Si è fatto tutto quello che si doveva fare. La serietà e la concentrazione lasciano il tempo al sorriso e alla leggerezza. Si scende in casa per l’unico vero pasto della giornata. Una minestra di ceci pasta e verdure va a riscaldare il corpo umido e freddo che ha passato buona parte di un martedì tra secchi fusti di acciaio e profumi di mediterraneo a Mueggen.

Perché Dio non ha creato un fiume di minestra? Sarebbe stato meglio. L’uomo si sarebbe anche potuto accontentare. E non avrebbe lavorato…

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16 febbraio – Salvatore Ferrandes

Dominica mi raggiunge alla caffetteria del mare. La mattina ha da poco superato l’alba, mi sento in debito di sonno e nello stesso tempo lontano lontano da quel poco di abitudini che avevo finora imparato a riconoscere lungo il viaggio. È un passaggio che stordisce i sensi che li rivolta come zolle di terra di campo e porta alla luce nuove possibilità.

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La moglie di Salvatore mi accompagna per le strade e mi parla del paesaggio e di quello che incontriamo.
Passiamo noi e la panda e passa il mare accanto finiscono le case del centro e del porto e passa la natura più selvaggia, il lago di acqua dolce con spuma di soda, un lago vulcanico le cui acque ricordano la bellezza degli atolli oceanici.

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Nella parte più fertile dell’isola una roccia si allunga fin dentro il mare come a scappare da una fatale eruzione. Una testa di elefante che prende il largo o che porta con sé sulle spalle l’intera terra dell’isola.

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Qui in questo mondo dove passarono diverse popolazioni i nomi dei luoghi e delle persone ne hanno ricevuto l’influenza.
Così ci sono posti con nomi arabi e uomini e donne che portano cognomi spagnoli.
Le case vengono chiamate dammusi e la loro forma rivela la profonda essenzialità rurale dell’isola.

In casa Dominica mi mostra i grappoli di zibibbo appassiti.

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E sempre in casa un gatto rosso che sembra smarrito felicemente in sonni profondi.

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Salvatore torna dalla campagna. Il tempo è ancora sospeso tra la voglia di piovere e l’indolente immobilità.
Decidiamo comunque di uscire e di vedere parte dei vigneti dell’azienda.
Arriviamo sopra il mare. Salvatore mi parla di come lui ha vissuto l’isola, di com’era coltivata degli spazi diversi della cura a lei rivolta da uomini e donne.
Percorriamo il sentiero che porta alle viti più vicine al mare. Ai lati, bassi muretti di pietre, colorate e compenetrate da verdi gialli licheni.
Mi mostra una roccia e i suoi visibili tagli interni da cui insieme al padre staccava piccoli pezzi per poi venderli a nuovi proprietari per abbellire le nuove case i nuovi moderni dammusi.
Ma si capisce subito che la realtà di cui parla Salvatore appartiene al passato. Le sue parole suonano rassegnate come a significare una inevitabile rinuncia e tuttavia conservano la felicità di aver comunque vissuto un tempo di buone fatiche un contatto elementare lento ed essenziale con la terra.

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Strappare quella poca terra alla roccia è stato un lavoro faticoso per chi viveva in passato e lui ne è stato fiero di accompagnare e proteggere e tenere vivo e modellare di anno in anno.
Ora che il corpo inizia a cedere agli sforzi richiesti, ora che è necessario devolvere ad altri i lavori della campagna, lo sguardo si fa nostalgico e soffre di amara impotenza. Ma per quel poco che è ancora possibile si va avanti, sempre meglio che lasciare tutto al mortifero abbandono.

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Accanto al vigneto piante di capperi appena potate, piccoli dammusi che accoglievano e da qualche parte accolgono ancora attrezzi e uomini e donne.

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L’ulivo qui cresce seguendo una natura sua assecondando la terra e le forze della natura. Le radici crescono accanto ai muretti e scendono lunghe ed arrivano nei campi coltivati a vite mentre i rami e la vegetazione esterna si sviluppano in orizzontale a pochi centimetri da terra…olio orizzontale…è davvero incredibile ciò che fa la natura.

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Così anche gli alberelli di zibibbo vicini vicini alla base della terra crescono nelle conche scavate dall’uomo. Ciascuno con la propria forma con il proprio spazio con il proprio tempo.

Sono qui sull’isola.
Cè una lontananza interiore.
Cè una sospensione tra cielo e terra.
Cè una fatica che tiene insieme un uomo al suo passato.
Cè una felicità che le cose siano accadute e che si possano ancora vedere e toccare e assaggiare.

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15 febbraio – la pulce e il piccione

Oggi è una giornata d’attesa.
La Pietro Novelli se ne sta ancorata al molo e sulla porta della biglietteria un foglio di carta con scritto partenza per Pantelleria ore 23, apertura sportelli ore 21. Sono le 12 e tutti i bagagli sono con me per le strade di Trapani.

Alla fine mi siedo sui gradini della capitaneria di porto. Leggo alcune pagine di un fumetto, mi alzo e faccio due passi, torno a sedermi…
Verso sera quando la luce cede all’oscurità e ricomincia a piovere esploro gli spazi dell’edificio e faccio strani incontri.

Una piccola scatola appoggiata su di una pietra dalle buffe sembianze.

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Un piccione che sta fermo in un angolo. Al mio avvicinarsi si nasconde per poi ricomparire quando torno lontano.

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Poi mi risiedo sui gradini di pietra, appoggio il capo allo zaino e mi assopisco…il dialogo che segue è forse frutto della mia immaginazione o di un tempo dove tutto ha avuto inizio.

Il piccione in cerca di cibo inizia a beccare la piccola scatola sulla pietra. La scatola cade e si apre e dal suo interno ne esce una pulce.

Pulce: Allora è proprio vero!
Piccione: Cosa è mai vero pulce? E    cosa facevi lì chiusa in quella scatola?
Pu: Cercavo me stessa.
Pi: E dimmi quanto c’hai messo per trovarti?
Pu: Non so ma di certo sono passati anni
Pi: E alla fine ti sei trovata?
Pu: Macche’, non ho trovato un bel niente.
Pi: Brava stupida. Hai sprecato tutti questi anni inutilmente.
Pu: Forse. Ma sai, una cosa l’ho trovata.
Pi: E dimmi povera pulce cosa hai trovato?
Pu: Ho trovato un’idea. L’idea che il nulla non esiste.
Pi: E come fai a dirlo se hai vissuto per degli anni dentro un nulla?
Pu: Sì, hai ragione ho vissuto dentro un nulla. Non vedevo, non sentivo, quando saltavo sbattevo alle pareti…
Pi: E come hai fatto a sopravvivere senza mangiare?
Pu: Beh quello è facile, col tempo impari a nutrirti delle tue stesse sostanze organiche.
Pi: Non mi dire!
Pu: Già. È solo questione di rilassamento concentrazione e volontà.
Pi: E come fai a dire che il nulla non esiste?
Pu: Perché tutto cambia forma, si trasfigura in modo perpetuo, ciò di cui sono fatta è tornato al mondo a cui apparteneva per nutrirmi un’altra volta.
Pi: Vuoi dire che essere autosufficienti in tutto significa l’inesistenza del nulla?
Pu: Può essere un’idea. Del resto in un nulla sono pur sopravvissuto.
Pi: Io ho un’idea diversa.
Pu: Sentiamo amico piccione.
Pi: Che se ti mangiassi la tua autosufficienza cesserebbe.
Pu: Io credo che diventerebbe la tua.
Pi: Facciamo una cosa. Ora ti rimetto nella scatola e sigillo l’apertura. Quando morirai non potrai più dire niente, nessuna parola, mai più storia.
Pu: D’accordo.

E così fecero.
Passarono anni e il piccione non riuscì mai a dimenticare la storia della pulce tanto che la raccontò a tutti i figli e cugini e amici che incontrava in viaggio. Forse la pulce morì un giorno ma lè sue parole e la sua vita restarono vive laddove vivevano piccioni…

Fortunatamente il delirio è fermato dai rumori della nave che sta attraccando…sono le 6 e siamo a Pantelleria.

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14 febbraio – Aspettando l’isola

Oggi la direzione è quella del mare.
Trapani. Il porto di Trapani. La prossima tappa richiede un’attesa paziente. Il traghetto per l’isola parte forse domani se il tempo sarà clemente.

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Già, l’isola. È laggiù oltre l’orizzonte dentro il mare che oggi sembra essersi calmato. Da un’isola ad un’isola passa questo viaggio che ogni risveglio rende insulare. Potrei stare tutta la giornata a fissare il mare seduto sugli scogli.

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Ma come sempre è la voglia di camminare nello spazio sconosciuto di raggiungere cose viste solo in lontananza di rendere il respiro a misura di passo “disinteressato”.

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Lascio perdere lo spazio interno della città abbruttito dalla natura economica dell’uomo da negozi colori e scritte sempre uguali prevedibili rassicuranti.
Mi passano accanto tuttavia anche in questi luoghi preconfezionati volti pieni di espressione e angoli nascosti dove l’occhio deve fare un piccolo sforzo per arrivarci. Ma sono le estremità della città che ricerco. Le sue linee che seguono il mare in un abbraccio di storia e natura.

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Poi davvero dagli scogli mi metto a fissare il mare verso occidente e nel pensiero che si posa sulla fragilità e l’estrema bellezza della terra raggiungo il sonno.

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Quando mi risveglio ripercorro il cammino accanto al mare verso le navi e i traghetti in attesa. Ed è proprio allora che vedo avvicinarsi al molo la Pietro Novelli…il traghetto che domani mi porterà nell’isola. Lo osservo felice, osservo le poche persone che sbarcano…e respiro respiro ancora un poco l’attesa…le attese…

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13 febbraio – Grotte con Giuseppe Gueli

I resti di una vecchia miniera per l’estrazione dello zolfo tra Comitini e Grotte. Ci sono forni collegati tra loro da canali sotterranei dove il calore si propagava e bruciava la materia. Lo zolfo fuoriusciva da una piccola fessura chiamata morte e veniva raccolto e lasciato solidificare, messo sul treno e venduto.

L’area storica è quasi in stato di abbandono…paletti caduti a terra, erbe che avvolgono e nascondono le realtà.

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Torniamo nel vigneto dell’Erbatino e facciamo due parola sullo spazio aperto costruito per la vinificazione.
Poi Giuseppe mi mostra un rapanello piantato e cresciuto insieme al favino tra i filari di nero d’Avola.

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Ci spostiamo su di un altro versante del territorio. Il nome della contrada è Scintilia. Si vede il mare e la città di Agrigento. Con le uve di questo vigneto nutrito da un territorio completamente diverso nasce il Calcareus, l’altro nero d’Avola dell’azienda.
La terra è più scura, di natura calcarea.
Il vino è meno austero e profondo, forse più semplice ma non per questo significativo e poi ci sono annate in cui i due vini si differenziano di poco e altre in cui prendono nature più individuali.
Sono comunque vini che ricordano l’asciutta dritta e rocciosa montagna la sua freschezza e mineralita’.

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Camminiamo, saliamo pendii, Giuseppe mi parla di tutto il paesaggio, della vegetazione. Con curiosa lentezza mi affido alla sua conoscenza sentita.

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Grotte deve il suo nome anche ad una storia più ancestrale. Ci sono colline di roccia dove gli uomini del neolitico hanno scavato nicchie forse semplicemente per rifugiarsi dormire scrutare l’orizzonte in cerca di prede…
È una dinamica emozione che attrae.
Il trovarmi lì ai piedi di questi antichi segni di vita mi ricorda le emozioni delle adolescenti di Picnic at Hanging Rock. La sospensione tra passato e presente e la forza magnetica della roccia. La voglia bambina di avventurarsi nello spazio mai calpestato, la voglia di scoprire ciò che non si vede in modo completo. In poche parole attraversiamo la breve striscia di fichi d’india e saliamo sulle rocce.

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Come nel film di Peter Weir la materia ha preso forme inquietanti e nello stesso tempo affascinanti.

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Bocche che sussurrano, occhi che ci guardano.

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È un territorio che mi ha lasciato la sua anima. Il senso selvatico e la profondità di orizzonti.

Penso alle bellezze incontrate finora, alla grande potenzialità dei territori.
Sento di aver incontrato uomini che li rappresentano con forza e onestà e credo che la loro unione possa far sviluppare dentro e fuori l’isola una cultura del rispetto e della trasmissione di un passato che si può fare futuro.
Basta parlarne con animo collaborativo, mettere assieme gli entusiasmi e le passioni per un fine condiviso.

12 febbraio – Giuseppe Gueli

È un autobus che da Marsala si allunga attraverso la costa meridionale in direzione di Agrigento. Passano olivi e olivi vigneti e vigneti e masserie in abbandono piccole case e ancora olivi e vigneti e a pochi passi il mare.
Il tempo si fa elettrico. Dalla parte del mare ancora il sole, nell’entroterra le nuvole che da bianche si fanno grige.
Sull’altopiano la città ma mentre l’autobus si avvicina compaiono senza alcun preavviso i templi del passato, anni e anni che irrompono così nella mia prima volta, nel mio primo incontro.

Da Agrigento un piccolo bus mi porta a Grotte. Giuseppe passa a prendermi alla fermata e ci muoviamo subito per la campagna.

Grotte è un piccolo paese fondato nel 1562 dal barone di Monteaperto, un signorotto che veniva da fuori e che per assicurarsi un posto in parlamento fondò il feudo senza tanto preoccuparsi del suo destino.
Ma la storia vera quella ce la respiri. Accanto a Grotte il paese natale di Sciascia e nella collina che vediamo dalla campagna la terra dei racconti di Pirandello…le miniere di zolfo, rosso Malpelo…

Giuseppe ha una voce misurata, tra un’apparente timidezza e una delicata espressione. Le sue parole arrivano comunque da un entusiasmo sentito, da una storia conosciuta e da una volontà di mantenerla.

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Sono nel vigneto dell’Erbatino, uno dei due neri d’Avola prodotti. Il suolo appartiene alla famiglia dei trubi, parenti del gesso (gessoso sulfifera). Sono terre bianche che trattengono l’acqua, in superficie si asciugano in fretta mentre sotto si mantengono umidi garantendo alle viti freschezza anche nei giorni caldi. L’allevamento è a tendone, l’alberello sviluppa tre o quattro ramificazioni.
Lasciamo che sia la singola pianta a decidere come svilupparsi, quanto produrre…non faccio diradamenti perché accade che gli acini cadano a terra da soli e poi mio padre…non si butta via niente in campagna…

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Questo l’abbiamo costruito per la prima vinificazione. Era il 2009. Nelle vasche di cemento il liquido sta sulle fecce per 50 giorni con follature manuali periodiche e poi passa in una vasca interrata e da lì viene pompato in una cisterna e portato a casa dove riposa circa 30 mesi in barrique di sesto passaggio senza alcuna aggiunta di solforosa, si protegge da solo.

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Nella campagna vicina dove un giorno sorgerà la nuova cantina il padre Vincenzo sta innestato una vecchia varietà di pera dal corpo piccolo e dai ricordi d’infanzia.

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Cogliamo dall’albero alcuni mandarini tardivi che in bocca risvegliano i sensi grazie alla bella e fresca acidità.

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Poi saliamo. Ci sono case fatte di pietra bianca lasciate in buona parte a se stesse. Ci vivevano i contadini che lavoravano la campagna. Qui sono tutti piccoli terrazzamenti dove coltivare il mandorlo, vedi i muretti stanno cadendo a pezzi.

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All’ epoca delle miniere dagli inizi dell’800 e fino agli anni precedenti la seconda guerra mondiale qui hanno scaricato queste pietre. Era il materiale di scarto dell’estrazione dello zolfo: si chiamano ginisi. Metri e metri di ginisi ricoprono il suolo.

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Poco distante ecco una discenderia. Da quel buco uomini nudi vi entravano per estrarre lo zolfo.

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Nella parte più alta con i piedi sopra un terreno fatto di trubi accompagnamo una sottile linea di tramonto. È un paesaggio che non avevo mai incontrato e starci in piedi mi fa sentire lontano.

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A cena Giuseppe apre una bottiglia del 2010. Annata calda che sento subito nel bicchiere ma che necessita di tempo.
Quando si apre sono passati una ventina di minuti. La riduzione ha lasciato spazio alla profondità alla freschezza alla mineralita’ leggermente speziata. È un vino che scende e si porta via dolcemente quello che è rimasto in bocca, accompagna il cibo verso l’interno lasciando una sensazione di pulito. È proprio vero che il vino ha saputo proteggersi da solo grazie all’alcol e all’acidità e ai fragranti tannini.

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11 febbraio – Nino Barraco

Ancora non è l’alba. Il giorno riposa senza rumore di cose o  vento mentre mi sveglio e preparo le cose per la giornata al vigneto.
Nino passa a prendermi con una punto dal colore vinaccia sbiadito…un saluto e via che le viti da raggiungere sono le più lontane della proprietà.
Raccogliamo sulla strada Angelo, un ragazzo che aiuta Nino nei lavori, il padre Enzo e suo cugino ancora Enzo.
Circa mezz’ora per arrivare nella campagna. Il sole sale all’orizzonte eccolo . Stretti l’uno all’altro nello spazio di una punto condividiamo il giorno di potatura.

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Il vigneto è vicino al mare, se ne sente l’aria è se ne calpesta la natura.
Enzo ed Enzo iniziano a potare con le loro forbici elettriche mentre Nino preme con la forza delle mani le sue.
Angelo raduna i sarmenti tagliati, io scatto foto e riprendo spazi e movimenti in attesa di aiutare Angelo.

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Le piante sono davvero belle.  Una quarantina d’anni di alberelli nella versione marsalase, tre tronconi lasciati crescere verso l’alto.
Nino si affida ancora alle parole del padre quando si trova indeciso sul da farsi. Ascolta i consigli e lascia fare a chi prima di lui lavorava la campagna e gli ha insegnato il gergo e il gesto.

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Alle 10:30 raccogliamo qualche tralcio potato e cerco alcuni rami che potrebbero andare bene per il fuoco.
In un angolo ammasso delle pietre in un cerchio che sarà il cerchio di fuoco dove coltivare le braci per il pranzo.
Mi pare tornare bambino. L’idea di mangiare in vigneto all’aperto davanti al lavoro appena compiuto…

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Nino apre una bottiglia di Pignatello. Ne apprezzo la natura rustica e la sua vigorosa semplicità. Riempiamo i bicchieri e mangiamo seduti nella terra.

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Di nuovo in campo rinfrancati da vino e cibo. Ascolto le parole e la cadenza siciliane che si ribattono da filare a filare. Si respira buon umore, si racconta di un vecchio proprietario che chiamava a se il singolo bracciante e gli dava un uovo e gli diceva che glielo dava soltanto a lui e così faceva anche con gli altri. Poi mentre gli uomini lavoravano diceva allora quest’uovo lo facciamo fruttare…

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Non avevo mai visto piante a così a stretto contatto con la natura marina.
Sono viti di Grillo. Un vino che lascerà il segno sapido e una freschezza che ondeggia avanti e indietro. Un Grillo che Nino è fiero di avere la possibilità di lavorare nonostante la lontananza da casa e dalla cantina. È un fattore affettivo ed è bello che se lo terrà stretto ancora. È un vino che altri terreni più vicini a Marsala non possono generare.

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Siamo a poche chilometri dal paese di Castelvetrano che si scorge in fondo oltre gli ulivi.

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Mancano pochi filari da potare. Gli uomini lo faranno domani. Ora il sole sta quasi tramontando e ci rimettiamo in macchina stretti stretti.

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Prima del tramonto passiamo a vedere i lavori per la nuova cantina, il sogno che si sta realizzando. Nino l’ha sempre sognata da quando ha iniziato a lavorare la campagna per fare il vino.
Mi accompagna e mi parla di come saranno sfruttati gli spazi poi guarda lontano i vigneti circostanti e qualcosa al di là del mare forse se stesso forse un’idea che si sta facendo realtà.
Questa cantina la facciamo per rendere grazie e per accogliere tutte quelle persone che ci sono state vicine e che hanno amato i nostri vini. È un punto che spero possa essere preso come esempio per questo territorio.

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Con i piedi saldi sopra le fondamenta che giorno dopo giorno ha costruito dentro e fuori Nino si ferma, è un piccolo attimo dove il sole tramonta l’uomo respira e il paesaggio lo segue.
È una bella unione.

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10 febbraio – Marsala

È il momento di prendersela comoda.
Nino sta potando il suo vigneto di Castelvetrano, domattina ci andremo insieme.
Per oggi mi dedico alla città.
Non vado molto distante che le cose tornano a farmi sentire l’importanza e l’energia di questo progetto.
In qualche modo le realtà che ho scelto di raccontare rivendicano una continua presenza.

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Il giorno è davvero bello e anche il vento si è fatto docile. Cammino a passo lento lungo le vie di Marsala. La mancanza di palazzi a più piani lascia respirare la città e permette alla storia di offrirsi senza sacrifici.

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Mi immagino la scena della bianca cavalla che esce battendo gli zoccoli sul selciato. Resto ad ascoltare se è rimasto qualcosa nell’aria.

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Ogni persona con cui parlo di quello che sto facendo mi nomina cantine da un milione di bottiglie. Così per loro sembrava naturale che io andassi da Donna Fugata, Pellegrino, Florio…
Ma è del tutto prevedibile questo. C’è bisogno di tempo e forse non basterà nemmeno quello. Le mie prospettive sono, lo sento, ambiziose, ma continuo così con la bellezza e la semplicità del fare e alla fine sarà quello che sarà. Ciò che finora ho ripreso mi mette davvero di buon umore, ci sono già diverse essenze e scorci di luci pieni di energia, parole di uomini e donne in punta di passione e paesaggi sorprendenti di questo nostro paese.

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La luce del tramonto accompagna la fine della giornata nella quiete con cui era iniziata. Avevo bisogno di questa piccola fermata e la città mi ha aiutato a ritrovare forze e appetito per l’indomani.

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9 febbraio – giorno di neve e di Marsala

La prima cosa che sento nel risveglio è un vento che soffia e suona la musica delle cose passandoci attraverso e il suo passaggio è a momenti forte e fortissimo. Sembra volerti svegliare da un torpore d’immobilita e passare così anche attraverso te stesso per farti risuonare.

La prima cosa che vedo è una panchina dall’aspetto mitologico ricoperta di neve. Dove sono ancora? Ci sono luoghi che ti fanno sentire talmente vicino alle cose da lasciarti confuso.

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Francesco è andato in cantina  a sistemare alcune cose ed io sono solo in questo spazio di casa che un tempo era una cantina. Il soffitto a volta, i basamenti per le botti, il focolare per riscaldarla. Fuori la campagna circondata dai monti che si sono fatti bianchi. Ma è ancora un continuo mutare di forme di piogge di neve e di sole.

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Verso Palermo verso il treno per Marsala contemplando un paesaggio di montagne che non avrei mai immaginato di trovare in questa terra. L’ignoranza delle cose è talvolta complice della curiosità e del viaggiare, portatrice di nuovi entusiasmi.

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Abbraccio Francesco. L’occasione per rivederci non mancherà. Sono felice di aver lasciato e preso una parte di vita.
E il viaggio continua lento sui binari per Marsala. Il movimento dello scorrere dritto e sinuoso, il suono metallico degli attriti e il mare fuori che pur agitato appare sicuro, mi fanno sprofondare in un sonno improvviso.

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Marsala. Il vento che mi aveva fatto svegliare mi ha seguito mantenendo la sua forza. Percorro le strade dai bassi edifici, è un senso di accoglienza quelli che provo attraversando la città nella sua parte più vecchia.
Nino passa a prendermi per mangiare qualcosa assieme e fare due parole.
L’ambiente è piacevole, allegro con pochi tavoli e la cucina va di pari passo con proposte della semplice tradizione.
Accompagnamo il gattuccio  ricoperto da una salsa alla mentuccia, il polipo in crema di patate con qualche bicchiere di Vignammare 2013. La semplicità con la semplicità. È un bel rincorrersi di sapori che tendono tutti al mare. L’annata 2013 è stata fresca, una gradazione leggera attorno gli 11 gradi e una buona acidità che ha consentito a Nino di non aggiungere solforosa.
Parliamo del territorio e del fare. Condivido con Nino l’estrema importanza del Fare, la necessità di lasciar perdere il resto è di sacrificarsi in un’azione sentita per un periodo più o meno lungo terminato il quale quella cosa fatta e quell’azione prolungata hanno reso possibile la nascita di qualcosa che è lì come esempio anche e soprattutto per gli altri.
Sono curioso e non vedo l’ora di mettere piede nel vigneto e di respirare ciò che Nino ha fatto crescere e continua ad accudire.

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E infine arriva anche il mio primo cannolo di sicilia grasso e profondo…

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8 febbraio – Francesco Guccione

Piove. A tratti la pioggia si fa neve e il vento prende forza spostando le cose. Poi per un breve tratto torna il silenzio e la luce del sole fa luccicare la realtà.
È forse in uno di questi ultimi momenti della giornata che troviamo la convinzione di uscire verso la campagna vitata. La strada è piena di profonde buche come piccoli laghetti di acqua piovana. Ma è l’intensità di un frammento di vita, questa piccola parte di mondo illuminata e bagnata allo stesso tempo dal cielo che accompagna il respiro. Lo spazio si è fatto sconfinato e stare nel vigneto a tendone mi fa sentire protetto, accolto dalla natura e dall’uomo che ci lavora.

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Francesco inizia a potare qualche pianta, o sarebbe meglio dire qualche alberello. Cè una delicata attenzione nei suoi gesti. Una lentezza rispettosa dell’altro. Una potatura che guarda verso l’alto con la luce negli occhi. Una relazione tra natura cresciuta più in alto di noi e noi stessi. Ricordo Giovanna che se ne stava inginocchiata di fronte alle sue viti ma provo anche qui nel tendone la stessa religiosità forse più legata alle forze aeree e maschili dell’essere umano.

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Torna la pioggia, recupero le mie cose e risaliamo in auto. Il tempo è stato con noi, me lo sentivo che ce l’ avrebbe permesso.
Torniamo in cantina e facciamo due parole sulle caratteristiche del territorio e sulla sua storia vitivinicola.
Osservo padre e figlio che condividono e vivono lo spazio a modo loro e provo un senso di dispiacere quando diciamo a Giorgio di starsene in silenzio che stiamo registrando l’intervista. Si vede a pelle che vorrebbe partecipare anche lui poi lo vedo inginocchiato al di sopra di una botte alle spalle del padre e sorrido. È già alla ricerca di se stesso.

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Sì fa buio. Riaccompagnamo Giorgio a Palermo. Lo saluto, sono contento di aver giocato con lui. Nove anni ma dentro una sensibilità molto bella e matura e un dolce rispetto delle.cose.

Facciamo due passi per la città. Le strade accanto al mercato di Ballarò, piccole cappelle affollate di gente…chioschi con braci accese…palazzi vecchi e ricostruzioni…sfioro soltanto la bellezza e la complessità di una città che spero di riincontrare con più calma.

Di ritorno alla campagna. Buio e silenzio. Uno dei cani di Francesco ci accompagna fino verso casa.
Lassù sopra le vigne al di sotto della montagna giace una casetta piccina piccina. I fari la illuminano, ne illuminano la sua improbabile presenza.
Proprio qui dove la terra da’ vino e le strade sono risucchiate dalla natura, una parte del mondo dove i tempi si susseguono rapidi e cangianti, dove pioggia e sole e neve danzano una giga, dove un uomo protegge ciò che è nato e cresciuto nel tempo…proprio qui passa il treno dell’immaginazione. La piccola casa ne doveva essere la stazione di fermata ma nessuna rotaia è stata posata e nessun treno ha fischiato nell’aria. Soltanto viaggiatori innamorati sono arrivati fin qua…la stazione è rimasta per loro, per accogliere la loro fatica e per riempire il loro riposo di sogni e passioni.

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7 febbraio – Francesco Guccione

Guardo fuori. Alla mia destra passa a tempo di autobus la costa siciliana affacciata sul tirreno. È un susseguirsi di promontori gallerie mare e nuvole sparse qua e là sopra le cose.
Tre ore di viaggio da Messina a Palermo. Tre ore che scorrono in un soffio tant’è rapito il mio occhio inquieto che si abbandona alle realtà dimenticandosi di me stesso del corpo e della testa come fosse lui solo a percepire e a sentire. Poi si aggiungono anche gli altri sensi quando la strada lascia posto alle case al traffico alla gente che cammina ai rumori ai mercati alla città.

Francesco, il figlio Giorgio ed io arriviamo nello stesso momento nel piazzale della stazione centrale. È un incontro che da subito sento appartenere ad una terra paterna dove è l’elemento maschile a fare da custode e senza indugio mi offro a questo nuovo territorio e affido a Giorgio parte dei miei bagagli.

Il viaggio riparte e Palermo mi sfiora e mi lascia così come mi aveva temporaneamente accolto. Il cielo si annuvola e inizia a piovere. Il piano si fa inclinato, lassù da qualche parte deve aver nevicato e torna il sole.
San Giuseppe Jato, mangiamo qualcosa. Lascio entrare gli odori le consistenze e i colori nell’animo in cerca di cibo, lo lascio andare e perdersi dentro la bianca fresca ricotta, la caponata la zucca sottile marinata le olive i pomodorini seccati il confine del pane.

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Fuori l’acqua scende abbracciando la parte più fredda in forma di neve ma quando riusciamo è rispuntato il sole.
È un alternarsi che sento proprio dei luoghi circostanti, un passare continuo di umori.
A pochi chilometri nel comune di San Cipirello la cantina di Francesco.

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Uno spazio aperto, una cantina-loft mi viene da pensare. Lungo il perimetro le varie fasi lavorative, la pressa la pigio diraspatrice l’imbottigliamento la cera per il sigillo, lo stoccaggio delle bottiglie impilate e in posizione reclinata.
Nella parte più ‘interna i contenitori le botti e l’acciaio.

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Assaggiamo i vini. Annate 2013 e 2014 Trebbiano, Cataratto, Perricone, Nerello Mascalese. Sono vini di ricerca personale. C’è una curiosità e un attenzione che ne segue il divenire che aspetta che lascia tempo che sperimenta che decide di non imbottigliare ancora che ascolta anche gli altri. Mi lascio andare ai bianchi al bello spessore aromarico del Trebbiano, vitigno che affonda le radici nella tradizione viticola di tutta la Sicilia, al cuore amaro del Cataratto, al felice connubio tra i due la cui espressione congiunta trova armonie e complementarietà.
Poi i rossi. Il rustico e ruspante Perricone e l’austerità elegante del Nerello Mascalese. Si assaggia qua e là anche da bottiglie aperte da giorni dove il vino si è aperto senza perdersi.
Questo vorrei chiamarlo Machado, un vino con cui festeggiare la vendemmia.
A me viene in mente il poeta spagnolo che ha cantato il fiume Duero e provo emozione per quel nome. Poi bevo e mi innamoro di quel vino che sa donarsi facile e non banale che stimola ulteriori appetiti e che mantiene il vigore e la freschezza di dentro e fuori. Non saprei dire se sia bianco o rosso ad occhi chiusi. In effetti è un uvagguo di uve rosse e uve bianche. Discutiamo sul nome del vino e concordiamo sull’importanza della sonorità della parola e della sua evocazione di altro.
Fuori è tornato il sole.

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Osservo il mondo attorno alla cantina. Le costruzioni dismesse dove un tempo passavano le uve. Rifletto suo contrasti e sulla stratificazione delle realtà, sulla storia che passa sulla storia. So che dovrò ritornare su questo punto, su questo spazio dove convivono passato e futuro.

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Cambiamo macchina. Saliamo sulla jeep per affrontare gli ultimi chilometri che ci separano dalla casa e dalla campagna. L’auto non parte. I fari hanno asciugato la batteria e ci mettiamo a spingere verso la strada in discesa per ricercare la scintilla del l’accensione.
Il sole sta nascondendosi dietro le nuvole e i monti ma c’è abbastanza luce per scorgere la vigna e la casa a pochi passi. Mi piace la sensazione che c’è qui. Ci si sente dentro, immersi in qualche cosa nella natura nella solitudine nella volontà di una vita forse.

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Attorno al focolare iniziamo a parlare.
Parliamo mentre prepariamo la cena e assaggiamo altro vino e ci rimettiamo davanti al fuoco e parliamo ancora. Le parole vanno via per mondi e posti diversi in continuo movimento ma con tutta la lentezza dell’attenzione e dell’ascolto. È un fiume che porta le cose con corrente continua e gentile…umanamente.

6 febbraio – Giovanni Scarfone

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Il semplice gesto di alzare le tapparelle mi regala una vita e un risveglio che si fanno respiro di essenza. Mi sento un punto in movimento mosso da curiose intenzioni inquieto ma felice di divenire a tratti fermo e stabile. E stare lì nell’attimo.

Stamattina Gio e Carmelo potano alcuni filari di vigna vecchia sessant’anni.
A testimonianza della natura esuberante e rigogliosa una pianta di Alicante dai tralci spessi e forti.

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La strada che porta al vigneto è costeggiata da boschi di quercia e robinia e fichi d’india è un tutto pieno e ancestrale.

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Ci fermiamo nella piccola cantina spazio misurato e calcolato al millimetro. Prendiamo i bicchieri e assaggiamo. Faro 2014, prima vigna Bonavita poi Mangiavacche. Ciò che scende in me ha una forza bella e complessa. La sua freschezza mi ridesta. Mi metto in comune equilibrio e intravedo il suo potenziale benefico allungo. Un cammino importante di sicuro. Nonostante la giovinezza il vino offre senza ombre già la sua personalità e l’incontro è aperto.
Faro 2013. Peccato verrà messo in mercato dopo l’estate. Pur non avendo l’austerità e la complessità del precedente offre la sua bella sapidità. Meno pronto del 2014. Ma pur generoso e portatore di appetiti.
Gio ed io parliamo con la calma che si è fatta naturale e lo scorrere delle parole sale scende in un respiro condiviso. So che sto vivendo un privilegio ma dovrebbe essere sempre così mi dico. Nient’altro che tempo che si fa incontro e scambio.
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Nel vigneto Mangiavacche i colori mantengono intensità sebbene nei terrazzamenti vicini scorgiamo sbiaditi abbandoni. Ma le terre sono lì e ci sarà da qualche parte un uomo e una donna pronti a far rivivere la terra. Almeno è una possibilità di concretezza.

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Saluto papà Carmelo e lo osservo riprendere fiato tra una zappata e l’altra.
Lo ritroverò nella sua peperonata fatta d’estate e di soli ripetuti.
Il formaggio di Pasquale gioioso e piacevole fatto di pecora e capra… ci si sente la vita. In armonia beviamo Faro 2012. Annata calda ma per nulla di alcolicita’ noiosa. Capace di tener desto il palato trasformandosi a poco a poco assumendo nuove buone forme contraddistinte dalla benigna sapidità.

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È stato un incontro che mi ha fatto crescere con buona linfa. Saluti a Gio Sanni Pizzi, saluto la terra lo stretto e lo scirocco. Saprò dove abbandonare le mie preoccupazioni per farle cadere.
Terrò con me questi luoghi.
Arrivederci…

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5 febbraio – Giovanni Scarfone

Intercity notte, Roma-Messina. La famosa cuccetta di cui ho sempre sentito parlare il mio amico Angelo, uomo della provincia di Ragusa. Oggi che lui si è trasferito nei miei luoghi nativi metto piede per la prima volta nell’isola dove è nato.
L’emozione è davvero grande quando il treno esce lento dalla pancia del traghetto. Sono le 6 ed è ancora buio. Il bar della stazione alza le serrande, Giovanni sta arrivando da Torre di Faro ma c’è il tempo per un caffè.
Esco sul marciapiedi esterno alla ricerca di una figura magra come mi ha descritto Giovanna Morganti ma è una voce che chiama il mio nome a farmi voltare e a riconoscere il giovane vignaiolo.
Sono sveglio, stanco ma molto sveglio vuoi l’entusiasmo per il nuovo incontro vuoi la meta che stiamo per raggiungere: Faro Superiore.
Giovanni mi spiega che il nome del paese deriva dal nome del popolo greco arrivato a Zancle, l’attuale Messina, i Farii. Duecento cinquanta metri sopra il livello del mare, boschi, case di famiglia e piccoli appezzamenti vitati.

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Giovanni mi dice che nel 1908 a Messina il terremoto fece 80000 vittime e il bisnonno materno sopravvissuto al disastro era già possessore di terreni coltivati a frutta e uve.
Mi impressiona la tonalità dei colori che incontriamo entrando nel vigneto; un verde vivo e un giallo intenso. I boschi sono rigogliosi e soffia un vento di scirocco che porta la salsedine sulla pelle.

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Arriva anche Carmelo, il padre, ci salutiamo e lui inizia subito a lavorare sulle piante di nero d’Avola tagliate dal figlio.

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L’operazione è quella dell’innesto. Carmelo pratica due incisioni alla base del tronco e vi mette due piccoli innesti di Nerello Mascalese.

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Poi Giovanni fa girare un nastro nero attorno alla parte innestata e vi sparge una sostanza per consolidare e tenere assieme le nuove creature.

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Carmelo parla poco mentre io mi metto a stralciare, cioè a togliere i tralci potati in precedenza e lasciati tra i filari, chiacchierando con Giovanni di terreni, esposizioni, di passioni personali.
Ancora non mi rendo ben conto della bellezza che ho attorno, c’è una sorta di irrealta’ dettata dalla sensazione di trovarsi in un sogno, eppure sono lì che compio azioni e parlo e sto conoscendo una realtà impensabile. Ho di fronte due uomini che stanno consolidando una maniera artigianale di lavorare la natura per farne un vino sincero.
Giovanni è tornato apposta da Bologna dove ha studiato agraria. Ha deciso di ampliare il vigneto di famiglia, si è fatto una piccola cantina e dal 2006 ha iniziato a imbottigliare le sue prime bottiglie di Faro e di rosato. Due vini con lo stesso uvaggio costituito da Nerello Mascalese Nerello Cappuccio e Nocera.

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La giornata diventa calda, 18 gradi e lo scirocco continua, mi sento la faccia scottare. Sembra uno dei primi momenti della primavera. I gatti se ne stanno quieti ad osservare le operazioni di innesto sopra la mia piccola valigia.

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Il clima di questo luogo è continentale non è secco. Il vigneto è esposto a nord e in tal modo è in grado di mantenersi fresco anche nei mesi più caldi.

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Giovanni mi mostra la composizione del terreno. Tufo arenario da una parte, la terra si sbriciola in superficie ma sotto, l’acqua viene trattenuta dalla roccia in modo da dissetare le radici delle piante; marne argillose dall’altra, una terra più compatta. Due terreni completamente diversi nello spazio di pochi metri.

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Osservo padre e figlio che lavorano uno accanto all’altro, i loro gesti, la loro naturalezza, a volte si parlano quasi sottovoce nel dialetto della loro terra.
Coraggio e persistenza, una bellezza raccolta tenace e vogliosa.

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4 febbraio – verso lo stretto e oltre

I cani sanno quando te ne devi andare, cercano le ultime carezze in una serena rassegnazione guardando di traverso ed evitando di incrociare lo sguardo.
Oggi China è così, mi cerca la mano e mi allunga le zampe sulle gambe, si aspetta qualcosa, ha visto i bagagli a terra e mi offre la sua espressione malinconica.

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Ripercorro i luoghi. Il vigneto, il suo terreno bagnato da una pioggia leggera; la casa di famiglia dove osservo il giovane volto del padre di Giovanna, spesso nominato dalla sua bocca e dai suoi occhi. 《Bisogna che il genitore sappia fermarsi e farsi scavalcare dai figli》. Mi piace questa immagine nell’ambito dell’educazione familiare.
Si respira aria paterna e materna in casa Morganti, una armonia tra passato e presente in una dinamica evolutiva. Ci sono tempi senza fretta e gesti responsabili, un semplice fare, rigoroso ma pur semplice come quando Giovanna brucia dei dischetti di zolfo all’interno di alcune botti di rovere.
La guardo camminare accanto ai tini tronco conici capovoltoi che hanno più o meno la sua altezza. 《In cantina mi piace lavorare da sola per fare le cose con il mio ritmo》.

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In alto sopra la porta che immette nella cantina c’è un telo decorato che proviene dal Mali. Chiedo a Giovanna cosa rappresenta. È il simbolo di maschile e femminile come lo ying e lo yang in Cina. Non poteva essere altro che questo ritorno alle forze materne e paterne che in così poco tempo ho percepito forte attorno a me.

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E ora è venuto il momento dei saluti.
Giovanna mi accompagna alla stazione di Siena dove proseguo per Roma in attesa di raggiungere e superare il confine che ancora non ho superato.
Domattina il risveglio sarà una nuova emozione. Una nuova terra mai toccata. La Sicilia…Messina…tra Scilla e Cariddi.

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3 febbraio – Podere le Boncie

Cammino attorno alle Boncie. Il cielo ancora non si è fatto chiaro, l’oscurità mi accompagna tra brevi folate di vento e sbadigli in cerca di ossigeno. I silenzi proteggono il luogo assecondando ciò che non ha bisogno di farsi sentire o di apparire in modo più esplicito. Camminando mi risveglio, il movimento mi passa dentro come la natura attorno.

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Poi arriva il momento che attendo. Giovanna si mette gli scarponi e si incammina verso il vigneto sotto la cantina. È il vigneto con le viti coltivate ad alberello. La guardo avanzare tra le piccole piante attraversando gli spazi nella libertà e nell’assenza del confine. Non ci sono fili, nessun ostacolo da aggirare se non la vite stessa.

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Quando inizia a potare Giovanna si abbassa ad altezza pianta, osserva, si piega e decide. È un momento carico di responsabilità dove si indirizzano le energie di un essere vivente e se ne condiziona lo sviluppo.
Ci credo che è un po’ come il mestiere di mamma, un gesto carico di emotività per una donna che arriva anche a inginocchiarsi in un momento di legame ritrovato, re-ligioso.

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Saluto Giovanna e Giorgio e Livia e gli alberelli, il sangiovese e il vento che ho sentito stanotte.

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2 febbraio – Podere le Boncie

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Oggi si parte. Tutti i pensieri vengono risucchiati dalle azioni e dal movimento ed il passaggio è indolore, una naturale e necessaria continuità di stato.
Ci ho pensato, ne ho discusso ed ora ci sono e devo solo viverlo e raccontarlo quello che tra poco incontrerò, semplicemente, senza fretta.

Oggi la destinazione è Castelnuovo Berardenga dove a pochi passi dal borgo di San Felice si trovano i vigneti di Giovanna Morganti.

Mentre risaliamo la strada che da Siena porta al podere le Boncie Giovanna mi mostra la scuola agraria dove ha studiato, un tono e una espressione di felice nostalgia quando dice che fa sempre quella strada apposta per rivederla.

Si iniziano a vedere i primi vigneti, compare qualche residuo di neve ai bordi della strada e si avverte la costante presenza del bosco.

Eccoci infine alle Boncie, la casa di famiglia, la cantina, il vigneto. Uno spazio raccolto con un respiro allargato, accogliente e rilassato.

Il mio desiderio è quello di passeggiare accanto alle viti coltivate ad alberello che mai avevo visto così come oggi, spoglie e nel periodo di potatura. Guardando le singole piante penso alle differenze individuali, all’importanza di coltivare le diversità, ma anche alla tenacia e alla cura che le hanno accompagnate nel tempo.

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Sono forme e dimensioni di bellezza e di equilibrio. Ci si commuove davanti a questo spettacolo.

25 Gennaio – AR.PE.PE. – Sondrio

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E’ un sorriso che piega le mie labbra quando Emanuele mi porta nei suoi vigneti più alti sopra Sondrio.

Cammino sula terra dove nasce il vino chiamato Ultimi Raggi quando sono i primi raggi di una splendida giornata d’inverno ad illuminare la realtà. Giovani ragazzi sono impegnati nel lavoro di potatura della vite, un lavoro attento e responsabile per il futuro prossimo e lontano. Ci si confronta con semplicità e serenità mentre continuo ad osservare i gesti e i movimenti di chi fa le cose perchè vuole farle per davvero. Si respira una bella armonia e sopra la città ci si sente leggermente staccati, l’occhio raggiunge nello stesso tempo la modernità, l’industria, la velocità delle macchine e la natura, la sua lentezza.

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Sembra di essere vicini alla complessità delle cose, al fatto che non esista mai un solo significato definito e unilaterale ma che la bellezza appartenga ad una pluralità di stati e di sentimenti.

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La voce di Emanuele mi evoca una sensazione di delicatezza, un modo gentile e soffice di relazionarsi con l’altro.

Con passione mi parla della storia dell’azienda, dei problemi del territorio, della maniera di fare il nebbiolo.

Passiamo infine nella cantina costruita nella roccia sotto ai vigneti bassi nei pressi della città.

Emanuele che da piccolo non avrebbe mai pensato di ritrovarsi dove è ora, lui che a quei tempi rifuggiva gli odori e gli umori dello spazio chiuso dell’ambiente dove si fa e si conserva vino.

Lo ascolto parlare del padre e della sua felicità di aver fatto quello che ha fatto insieme al fratello Guido e alla sorella Isabella.

Poi beviamo e ascoltiamo quello che ci scende dentro e parliamo con le labbra ancora intrise di vino delle terre e delle persone.

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Prolegomeni

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La passione per il vigneto e il processo creativo-culturale che trasforma la natura in vino ha iniziato ad alimentare le mie cellule nell’estate del 2010 quando fatalmente alla ricerca di una bottiglia di refosco dal peduncolo rosso sono stato messo sulla strada per Prepotto dove il mio cammino ha incontrato la realtà di Stefano, vignaiolo friulano. Le poche ore trascorse assieme tra le 10 del mattino e l’orario del pranzo nella condivisione di parole e di bevute hanno aperto in me una nuova breccia dove l’entusiasmo con il passare del tempo ha allargato i suoi confini accogliendo i modi generosi e passionali di chi lavora la terra nel segno del rispetto e della semplicità. Sono passati da quel giorno cinque anni durante i quali ho lavorato alla realizzazione di due documentari legati a tre vignaioli del nord Italia e in questo lasso temporale ho avuto modo di conoscere in modo sensibile e vicino diversi produttori di tutta la nostra penisola affinando la mia sensibilità nell’incontro con i loro vini e sperimentando concretamente con curiosità e attenzione il lavoro nel vigneto nelle diverse fasi della vegetazione.

Terminati i documentari una nuova idea ha cominciato giorno dopo giorno a farsi pressante nel mio animo. “E se mi prendessi un anno di aspettativa dal lavoro attuale con i ragazzi disabili e provassi a girare tutte le regioni d’Italia fermandomi in alcune delle realtà vitivinicole di cui ho fatto conoscenza diretta o indiretta cercando di raccontare a modo mio attraverso immagini e parole la loro esperienza ?”

Ho sentito che questa idea era possibile e soprattutto ho sentito che meritava la pena di essere svolta fino in fondo. Ho visto la possibilità di trasmettere una pur contenuta e semplice visione d’insieme di questo approccio umano alla natura.

La passione, la generosità e la forza continua dei vignaioli mi hanno contagiato e sento come se avessi contratto un debito con il loro mondo, un debito estinguibile attraverso un racconto sia didattico sia elegiaco che possa portare lontano e diffondere la loro buona energia, il loro responsabile rapporto con il nostro straordinario territorio fatto di piccole e fondamentali diversità, difficoltà e bellezze.

Ciò che sto organizzando, è un lungo viaggio all’insegna della continuità dove regione per regione possa avvicinarmi alle singole realtà contadine e stare a stretto contatto per alcuni giorni con chi vi lavora in modo da raccogliere un materiale quanto più umano e intimo, essenziale alla realizzazione di un documentario che abbia in sé forza e sincerità.

Lunedì 2 Febbraio 2015 si parte per davvero, il fare prenderà il posto del pensare e inizieranno i colori dell’inverno e le voci delle potature nei campi forse innevati di questo nostro paese…